L’AQUILA – Ha 69 anni, ma si definisce, spiegandone con dovizia di particolari i motivi, la “vera novità” del panorama politico aquilano.
Nel sottolineare le specificità del suo programma, il candidato sindaco del centrodestra, Pierluigi Properzi, docente dell’università dell’Aquila, riserva parole non certo tenere nei confronti del sindaco uscente, Massimo Cialente, alla testa della coalizione di centrosinistra, e del candidato sindaco del movimento “L’Aquila città aperta”, Giorgio De Matteis, uomo di centrodestra che ha spaccato il fronte del Pdl e dell’intera area di riferimento.
“Sono due icone di un’epoca che dovremmo lasciarci alle spalle, rappresentano alla perfezione la politica italiana degli ultimi cinquant’anni”, dice per esempio.
I rilievi, a tratti molti forti, nei confronti dei suoi due avversari più pericolosi per la corsa alla poltrona di sindaco dell’Aquila, Properzi, urbanista di fama nazionale, li pronuncia con toni pacati e richiamando a una campagna elettorale non fatta di scontri ma di confronto.
In questa intervista ad AbruzzoWeb mostra di avere una idea chiara della città che dovrà rinascere dalla distruzione seminata dal tragico terremoto del 6 aprile 2009; proprio per la posta in palio epocale, la sfida più importante nella storia secolare della città, dice di essere sceso in campo da uomo della società civile lontano fino a qualche settimana fa dalla politica attiva.
È uno dei motivi per cui il prof, appoggiato dal Pdl e dalla sua lista civica “Domani L’Aquila”, ha assecondato a lungo, salvo alla fine minacciare di correre da solo attuando il piano B, le incertezze di una parte della classe dirigente del Popolo della libertà.
È convinto di potersi giocare la vittoria recuperando il tempo perduto parlando agli aquilani.
La sua candidatura è stata travagliata, l’ufficializzazione dell’appoggio del Popolo della libertà è arrivato solo pochi giorni prima della presentazione delle liste. Ha mai avuto la tentazione di mandare tutti al diavolo e mollare tutto?
Uno dei miei punti di forza è la tenacia mescolata alla ragionevolezza. Sono sicuro che nel corso di questa campagna elettorale emergeranno tutti i punti di forza della mia candidatura. Sono in campo innanzitutto per parlare ai cittadini, la scelta spetterà a loro. Questo l’ho tenuto e lo tengo sempre presente.
È deluso dal comportamento dei vertici del Pdl?
Resto un sostenitore dell’utilità delle primarie, ma sono consapevole dell’imperfezione delle modalità con le quali si svolgono in Italia, anche nella sinistra che ne è molto più convinta, e lo svolgimento di quelle dell’Aquila ne è stata una riprova.
Non c’è dubbio che le primarie non celebrate le abbiano creato imbarazzo.
Si tratta di processi di una crescita e diffusione di democrazia attiva che devono essere comunque incoraggiati. L’assenza di un candidato rappresentativo del Pdl e il ritiro del senatore Enzo Lombardi avrebbe reso le primarie tra me e l’allora candidato della Destra (Luigi D’Eramo, ndr) un’inutile esibizione muscolare senza un significato politico.
Parlando del centrodestra e delle alleanze, il governatore, Gianni Chiodi, ha definito il primo turno “una sorta di primarie”, evidentemente tra lei e Giorgio De Matteis. Che ne pensa?
Mi sembra sbagliato da un punto di vista politico, in quanto il Pdl si è già espresso in tutte le sue componenti per la mia candidatura e il candidato della lista “Città aperta” è invece espressione di una coalizione politicamente troppo composita, che va dai Verdi del sole che ride fino alla Destra di Faccetta nera. È sbagliato anche da un punto di vista elettorale, in quanto Gianni Chiodi deve puntare su di me in modo convinto. Del resto lo ha detto. È nell’interesse del suo stesso partito.
Teme di più i “fratelli coltelli” della coalizione che sosterrà il vice presidente del Consiglio regionale, oppure gli avversari diretti del centrosinistra che appoggiano Cialente?
Come mi dicono i politici di professione la competizione “interna” aumenta i voti per i competitori, è quindi Cialente che dovrebbe temere questa baruffa ma anche lui ha qualche problema del genere e quindi siamo pari.
