L’AQUILA – Partito democratico sull’orlo di una crisi di nervi in vista delle regionali.
Tra L’Aquila e dintorni ieri si è consumata una giornata convulsa che ha squassato gli equilibri già precari dei democrat, proprio nel giorno della visita nel capoluogo del segretario nazionale Guglielmo Epifani.
Protagonista principale il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, che due giorni fa ha liquidato senza troppi complimenti il suo capo di gabinetto, Pierpaolo Pietrucci, uno dei più accreditati concorrenti per la corsa all’Emiciclo, accusato di avere “relazioni pericolose” con gli avversari dell’amministrazione annidati nella stampa locale.
Dai rumors che si sono rincorsi sembra che il primo cittadino avesse intimato più volte al suo ex braccio destro di non frequentare il direttore dell’Editoriale, Peppe Vespa: “non posso pensare che informazioni riservate me le ritrovi su qualche giornale, che manipola una parola detta in buona fede, oppure che i miei assessori, sottoposti a veri linciaggi, anziché poter contare su un sostegno solidale, vedano il mio più stretto collaboratore a braccetto con chi li offende”, ha scritto Cialente su Facebook.
Accuse a cui ha risposto a brutto muso Pietrucci, sempre sul social network, tirando in ballo metodi da malavita: “Da vecchio studente di giurisprudenza ho imparato dal procuratore generale Nicola Trifuoggi che la mafia si riconosce prima di tutto dai comportamenti, a cominciare dall’annientamento di chi diventa scomodo, che a farlo fuori sia una pallottola di lupara o la macchina del fango”.
“L’esiguità della motivazione rispetto alla enormità delle conseguenze – ha rincarato la dose – mi portano a pensare che talvolta, quando i giovani smettono di fare numero e rivendicano il diritto di parola e anche di dissenso, contro i poteri forti, diventano scomodi e vittime del tiro al piccione”.
Lo strappo si è consumato nel silenzio dei big del partito, che non hanno speso una parola né per l’uno né per l’altro: a cominciare dalla senatrice Stefania Pezzopane, fino all’altro ieri donna forte della Giunta, passando per l’ex deputato Giovanni Lolli, di cui Pietrucci è ritenuto un figlioccio, che ad AbruzzoWeb non ha voluto rilasciare dichiarazioni, per arrivare agli assessori comunali Pietro Di Stefano e Alfredo Moroni, gli altri due “cavalli di razza” del Pd che già scaldano i motori nella sfida per la conquista di uno scranno all’Emiciclo.
Cialente, invece, ha continuato a parlare, altroché. E lo ha fatto sugli argomenti più svariati, mostrando quella verve belligerante contro tutto e tutti inaugurata con la riconsegna della fascia tricolore al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e la rimozione dalle bandiere dagli edifici pubblici. Una protesta poi rientrata ma mai del tutto sopita.
Ha cominciato sparando a zero contro la classe dirigente del Pd e del Popolo della libertà, “insensibili al fastidio ma soprattutto al rancore che il popolo nutre nei confronti della politica” e ha chiesto un cambio di rotta al suo partito, invocando primarie vere per l’individuazione dei candidati alle regionali, presidente in primis, e lanciando una sorta di manifesto pro-Lolli “cancellato dal ‘Porcellum'” per far posto “a un grande economista eletto in Abruzzo (il renziano Yoram Gutgeld, ndr) di cui non abbiamo neanche il piacere di conoscere il volto”.
Quindi ha rivendicato la necessità delle primarie per la scelta tanto del candidato presidente che degli aspiranti consiglieri, anche se Epifani, indirettamente, ha stoppato: “servono solo se sono vere”.
Infine si è lasciato andare a una serie di accuse nei confronti del centrodestra, che hanno dato vita a una legislatura in Regione che si “sta trascinando, incapace di scelte e di progetti, mentre l’Abruzzo sprofonda in una crisi drammatica”.
