L’AQUILA – Abruzzo insieme e… trino: oramai nel tavolo del campo largo, che da oltre un mese annuncia e poi rinvia la scelta del candidato unico della coalizione, il rischio da scongiurare, in febbrili incontri e telefonate, è quello di una spaccatura e di un rompete le righe, con Azione, Partito democratico e Movimento 5 stelle che, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero andare ognuno per conto suo alle elezioni regionali di marzo. Evenienza, su questo ci sono pochi dubbi, che porterà alla sicura vittoria del centrodestra, compatto nonostante rivalità e attriti interni, a sostegno del presidente uscente, Marco Marsilio di Fratelli d’Italia, che sarebbe per di più il primo governatore ad essere riconfermato in Abruzzo per un secondo mandato da quando esiste l’ente regionale.
E per scongiurare questo scenario prende nelle ultime ore quota l’ipotesi della candidatura di Luciano D’Amico, 63enne docente di economia aziendale, ex rettore dell’Università di Teramo e presidente della Tua, società regionale del trasporto pubblico. Una personalità civica da sempre vicino al centrosinistra, che si è candidato anche alle elezioni del 2019 con il centrosinistra, nella lista di Giovanni Legnini, e che potrebbe rappresentare il compromesso, l’unico rimasto in campo, per ritrovare l’unità. Su questo nome, a costo di lasciare al suo destino Azione, sarebbero pronti a convergere dunque il Pd e M5s, che ieri sera ha tenuto una riunione, dove alla fine sarebbe prevalsa l’ipotesi di D’Amico.
Da quanto emerge, ci sarebbe anche il via libera delle segreterie nazionali, e l’ufficialità potrebbe arrivare entro la settimana.
Anche l’ala sinistra della coalizione, Demos, Sinistra italiana e Articolo uno, da tempo spinge per D’Amico, bisognerà invece vedere cosa farà Polis, la formazione civica che ha come leader il sindaco di Teramo, Gianguido D’Alberto, che con l’ex rettore non ha un buon rapporto.
Ad aprire un solco profondo nel campo largo è stata la presa di posizione del partito di Carlo Calenda, confermata con perentoria fermezza, all’esito di una riunione di domenica, comunicata alle redazioni con una nota alle ore 23: quella di indicare come candidato presidente, dell’intero campo largo, l’ex parlamentare e consigliere regionale Carlo Costantini, avvocato pescarese, già candidato presidente del centro sinistra alle regionali del 2009, sconfitto da Gianni Chiodi di Forza Italia. Con il mandato di “trovare le convergenze aprendo trattative con gli altri partiti”. “Non accetterei mai che il mio nome possa rappresentare una sola parte o che sia calato dall’alto. Il percorso deve essere condiviso dai dirigenti, ma anche dalle basi dei partiti e delle forze che vogliono creare un’alternativa seria per la nostra regione”, ha detto Costantini.
Sabato, il Partito democratico, prevedendo forse l’esito della riunione di Azione, aveva ribadito la candidatura alla presidenza della coalizione del capogruppo ed ex assessore alla Sanità, Silvio Paolucci. “Abbiamo una proposta di candidatura molto forte, quella del nostro capogruppo in Consiglio regionale, Paolucci”, “in un dialogo aperto con tutte le forze che fanno parte di questo progetto, che nei prossimi giorni saranno riconvocate nel tavolo di coalizione”, ha detto chiaro e tondo il segretario regionale Daniele Marinelli.
Almeno Azione ha ribadito di essere contro il centrodestra e di voler rappresentarne una netta alternativa, mettendo così all’angolo il coordinatore e deputato Cesare Sottanelli, che come rivelato da Abruzzoweb, è stato accusato nel tavolo di coalizione di trattare sottobanco con Marco Marsilio, e dunque fortemente sospettato di insistere su Costantini solo per ricevere un no e avere la scusa per passare armi e bagagli nel centrodestra, come ha del resto fatto già alle comunali di Teramo, imponendo per di più al centrodestra il suo candidato Carlo Antonetti, battuto da D’Alberto al primo turno, anche se a questo giro difficilmente troverebbe le porte aperte visto che in particolare la Lega lo vede con il fumo negli occhi Sottanelli e Azione, considerati corpi estranei e responsabili della disfatta di Teramo.
Se come oramai certo, la proposta Costantini non sarà accettata, Azione potrebbe davvero andare da sola. Alle politiche dell’anno scorso Azione, ma insieme a Italia viva, con cui ha ora divorziato, ha preso 39.295 voti, pari al 6,2% e si ritiene che alle regionali molto difficilmente si potrà ottenere una performance simile, con il terzo polo schiacciato tra le armate del centrodestra e centrosinistra.
Se però non dovesse andare in porto l’ipotesi D’Amico, al Pd non resterebbe che puntare su Paolucci, e il rischio è che, a quel punto, si defili anche il Movimento 5 stelle, al suo interno da sempre diviso tra chi vorrebbe stare da solo, e chi in alleanza con il Pd.
Il partito di Giuseppe Conte, ha come linea, che però non è un dogma, quella di proseguire la strada della convergenza progressista, sancita con la neosegretaria dem Elly Schlein, ma se dovesse emergere la consapevolezza che in Abruzzo la partita è persa, allora la soluzione più vantaggiosa e logica potrebbe essere quella della corsa solitaria, per misurare le forze, in una campagna elettorale incentrata sui temi cari ai pentastellati, alcuni dei quali non affatto coincidenti con quelli dei dem, divisi tra l’ala più radicale e quella più moderata e riformista. Tra i candidati proposti da M5s il capogruppo Francesco Taglieri, e il professore avvocato aquilano Fabrizio Marinelli.
L’ipotesi di convergere su D’Amico ha però la tetragona forza dei numeri: con Pd e M5s divisi la partita sarebbe persa in partenza, come alle regionali del 2019, dove ha vinto sì il centrodestra di Marco Marsilio, ma con meno voti di quelli, sommati, di centrosinistra e M5s, che hanno candidato rispettivamente Giovanni Legnini e Sara Marcozzi. Ripetere l’errore sarebbe davvero troppo, anche per il più fedele degli elettori.