È cosciente di partecipare alle elezioni più importanti della storia secolare dell’Aquila, alle prese con la sfida epocale della rinascita dopo il tragico terremoto del 6 aprile 2009?
È il vero motivo della mia decisione di entrare nel gioco elettorale, si tratta di uno dei momenti chiave della storia della città. Non penso però che tutti ne abbiano compreso il senso. Qualcuno vi si è inserito con un atteggiamento da “rifondatore”, il nuovo Federico II. Altri guardano a questo come a un’occasione fortunata da cogliere per il proprio cursus honorum, per la verità sino a oggi non particolarmente significativo. Altri, infine, come Piscicelli (Francesco, l’imprenditore che rideva la notte del sisma, ndr) a un’occasione per far soldi. La storia della città non ha bisogno di questi personaggi.
Tra gli otto lei è il candidato con più primavere alle spalle. Crede di avere la forza, se dovesse essere eletto, per sostenere per cinque anni un impegno così gravoso a livello mentale, ma anche fisico come la prossima sindacatura?
Mi incuriosisce questa attenzione alla mia età. Si è arrivati, da parte del partito di Storace, a darmi più anni di quanti ne abbia realmente, quattro di più dei miei 69. Credo che l’età sia una risorsa, se utilizzata per quello che serve. Premesso che mi sento più giovane di molti giovani o presunti tali della nostra politica, sono convinto che l’esperienza a questa città sia utile. E parlo di esperienza tecnica, ma anche di fatti umani, di persone. Chi ha più primavere, come dice lei, è più portato a distinguere il bene dal male, gli onesti dagli imbroglioni. Non si monta la testa e mantiene intatta la capacità di giudizio. Oggi L’Aquila ha bisogno anche di misura, di equilibrio, di anticorpi contro i falsi proclami. In senso generale, dal punto di vista dalle generazioni, io poi la società la vedo integrata: i giovani devono competere senza piaggeria. La giovane età di per sé non è un valore, come va di moda oggi considerarla.
Nonostante la sua lunga esperienza professionale, lei si definisce l’unica vera novità di questa tornata elettorale essendo uomo della società civile sceso in politica per interpretare e dare giustizia alle istanze di cambiamento dei cittadini.
Ne sono convinto. Cialente e De Matteis rappresentano alla perfezione la politica italiana degli ultimi cinquant’anni. Sono due icone di un’epoca che dovremmo lasciarci alle spalle. Abbiamo di fronte a noi uno dei pargoli dell’allevamento della scuola del Partito comunista italiano e il prodotto del distillato della Democrazia cristiana clientelare e redistributiva. Al di là del rispetto delle persone ritengo che Cialente possa solo riprodurre quanto già fatto, ovvero mantenerci saldamente nel blocco totale in cui ci troviamo. Dice che solo lui sa come fare: ma quanto fatto è sotto gli occhi di tutti, e purtroppo è ben poco. Non siamo nelle condizioni di concedergli un esame di riparazione. Quanto a De Matteis, direi che non ha mai fatto proprio nulla se non frequentare diligentemente le aule come un bravo bambino, bene educato. Salvo di tanto in tanto fare lo sgambetto al maestro, quando gli conveniva.
Quali sono le differenze sostanziali con gli altri due candidati, ci riferiamo ancora a Cialente e De Matteis, con i quali con tutta probabilità si giocherà il ballottaggio? Il ruolo di docente universitario la aiuta a intercettare i nuovi bisogni?
Io sono espressione della società aquilana a cui appartengo da sempre. Da docente ho formato moltissimi colleghi che operano in città e in Abruzzo, da architetto ho realizzato edifici che sono sotto gli occhi di tutti, da urbanista mi sono formato al Comune dell’Aquila nella sua fase più importante. Ho partecipato con interesse e passione alla vita culturale e politica. La mia capacità di vivere nella città conoscendone profondamente l’anima e la storia, i vizi e le virtù, mi consente di aiutarla con la ragionevolezza necessaria a risolvere le conflittualità sulle quali gli altri impostano la loro campagna elettorale. Non ultima resta una competenza specifica che si può mettere a frutto immediatamente nella figura di un sindaco non protagonista ma capace innanzitutto di rimettere assieme i pezzi di una società sfiancata dalle risse e dai personalismi. I miei avversari dicono di fuggire da queste pratiche, ma di fatto le alimentano. Voglio uscire da questo circolo vizioso.
