BRUXELLES – Costi di produzione molto elevati e ricavi sempre minori: non si arrestano in Abruzzo le proteste degli agricoltori che continuano a scendere in strada con i loro trattori contro le politiche imposte dall’Europa.
Oggi in piazza anche gli agricoltori dei comprensori Frentano e Vastese, in una manifestazione che si protrarrà per tre giorni, fino a domenica. Annunciata al Commissariato di Lanciano, responsabile dell’ordine pubblico, la partecipazione di 300 agricoltori e 200 trattori.
Il corteo è partito alle 10 dal lungomare di Fossacesia per raggiungere Atessa, in località Piazzano, con un presidio permanente fino alle 17 di domenica 4 febbraio.
Nel lungo tragitto i mezzi agricoli sono transitati sulla Statale Fondovalle Sangro ben oltre le ore 13. Non eccessivi i disagi per gli automobilisti.
La protesta è pacifica supportata dallo slogan “Salvaguardiamo il nostro cibo e salveremo il futuro di tutti”.
La manifestazione è organizzata da Co.sp.a, comitato spontaneo agricoltori.
L’amministratore del gruppo Cospa, Dino Rossi, dice: “Buona riuscita della manifestazione con la presenza di tanti agricoltori. Anche l’agricoltura abruzzese è attanagliata da problematiche diventate incancrenite. Non dobbiamo più coltivare, costretti a sottostare alle scelte ambientaliste di una Europa selvaggia col progetto rewilding europe, ecco perché l’attacco alle aziende costringendole a chiuderle con prezzi dei nostri prodotti che valgono meno dei fertilizzanti e delle sementi; per acquistare un litro di gasolio occorrono 5 litri di latte al netto delle spese. E poi la fauna selvatica è diventata un problema grandissimo e viene sfamata dal mondo agricolo, ma poi si paga appena il 16% del danno subito, infine i fitofarmaci sono sempre più costosi e meno efficaci”.
In un lungo post sul suo profilo Facebook Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista, coordinamento di Unione Popolare, appena rientrato da Bruxelles, uno dei centri delle proteste di questi giorni, scrive: “Governo Italiano e Commissione Europea mortificano gli agricoltori! Da giorni, in molti paesi Europei, vi sono mobilitazioni importanti da parte degli agricoltori. Ho assistito a #Bruxelles alla protesta più eclatante. Gli agricoltori di Francia, Germania, Belgio, Olanda sostenuti dalle più importanti organizzazioni di rappresentanza agricola stanno mettendo a dura prova i governi nazionali e le stesse politiche comunitarie. In Italia, complice una strutturale subalternità delle organizzazioni agricole al Governo di destra, le mobilitazioni restano ancora nel campo dello spontaneismo con le maggiori organizzazioni di rappresentanza che provano addirittura a frenare le manifestazioni in corso. Il governo con il ministro Lollobrigida – più in generale tutte le destre in Italia e in Europa – tentano di dirottare il malcontento contro la Commissione Europea e la transizione ecologica. Si tratta di una presa in giro”.
“La famigerata e cattiva Unione Europea, nemica del Governo italiano, è guidata come presidente della Commissione da Ursula Von Der Lyen, dello stesso partito del vice presidente del Consiglio Italiano AntonioTajani, cosi come la presidente del Parlamento Europeo Metsola, e come perla, il commissario europeo all’Agricoltura è il polacco Janus Wojciechosky del Pis polacco, ovvero del partito dei conservatori di cui Giorgia Meloni è presidente europeo. La stessa polemica con Tinnemans nasconde che da decenni le politiche agricole nazionali e comunitarie sono bipartisan come la governance europea”, continua Acerbo.
