TERAMO – “Se i piccoli comuni di montagna si spopolano è anche per la mancanza di risposte in termini normativi, che genera sfiducia e allontanamento. Ebbene, una risposta potrebbe finalmente arrivare facendo leva sulle risorse economiche del recovery fund. Occorrerà poi rimettere in agenda la fusione dei comuni. L’emergenza coronavirus ci ha insegnato che curare l’orticello non porta da nessuna parte”.
Riportare sulle montagne almeno rivoli dei copiosi fondi europei che arriveranno per far fronte all’emergenza pandemica: questa la battaglia che intende ingaggiare anche il presidente regionale dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci), Gianguido D’Alberto, sindaco di Teramo.
In linea con le posizioni assunte dall’Anci nazionale, nei già numerosi incontri con il governo, al fine di cominciare a ragionare intorno ad piano investimenti per frenare lo spopolamento dei borghi disseminati sulle Alpi e gli Appennini, una platea di 5.552 Comuni, dove si trova una casa vuota ogni due occupate.
Un fenomeno drammatico anche in Abruzzo, come già evidenziato da Abruzzoweb: dal 1 gennaio 2015 al primo gennaio 2020 i 116 piccoli paesi di montagna, ovvero oltre i 600 metri e con meno di 3mila abitanti, più di un terzo di tutti i comuni abruzzesi, hanno perso 6.448 abitanti, passando da 98.435 a 91.947. Una flessione del 6,6%, ben superiore alla media regionale che è del -1,94%, visto che i residenti sono passati da 1 milione 331.574 del gennaio 2015 ad un milione e 305.770 del gennaio 2020.
Minuscoli comuni dimenticati dai poteri centrali, allocati in città e in pianura, che nonostante siano in via di sparizione, proprio non ci riescono a fare fronte comune: in Abruzzo in particolare sono al palo le fusioni tra amministrazioni, che in Italia hanno interessato 135 comuni, in particolare in Piemonte, in Lombardia e in Trentino alto Adige. Qui invece lo zero assoluto, e poco importa che sia il governo che la Regione hanno approvato norme che garantiscone generosi finanziamenti pubblici per incentivare e consolidare i processi.
D’Alberto di paesi e recovery fund ne ha parlato venerdì scorso con il presidente della Regione, Marco Marsilio.
“Come Anci abbiamo posto anche il tema dello spopolamento delle aree interne – spiega ad Abruzzoweb -, della necessità di modulare l’utilizzo delle risorse, in primis per dotare i piccoli centri di servizi essenziali, di infrastrutture viarie, e soprattutto di connessione a banda larga”.
L’Anci ha chiesto a Marsilio l’istituzione di una cabina di regia permanente.
“E’ chiaro che siamo in una fase ancora di incertezza sui tempi, e nei suoi termini – prosegue D’Alberto -, si è ancora in attesa che si chiuda l’accordo a livello europeo che poi dovra’ essere ratificato dai parlamenti nazionali e declinato sul territorio. Ma ora bisogna stringere, bisogna definire le priorità: i comuni sono i soggetti investitori pubblici più importanti del nostro paese, sono i soggetti istituzionali di prossimità. E anche sulla base del cosiddetto principio di sussidiarietà e di prossimità, di vicinanza: quindi i territori devono assolutamente far sentire la loro voce e svolgere un ruolo principale nella programmazione delle risorse”.
C’è poi la seconda questione: la frammentazione istituzionale dei piccoli comuni, sotto-dimensionati per affrontare con successo la sfida della bruta sopravvivenza. Ma di unire le forze con i comuni viciniori, con evidenti vantaggi di economia di scala, oltre alle risorse aggiuntive da Stato e Regione, nemmeno ci pensano.
“E’ un obiettivo che negli ultimi tempi si è per così dire spento – conferma il presidente Anci -, passato in secondo piano. E che dovrebbe essere ripreso, è fondamentale riaprire la discussione, è fondamentale in questa fase superare la logica dell’orticello, dobbiamo cominciare a ragionare in grande, dobbiamo pensare ai cittadini che sono i destinatari dei servizi, e su questo obiettivo determinare gli assetti istituzionali”.
“Il problema – conclude D’Alberto – è che c’è forte legame identitario con il comune di appartenenza e il territorio, difficile da superare. Non ha poi per nulla aiutato il ridimensionamento delle Province, che svolgevano un ruolo di raccordo di area vasta, che è venuto meno, ha fatto sì che i Comuni si arroccassero nelle loro individualità”.