Che cosa pensa della situazione cittadina? La ricostruzione pesante ancora non decolla e il rilancio economico è una chimera.
Senza una chiara idea di dove si colloca L’Aquila nel contesto nazionale ed europeo e in relazione al suo territorio più prossimo è molto difficile ipotizzare prospettive di sviluppo.
Lei, urbanista di livello nazionale e internazionale, ha criticato fortemente il piano di ricostruzione definendolo una “scatola vuota”, perché?
Il piano è un compromesso al ribasso tra due concezioni entrambe sbagliate della ricostruzione. Da un lato una visione burocratica sostenuta da una struttura tecnica di missione oscillante tra proclami dirigistici e inconsistenza di proposte e di visione complessiva della ricostruzione. Dall’altro un pragmatismo forse eccessivo senza strategie, che è caduto nella trappola della contrapposizione.
I livelli politici, sindaco e commissario, che avrebbero dovuto trovare l’intesa politica nel senso più alto della parola (mi riferisco all’interesse dei cittadini) hanno preferito accapigliarsi sui termini tecnici. Ma non c’è mai stato contenuto, sostanza, dietro questa rissa continua. È stata fine a stessa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. A entrambe le posizioni manca una visione della città.
La verità è che sindaco e commissario a furia di correggersi e litigare sui termini hanno prodotto l’illusione di risolvere tutto con la burocrazia. Così la burocrazia è cresciuta, si è aggrovigliata su se stessa e L’Aquila è sparita. Non c’è un progetto di città. Il piano di ricostruzione è privo per esempio non dico di una proposta, ma almeno di una riflessione compiuta del ruolo dell’Aquila nel contesto nazionale.
È privo anche di un progetto per migliorare il collegamento con quei centri confinanti che già oggi interagiscono con la nostra città. E non parlo solo dell’economia, ma anche della collocazione fisica delle persone. Pizzoli, Scoppito, San Demetrio, per dirne alcuni: dopo il terremoto tanti aquilani sono andati a viverci, e ancora di più sono quelli che hanno qui parenti o amici.
Si può fare finta che non esistono o vogliamo fare in modo che entrino a far parte di un sistema virtuoso? Inutile dire che io sono per la seconda soluzione, ma è quanto pare è stata adottata la prima. Urge una correzione. L’errore a cui è stato indotto il commissario è stato quello di affidarsi agli improbabili “indirizzi per la pianificazione” elaborati dalla Stm che si sono limitati a prefigurare nove aree strategiche che di strategico non hanno un bel niente, ignorano l’esistenza dell’Aquila. Nei documenti di programmazione regionale poi il ruolo dell’Aquila che è capitale regionale non è stato rafforzato, anzi.
A quale progetto di città lavorerà in caso di vittoria?
È facile risolvere tutto con gli slogan, come fanno i miei avversari. Il progetto dell’Ocse, “città intelligenti”, tende questo tranello. Non credo che esistano cittadini aquilani che aspirino a vivere in una città brutta, poco intelligente, poco sostenibile, dove si vive male e non riesce a costruire sviluppo. Tutti vogliamo la pace nel mondo. Il problema è come costruire oltre gli slogan. Non basta promettere di importare buone pratiche: occorre trovare le persone, parlare loro, metterle in relazione, offrire condizioni migliori di altrove e tutto questo comporta grande impegno, conoscenza approfondita delle questioni e del contesto, che ha una sua particolare specificità.
L’Aquila non è Groningen. Di contro bisogna essere consapevoli che alcune scelte e meccanismi sono condizionati dalla globalizzazione e dalla crisi economica internazionale. Penso per prime alle vicende che riguardano la cassa di risparmio cittadina ma anche ai comparti produttivi ancora forti, come il farmaceutico, o a quelli in espansione, come l’agroalimentare. Tutto questo va governato, con serietà e responsabilità. Il tempo delle risse e dei proclami è finito.
La campagna elettorale è partita con toni molto aspri, se lo aspettava? Migliorerà o peggiore?
