AVEZZANO – “Un ecomostro che distruggerà il Fucino”. Oppure, “un impianto sostenibile, che potrà riassumere decine di lavoratori con la cassa integrazione in scadenza”.
Queste le posizioni opposte, e forse inconciliabili, di sindaci e ambientalisti da una parte, e sindacati e lavoratori dall’altra, sul progetto industriale che riguarda l’ex zuccherificio Sadam di Avezzano (L’Aquila), chiuso nel 2006 e che dava lavoro a 230 lavoratori, che le società Powercrop e Maccaferri vorrebbero trasformare in un impianto a biomasse da 35 megawatt di potenza, alimentato da cippato e scarti agricoli, con la promessa di riassumere parte dei lavoratori.
Giovedi 12 nel pomeriggio numerosi sindaci della Marsica terranno un incontro al Comune di Avezzano, per fare il punto della situazione e ribadire il loro no.
Ma i sindacalisti Marco Iacutone (Fai Cisl), Vittoriano Marcanio (Flai Cigl) e Cesidio Stornelli (Uila Uil) e i 45 dipendenti dell’ex Sadam che aspettano una ricollocazione dal momento che il 30 giugno scadrà anche la cassa integrazione, contestano l’atteggiamento degli amministratori, chiedono di essere invitati all’incontro, e anche ieri, a margine della seduta del Consiglio regionale, sono tornati a chiedere che la Regione Abruzzo convochi finalmente la conferenza dei servizi per dare l’ok alla realizzazione dell’impianto.
Il progetto è infatti bloccato da un ricorso al Tribunale amministrativo regionale, ma ha avuto l’ok nel 2010 dalla Commissione di valutazione di impatto ambientale (Via), che la scorsa settimana ha approvato anche una variante d’opera al progetto, ovvero l’interramento dell’elettrodotto di 4 chilometri a servizio del futuro impianto a biomasse.
“La nostra attesa – afferma il sindacalista Iacutone – dura da 5 anni ed è insostenibile ed inaccettabile persino per un paese del terzo mondo. Chiediamo di essere ascoltati per condividere un percorso comune, che riporti su un tavolo delle trattative tutta la vicenda della riconversione dello zuccherificio, per poter meglio condividere potenzialità e ulteriori garanzie per l’ambiente, la salute pubblica e anche per ottenere il maggior vantaggio economico e lavorativo da un insediamento che prima o poi, siamo convinti, si dovrà comunque fare”.
E ai sindaci i sindacati chiedono di “parlare concretamente dei pro e contro il progetto evitando che il summit si trasformi in una farsa o peggio ancora in una passerella politica in vista delle imminenti elezioni comunali”.
Esigono, insomma, che “si discuta in modo scientifico sull’impatto dell’impianto, con relazioni di esperti, per esempio professori universitari, in maniera tale che si possa giudicare sulla base di informazioni ricevute da persone titolate”.
Tutto questo in quanto “non ci si può contrapporre con fare qualunquistico un insediamento produttivo parlando di ‘aumento dell’incidenza tumorale’, nonostante il progetto sia stato approvato dal Via, unico organo, per legge, tenuto a valutarne l’impatto sull’ambiente e la salute”.
L’impianto non s’ha da fare, ribatte con convinzione Sefora Inzaghi del Comitato marsicano no Powercrop, perché “oltre a inquinare distruggerà posti di lavoro”.
Dal piano industriale presentato dalla stessa società, nella centrale sarebbero infatti circa 27 le possibili assunzioni, ma nell’agricoltura del Fucino le unità lavorative impiegate sono 15 mila, e una parte potrebbe perdersi a causa dell’impianto a biomasse.
“Gli accordi di riconversione per lo zuccherificio di Celano – spiega la Inzaghi – prevedevano la realizzazione di una centrale ortofrutticola per lavorare i prodotti del Fucino, l’inceneritore a biomasse era una proposta in più. La multinazionale invece si è mossa solo ed esclusivamente per realizzare la tanto discussa centrale che dovrebbe bruciare biomassa in un quantitativo tale da non essere a disposizione in questo territorio, come conferma il Corpo Forestale”.
“L’unico scopo della centrale – incalza l’ambientalista – è quello di produrre energia con il beneficio dei certificati verdi, soldi presi dalle nostre tasche: finiti questi incentivi fra 15 anni la centrale non avrà più senso di esistere e a noi resteranno solo terreni fertili sottratti all’agricoltura e inquinanti immessi nell’aria e nell’acqua e 27 persone nuovamente disoccupate”.
E a seguire un duro attacco ai sindacati. “Pensiamo che il ruolo del sindacato sia quello di tutelare i lavoratori e il territorio e non prestarsi a un gioco che vede solo costi senza benefici – sbotta – Riteniamo pertanto singolare che le Rsu continuino a voler imporre quest’opera speculativa strumentalizzando la condizione dei cassintegrati di Celano”.
Una posizione contraria, seppure più sfumata e attendista, è quella dei Comuni del Fucino, contrari all’intervento, in particolare quello di Avezzano e quello di Luco dei Marsi, che hanno fatto il ricorso.
“Il recente pronunciamento della Via non ci preoccupa – spiega ad AbruzzoWeb Oscar Roberto Guanciale, assessore all’Ambiente al Comune di Avezzano – la vera partita si giocherà al Tar, e sul piano politico. Noi continuiamo a ritenere che questo progetto non sia compatibile con la vocazione agricola del Fucino, e altrove impianti di questa taglia hanno creato seri problemi di inquinamento e impatti negativi sul territorio, anche in termini di immagine”.
Resta, però, il problema del ricollocamento dei lavoratori dell’ex zuccherificio.
“La vicenda è delicata , comprendo la loro posizione dei lavoratori, ma ritengo che in questi anni si potevano e dovevano trovare soluzioni per ricollocare i lavoratori in altre aziende del comparto agricolo. La politica e anche i sindacati hanno la loro responsabilità. L’unica salvezza, però, non può essere l’impianto a biomasse”, conclude Guanciale.
Gianluca Alfonsi, capogruppo di Forza Italia in Consiglio Provinciale dell’Aquila, si duole infine del mancato invito dell’ente che rappresenta.
“Con il massimo rispetto per i sindaci della Marsica, – afferma Alfonsi – credo che all’incontro convocato domani 12 marzo per decidere le sorti della Powercop la Provincia avrebbe avuto pieno titolo a partecipare e a dire la sua, argomenti importanti quali la salute e l’economia del territorio debbano essere sottoposti al vaglio ed alla valutazione di tutti gli organi istituzionali e che tale discussione dovrebbe avvenire alla luce del sole, coinvolgendo anche i lavoratori e le organizzazioni agricole non favorevoli. In tal maniera si arriverebbe ad un confronto serio e costruttivo – conclude Alfonsi – finalizzato all’acquisizione di quante più informazioni possibili e utili a formare la consapevolezza necessaria ad assumere decisioni così importanti per il territorio”.