IL POST COMPLETO
Nonostante le pur ancora ingenti risorse pubbliche, gli agricoltori europei, in larga parte attraversano una situazione di grande difficoltà. Tra le cause maggiori, l’aumento dei costi di produzione arrivati a prezzi esorbitanti a partire dai fertilizzanti legati al prezzo del gas, (l’anno scorso hanno visto aumenti del 40 per cento), i cambiamenti climatici (alla faccia dei negazionisti) pesano sempre di più sulle rese e le qualità dei prodotti, poi certo non aiutano i bassi prezzi pagati agli agricoltori da parte dall’agroindustria e della grande distribuzione organizzata. Nelle filiere agroalimentari, la parte che resta agli agricoltori italiani e sempre più bassa, nonostante produzioni di assoluta qualità.
Alcuni esempi, le mele golden vengono pagate agli agricoltori (quando va bene) 0,43 euro al chilo per poi essere rivendute a 2,33 euro con un aumento del tutto ingiustificato del 442 per cento, le melanzane, vengono pagate 0,86 Euro al chilo per poi trovarle sullo scaffale 3,43 euro con un aumento del 300 per cento, esempi che potrebbero essere riportati per tutte le filiere agricole e trovare gli stessi risultati, come per esempio prodotti di grande consumo come pane e pasta, con prezzi all’origine del grano duro che non supera i 30 cent al chilo e ritrovarsi poi la pasta a 3 euro al chilo, o il grano tenero pagato 20 centesimi al chilo e ritrovarsi il pane poi a 5 euro.
In Italia, Paese dell’agricoltura di eccellenza, con il record di prodotti di qualità certificati da marchi Dop e Igp, l’agricoltura e gli agricoltori vivono una situazione di enorme difficoltà e purtroppo non sono rare le situazioni in cui si cerca di scaricare sul lavoro margini di competitività.
In Italia il 95 per cento delle aziende agricole continua ad essere a conduzione familiare, con indici di sfruttamento spesso elevati all’interno della stessa famiglia agricola mentre per il lavoro dipendente vi è in agricoltura il più alto tasso di lavoro irregolare con circa il 25 per cento fino ad arrivare a livelli di sfruttamento vergognoso con condizioni di vera e propria schiavitù.
Nel non certo lontano 1982 in Italia vi erano 3,1 milioni di aziende agricole, diventate nel 2000, 2,4 milioni e l’ultimo censimento del 2020 portava le aziende agricole ad appena 1,1 milioni.
Insomma, in pochi anni abbiamo perso il 63 per cento delle aziende agricole quasi senza alcuna riflessione, eppure il grosso delle aziende che han chiuso son quelle più piccole, magari nelle aree interne, marginali, che davano e continuano a dare un contributo straordinario in termini di occupazione, presidio del territorio, lotta al dissesto idrogeologico, valorizzazione del paesaggio.
Da segnalare come appena il 13% delle aziende agricole italiane è condotta da giovani sotto i 45 anni. Pesa inevitabilmente la concorrenza spietata con produzioni che arrivano da altre zone del mondo grazie anche alle continue aree di libero scambio tanto care alla Commissione europea e che danneggiano non poco l’agricoltura italiana considerati gli alti costi di produzione.
Le politiche comunitarie, pur con risorse ancora importanti, (nonostante i forti tagli degli ultimi anni) continuano ad essere cervellotiche, l’80 per cento dei contributi continuano ad essere erogati al 20 per cento delle aziende con modalità assai discutibili, le stesse politiche di riconversione ambientale sembrano essere scritte a volte quasi per punire gli agricoltori.
I sussidi della Pac vanno redistribuiti per sostenere la transizione verso un’agricoltura in grado di affrontare le sfide della crisi climatica e della biodiversità. Tutti gli agricoltori già impegnati e che vogliono impegnarsi in processi di transizione verso un modello agro-ecologico devono essere sostenuti e accompagnati nel lungo periodo.
È inaccettabile che nell’attuale Pac la minoranza di aziende agricole più grandi monopolizzi gli aiuti pubblici, mentre la maggioranza degli agricoltori europei non riceve alcun aiuto, o solo le briciole.
L’agricoltura europea ed italiana, hanno bisogno di cambiamenti epocali ma che non possono passare sulla testa degli agricoltori, va avviato un grande percorso di partecipazione a partire dalla discussione della prossima politica agricola comunitaria.
