L’AQUILA – “Quando il coniglio esce dalla tana…pum…pum…pum…”, esclamato in dialetto siciliano.

È una delle minacce con cui Ferdinando Di Orio, all’epoca rettore dell’università dell’Aquila, intimava al professore dello stesso ateneo Sergio Tiberti di “corrispondergli somme di denaro ed utilità pari ad euro 141.737 euro negli anni dal 2001 al 2009”.

Numerosi gli episodi in cui Di Orio, “abusando delle qualità e dei poteri connessi alle sue funzioni pubbliche (dapprima preside della facoltà di Medicina e chirurgia e poi di magnifico rettore), costringeva o comunque induceva il Tiberti” a versargli soldi: i casi sono cristallizzati nelle motivazioni della sentenza, depositata nei giorni scorsi, con cui la Corte d’Appello di Roma, nell’ottobre scorso, ha condannato a due anni e sei mesi per induzione indebita l’ex numero uno dell’Ateneo aquilano.

Nel verdetto è stata riformulata la sentenza del tribunale di Roma, datata 2016, nella parte in cui si dichiara il “non doversi procedere in ordine ai fatti commessi sino al 30 settembre 2008 perché estinti per prescrizione” e si revoca la pena dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici, che era costata a Di Orio, ora in pensione, l’impossibilità di continuare a insegnare nell’Ateneo aquilano e la sospensione dallo stipendio, in attuazione della legge Severino. In primo grado Di Orio era stato condannato a tre anni di reclusione.

Il processo, com’è ormai noto, nasce con una denuncia-querela presentata da Tiberti, il 13 settembre 2009, dopo che il docente ha iniziato a rifiutarsi di assecondare le ormai costanti richieste di Di Orio, con il quale in precedenza lo legava un antico legame di amicizia.

“In circa dieci anni – si legge nella sentenza della Corte d’Appello di Roma – era stato costretto a dargli complessivamente 200.000 euro, danaro corrisposto in parte in contanti e in parte a mezzo di assegni”.

“La persona offesa di fronte a richieste implicite e a volte più esplicite si era piegato per poter svolgere la sua attività in tranquillità e gli aveva perciò offerto incarichi di consulenza di cui non aveva bisogno”, scrivono ancora i giudici, nella società Sma srl che Tiberti aveva fondato all’inizio degli anni Duemila operante nell’ambito dei servizi sanitari.

Tra il 2001 e il 2009, insieme a una serie di assegni tratti sia sul conto personale di Tiberti, sia su quello della società, Di Orio ha beneficiato del “pagamento dell’autovettura Kia Picanto”, del “pagamento della rata di premio per l’assicurazione Rca”, del “rimborso spese per fatture relative ad un soggiorno a Napoli”, del “pagamento di fattura relativa ad abiti sartoriali”.

“Il tutto”, si legge ancora nella sentenza, “ottenuto minacciando implicitamente ed esplicitamente il Tiberti, in caso di rifiuto, di ripercussioni negative nell’ambito della sua carriera universitaria” da professore di Igiene e medicina preventiva.

“Agli inizi del 2009”, è scritto nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello, Di Orio “aveva poi chiesto la somma di 50.000 euro da corrispondere in un’unica soluzione”, richiesta “correlata ad un’indagine epidemiologica sulle aree del Delta del Pd, di Rovigno e di Civitavecchia, svolta da Tiberti in adempimento di una convenzione stipulata il 6 aprile 2006 tra l’Enel e l’Università dell’Aquila, sottoscritta da Di Orio in qualità di rettore e direttore pro tempore del Centro di epidemiologia, in base alla quale l’Ateneo, individuato Tiberti come responsabile scientifico dell’indagine, si impegnava ad effettuare uno studio, la cui proprietà e relativa divulgazione erano riservate al committente Enel, che avrebbe versato in corrispettivo la somma di 80.000 euro”.

In questa occasione l’allora rettore ha “chiesto un piccolo contributo personale pari ad euro 50.000 che avrebbe utilizzato per ristrutturare una casa sul Monte Argentario da poco acquistata”.

La sentenza della Corte d’Appello ricostruisce anche tempi e motivi della rottura tra Di Orio e Tiberti, in passato amici, incentrata su uno studio scientifico realizzato per conto dell’Enel sulle centrali a carbone, per il quale l’allora rettore ha ottenuto somme di denaro pur senza mai aver “svolto una vera attività di consulenza per la Sma”.

Assenza di consulenze a giustificazione delle somme di denaro versate, mancanza di una logica causale e privazione di incarichi in ambito accademico al primo rifiuto di versare denaro sono le tre principali motivazioni secondo il quale la Corte d’Appello, confermando le motivazioni del tribunale, ha ritenuto Di Orio responsabile dei reati.

Le dichiarazioni di Tiberti sono infine state ritenute credibili, “perché è stato oggettivamente provato il passaggio di danaro, perché simile flusso di danaro in assenza di documentata attività di consulenza svolta dall’imputato non poteva avere diversa logica giustificazione, perché la condotta intimidatoria era coerente con l’atteggiamento ‘da sultano’ del Di Orio”.