PESCASSEROLI – Non è un “orco”, com’è stato dipinto, l’allevatore di Pescasseroli (L’Aquila) Orazio Tatangelo, accusato di aver lasciato morire una mucca di sua proprietà incinta e malata nel suo pascolo tra i monti.

La difesa arriva dall’Associazione per la tutela delle attività del Parco (Astap) per bocca del portavoce Pietro Scarponi.

Nel ricostruire la vicenda, si fa presente che Tatangelo era lontano dal suo allevamento, si è attivato per far arrivare sul posto un veterinario privato, le guardie del Parco e i veterinari della Asl, e nel mezzo il povero animale è stato anche ferito da un attacco di lupi.

“Alleva amorevolmente bovini da oltre 40 anni e simili calunnie possono essere mosse contro di lui solo da chi non lo conosce e non conosce la sua professionalità”, assicura.

Sull’argomento interviene anche l’avvocato difensore di Tatangelo, Paolo Vecchioli, che con il consueto stile pungente invita ad attendere l’esito del provvedimento giudiziario prima di individuare colpevoli.

LA NOTA DELL’ASPAT

In riferimento all’articolo stampa apparso sul Vostro quotidiano ieri 26.9.2013 si precisa che l’allevatore Orazio Tatangelo non è quel personaggio disumano che viene descritto, probabilmente, negli atti processuali che hanno indotto in errore la stampa.

Orazio Tatangelo, devoto alla SS.Trinità, ogni anno, nella prima quindicina del mese di luglio si reca in pellegrinaggio a piedi da Sora al santuario della SS.Trinità nel comune di Vallepietra (Rm), durante il predetto pellegrinaggio del 2011, mentre si trovava sui monti sovrastanti la Valle Roveto, ricevette una telefonata dell’operaio addetto alla vigilanza e custodia della mandria che lo avvisava dello stato di salute di una mucca che non riusciva a partorire.

Il Tatangelo si attivava immediatamente chiamando il nipote Giuseppe Tatangelo, sempre allevatore di bovini e un veterinario al fine di soccorrere l’animale ed aiutarlo a partorire.

Il veterinario giunto sul posto unitamente a Giuseppe Tatangelo non riuscì a far partorire subito la bestia perché ancora non pronta e rimandò il parto al giorno successivo, Giuseppe prima di andare via lasciò un secchio con l’acqua e del fieno vicino alla mucca perché la stessa non si muoveva.

Durante la notte la vacca, che si trovava su un terreno privato e immobilizzata dalla gravidanza, fu aggredita dai lupi che la ferirono mortalmente.

Il mattino successivo, Giuseppe Tatangelo visto l’animale aggredito dai lupi e in uno stato di agonia si affrettava a richiedere l’intervento delle guardie del Pnalm supportati dal veterinario, sempre del Pnalm, per le incombenze sia mediche che amministrative che prevedono dei protocolli rigidissimi quando vi è il sospetto di aggressione da parte della fauna selvatica.

Stando a quanto riferito da Giuseppe Tatangelo le guardie del parco e il veterinario si rifiutarono di intervenire adducendo la motivazione che la richiesta doveva essere inoltrata dal proprietario della mandria e non da lui nipote.

Passarono le ore e la bestia agonizzante stava sempre lì in attesa del sopralluogo dei guardiani del parco, nel frattempo i Tatangelo si erano attivati facendo intervenire i veterinari della Asl che giunsero sul posto in serata quasi contemporaneamente a guardiani del parco e i veterinari certificavano che si trattava di aggressione da parte del lupo appenninico e che la vacca andava abbattuta.

I guardiani del parco, anziché provvedere ad inoltrare il verbale di accertamento di predazione da parte di animali selvatici, inoltravano denuncia alla Procura della Repubblica di Sulmona per maltrattamenti di animali nei confronti di Orazio Tatangelo che per giunta assente non poteva né maltrattare né curare l’animale.

Non si vuole polemizzare sull’accaduto ma questa è l’ennesima prova dell’accanimento dei guardiani del parco nei confronti della famiglia Tatangelo, sarebbe bastato un intervento celere da parte loro e del veterinario del parco per verificare le condizioni di salute della povera bestia come hanno fatto poi in serata i veterinari della Asl.

Dal vostro punto di vista chi ha commesso il reato di maltrattamento di animali, l’allevatore oppure chi dolosamente ha rifiutato di intervenire a richiesta di Giuseppe Tatangelo?

Orazio Tatangelo alleva amorevolmente bovini da oltre 40 anni e simili calunnie possono essere mosse contro di lui solo da chi non lo conosce e non conosce la sua professionalità.

Orazio Tatangelo è uno dei pochissimi allevatori rimasti che fornisce ancora alle nostre tavole un prodotto biologico di altissima qualità, andrebbe tutelato e non attaccato in continuazione come fanno i vertici del Pnalm, la denuncia di cui parliamo ne è la prova lampante.

LA NOTA DI VECCHIOLI

… e se per caso fosse intervenuto un veterinario chiamato da Tatangelo che lo ha chiamato appunto perché la mucca non poteva partorire? E se per caso la mucca,dopo il controllo sanitario non si è potuto trasportarla aliunde considerando il suo stato e la zona in cui trovavasi?

E se per caso pende un procedimento avanti al Trib. di Sulmona e non ancora si è celebrata una prima udienza e  l’informata e imparziale cronaca locale del Messaggero e quella di AbruzzoWeb per caso hanno la certezza che la sentenza definitiva conforterà le loro tesi e prima la messa alla berlina mediatica di Tatangelo come dalla condanna già da loro comminata oppure è ammissibile ancora articolazione difensiva?

Come mai la stampa ben informata non ha dato risalto altrettanto i rilievo circa l’opposizione all’archiviazione di procedimento penale nel quale sono indagati un V.Questore del CfS,un Uff.le dei CC. ed il Pres.te del Pnalm per reati di rilievo e per i quali si dovrà celebrare udienza avanti al Gip senza che nessuno parli e/o dia ed abbia notizia?

E se per caso non fosse vero quanto accollato a O.T. senza contraddittorio e plausibile articolazione difensiva?

Sarebbe meglio non passare acriticamente le veline anche se provenienti  dai soliti noti e degnare almeno chi va alla berlina mediatica di una telefonata prima del crucifige se non altro per salvare le apparenze e la dignitosa oltre che doverosa osservanza del rispetto del principio d’innocenza almeno fino a uno straccio di condanna.