Non c’è futuro per l’agricoltura italiana ed europea senza una profonda transizione ecologica e sociale ma i cambiamenti anche profondi vanno affrontati in un contesto di partecipazione con gli agricoltori e non contro gli agricoltori.
Nell’immediato, il Governo Italiano a trazione sovranista da operetta, continua a penalizzare gli agricoltori, nella legge di bilancio è stata reintrodotta l’Irpef sui terreni agricoli (248 milioni di tasse) e sono state cancellate le agevolazioni per giovani agricoltori a partire dall’esonero dei contributi previdenziali.
Tra le cose che potrebbero essere fatte subito togliere l’irpef sui terreni agricoli, reinserire le agevolazioni dei giovani, copiare provvedimenti già adottati ad esempio dal governo di sinistra spagnolo (comunistə al governo servono!) per contrastare in maniera stringente le pratiche commerciali sleali a partire dall’obbligo scritto dei contratti tra agricoltori ed industria con il riconoscimento agli agricoltori di almeno i costi di produzione certificati. Chiediamo l’effettiva attuazione della direttiva sulle pratiche commerciali sleali e il divieto a livello europeo di vendere al di sotto dei costi di produzione, come già fatto in Spagna.
Nessuno deve lavorare in perdita!
La situazione che ha generato la protesta degli agricoltori sono alla base di questo è conseguenza delle politiche neoliberiste che l’Unione Europea ha perseguito negli ultimi decenni e a cui noi del Partito della Rifondazione Comunista con i movimenti e il coordinamento #StopTTIP ci siamo opposti inascoltati e oscurati dall’informazione mainstream.
Le campagne che abbiamo portato avanti contro i trattati di libero scambio si sono dimostrate più che fondate. Per questo chiediamo, con Via Campesina, di interrompere i negoziati sull’accordo di libero scambio con il Mercosur e una moratoria su tutti gli altri accordi di libero scambio attualmente in fase di negoziazione.
I redditi degli agricoltori dipendono dai prezzi agricoli ma sono soggetti alle speculazioni finanziarie perché i governi e l’unione Europea non vogliono una politica agricola basata sulla regolamentazione del mercato, con prezzi che coprano i costi di produzione e la gestione di scorte pubbliche di derrate.
Come ha denunciato AltraAgricoltura, oggi ci ritroviamo nella terribile condizione per cui nei brand commerciali dei tanto decantati prodotti del made in italy c’è sempre meno il frutto del lavoro dei nostri contadini, allevatori, pescatori e trasformatori artigianali ridotti ad essere “cottimisti e conferitori” per multinazionali, commercianti e speculatori senza scrupoli.
Va ribadito che il nemico è il neoliberismo dei governi e dell’Unione Europea non l’ecologia. La destra strumentalizza queste proteste cercando di imporre la sua agenda reazionaria che distrae dalle questioni strutturali. Il negazionismo climatico e la richiesta di standard ambientali più bassi non risolvono problemi che hanno radici nelle logiche del capitalismo neoliberista che favorisce l’agrobusiness e massacra il mondo agricolo.
Noi di Rifondazione Comunista siamo dalla parte di chi vive del proprio lavoro. Ricordiamo che nella filiera agricola e agroalimentare lavorano anche tantissimi migranti che subiscono le conseguenze di queste politiche antipopolari.
Non sono politiche decise da fantomatici burocrati, come racconta la vulgata della destra. Sono frutto di decisioni politiche dei governi e dell’Unione Europea. Non lasciamo questa protesta nelle mani della destra e della sua demagogia insulsa con operazioni che abbiamo già visto all’opera con i “forconi”.
Come Rifondazione Comunista e Unione Popolare dobbiamo lavorare per l’unità tra agricoltori e movimenti ambientalisti rifiutando la polarizzazione che vogliono creare i politicanti neoliberisti al servizio dell’agribusiness.