Non mi preoccupano i toni aspri, mi preoccuperei se oscurassero i contenuti. La città ha bisogno di una campagna elettorale da vivere anche come un’opportunità di mettere a fuoco attraverso un confronto leale i problemi e proporre in maniera franca le possibili soluzioni. Io a questo voglio contribuire, e lo faccio da subito con una proposta rivolta agli altri candidati. Individuiamo dei temi su cui ci troviamo d’accordo. Penso alla filiera da eliminare, ma ce ne sono altri.
Facciamo di questi temi, di questi problemi e delle loro soluzioni, il contenuto di un protocollo da sottoscrivere subito. Con un impegno: chi vince si impegna a rendere questo protocollo una delibera programmatica da far approvare nel nuovo Consiglio comunale, all’unanimità. Sarebbe un atto di grande forza avere presenti da subito le priorità di cui ha bisogno la città.
Qual è la prima decisione che adotterà se dovesse vincere le elezioni?
Se questo signifiica qual è la cosa più importante da fare è sicuramente sostituire la cosiddetta filiera con procedure e strutture che consentano un vero avvio della ricostruzione pesante.
Oltre a molti cittadini in difficoltà, L’Aquila e il suo territorio presentano una forte crisi anche a livello imprenditoriale. Una situazione che si va a sovrapporre con la limitazione dell’accesso al credito, con lamentele in tal senso indirizzate anche alla Cassa di Risparmio della provincia dell’Aquila, la più grande banca del territorio. Cosa pensa di fare su questo?
Ho già preso l’unica iniziativa che si poteva prendere in campagna elettorale, quella di invitare i candidati sindaci alla sottoscrizione di un documento di pesante critica non tanto delle decisioni aziendali efficientistiche quanto della unilateralità delle stesse che escludono la rappresentanza dei cittadini dalla decisione in merito all’utilizzo del risparmio locale. L’imprenditoria locale deve poter contare su forme di credito consapevoli delle difficoltà ma anche delle capacità degli imprenditori, e questo non può avvenire a Reggio Emilia.
Tra le critiche che le sono state rivolte di avere alle spalle una storia di sinistra e di avere poco da spartire con il Pdl, come risponde?
Che quello delle ideologie è un tempo finito. Che L’Aquila ha bisogno di cose da fare e di chi le sa fare.
Se alla fine dovesse perdere queste elezioni, quale e quanto sarà il suo impegno per L’Aquila?
Sono e sarò al servizio della città. Lo sono stato da urbanista dopo il terremoto, pur con qualche difficoltà. La cattiva politica stenta ad aprirsi ai contributi esterni.
Se non arriverà al ballottaggio che ne sarà del suo progetto politico?
Se mi sono candidato sindaco è perché il modo migliore di servire la città è dare un contributo. Il mio progetto politico è un progetto per la città, quindi resta in piedi, in ogni caso.
Se al contrario sarà allo spareggio, nel secondo turno quale sarà la sua posizione rispetto allo schieramento di De Matteis?
Mi rivolgo ai cittadini, adesso come in caso di ballottaggio. Agli elettori di centrodestra e di centrosinistra, a quelli che sono indecisi. Chiedo di valutare il progetto e lo stile di governo, e di prendere la decisione.
Teme il partito dell’astensionismo? Penalizzerà a destra o a sinistra?
Rispetto chi deciderà di non votare. Non saprei dire se e chi sarà penalizzato, ma forse la risposta giusta è che in caso di aumento dell’astensionismo saremo penalizzati tutti, tutti i cittadini intendo. Se la politica non dà risposte o dà cattivi esempi, l’astensione è un fatto conseguente. Ed è una sconfitta. Considero una sfida dare un contributo per mantenere alti i livelli di partecipazione. E non mi riferisco solo al momento del voto, anche successivamente. L’amministrazione di una città ha sempre bisogno dei cittadini, ed evidentemente all’Aquila la regola vale ancora di più.
Otto candidati sindaco: è un’opportunità o una vergogna?
È una delle conseguenze di una società che si è frammentata e della diffidenza verso una classe politica che non ha saputo dare risposte convincenti. Della difficoltà di farsi ascoltare. Ci si prova candidandosi.