“Un Consiglio – ha proseguito Cialente – che non verrà rimpianto, soprattutto dalle popolazioni del cratere, che non lo hanno mai visto consapevole della tragedia del terremoto: un organismo comatoso che si vuole tenere in vita fino a maggio avanzando le motivazioni più stupide” pur di rimandare l’appuntamento con le urne e consentire ai “consiglieri regionali di restare al loro posto il più a lungo possibile, con privilegi e stipendi ricchissimi”.
Al contrario, il sindaco ha reclamato il voto a novembre (come d’altra parte Epifani), e così facendo si è ritrovato sulla stessa lunghezza d’onda del suo nemico storico, il governatore Gianni Chiodi, che vorrebbe tornare alle urne il prima possibile per evitare che i suoi oppositori si organizzino, ma forse si dovrà arrendere alle pressioni della maggior parte dei componenti della sua maggioranza (e in realtà, sotto sotto, anche del centrosinistra) che, invece, di fare le valigie dall’Emiciclo già da questo autunno non vogliono sentirne parlare.
Al caos ha assistito sornione, da convitato di pietra, l’ex sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso, che oggi era all’Aquila mescolato tra i dirigenti piddini che hanno fatto da scenografia a Epifani.
Sulla volontà di D’Alfonso di fare l’anti-Chiodi ormai non ci sono più dubbi, ma gli aquilani del Pd devono trovare una collocazione a Lolli, giustamente ritenuto tra coloro che più si sono impegnati per le sorti del territorio terremotato, rimasto fuori dal parlamento per le feroci logiche di partito.
Una delle ipotesi più accreditate è che alla fine la sintesi si potrà trovare sul ticket D’Alfonso-Lolli, con il secondo che, in caso di vittoria, potrebbe sedersi sullo scranno di vice presidente. L’incognita è rappresentata dalla possibilità che gli si chieda di correre come consigliere, per verificare l’effettivo consenso di cui gode in provincia: a quel punto, però, Pietrucci, Di Stefano e Moroni dovrebbero ritirarsi in buon ordine, con conseguenze facilmente immaginabili.
Dopodiché il primo cittadino, ormai incontenibile, ne ha avute pure per il governo, giudicato in una nota “afasico” e per il ministro per la Coesione territoriale Carlo Trigilia, “inviato speciale” per la ricostruzione dell’Aquila del premier Enrico Letta, contro cui si è scagliato nel pomeriggio, in occasione del tavolo tecnico chiamato a indirizzare i 100 milioni per lo sviluppo economico previsti nella delibera Cipe numero 135 del dicembre 2012.
“Ci stanno prendendo per il c… questi burocrati di Stato che guadagnano venti volte un operaio – ha urlato Cialente – dovrebbero lavorare giorno e notte per la tragedia aquilana, invece non danno risposte tanto da far saltare l’importante investimento all’Aquila della Accord Phoenix”, quindi si è alzato e ha lasciato il summit romano, incassando la solidarietà di Lolli.
“Dovevano cambiare la delibera che loro stessi hanno scritto per permettere lo stanziamento di 11 milioni per l’azienda inglese, specializzata nel recupero di computer per estrarre e riutilizzare metalli, che all’Aquila vuole investire 50 milioni di euro, assumere circa 250 persone e riassorbire i 130 lavoratori in mobilità dell’ex polo elettronico – ha detto all’uscita il primo cittadino – invece, Carlo Sapino, del ministero per lo Sviluppo economico, non si è presentato”.
A complicare ancora di più il mosaico, l’insofferenza di alcuni esponenti del Pd marsicano, a cui non sono piaciuti gli appelli arrivati dalle due associazioni di categoria Cna e Apindustria e sindacati affinché Lolli possa tornare alla Camera (attualmente è il primo dei non eletti) al posto del sottosegretario Giovanni Legnini, cui è stato chiesto di mantenere il ruolo nell’esecutivo ma di lasciare il posto a Montecitorio.
Alla richiesta Epifani ha risposto affermando che “non è un derby calcistico”, rinviando salomonicamente ogni decisione al dibattito interno al partito.
Per Lolli, in subordine, potrebbe esserci l’eventualità di un incarico tecnico nella ricostruzione per un migliore collegamento tra il territorio e il governo e il parlamento.





