L’AQUILA – Qualcosa c’è, sotto quello che resta della storica Porta Barete dell’Aquila. Il cantiere si allarga e si complica, la ricostruzione del palazzo che insiste nella zona si ingarbuglia, perché dagli scavi fatti finora è spuntato un tratto pavimentato dalla porta murata, visibile da via Vicentini, fino alle fondamenta del civico 207 di via Roma.

Dai lavori che la soprintendenza per i Beni archeologici e culturali per l’Abruzzo sta portando avanti è venuto fuori questo nuovo ritrovamento: una piazzola che, in gergo tecnico, è conosciuto con il nome di ‘basolato’ e che evidenzierebbe “un sistema di antiporte”, come spiega ad AbruzzoWeb Gianfranco D’Alò, architetto della Soprintendenza.

“Per ora non possiamo ancora sapere se il basolato si fermi alle fondamenta dell’edificio, oppure se continua fino alla chiesetta di Santa Croce – racconta – Infatti, l’area di Porta Barete ci ha rivelato un sistema di antiporte molto in voga nel periodo in cui venne realizzata che si può ritrovare anche in altre porte nelle mura sulle planimetrie dell’Aquila”.

Queste antiporte racchiudevano il basolato, ovvero il calpestio pavimentato, “che probabilmente in questo caso specifico era una vera e propria piazzetta che forse andava da via Vicentini alla chiesetta di Santa Croce nei pressi di via Roma. L’antiporta su cui stiamo lavorando venne interrata nell’800, ma dalle prime analisi ci sembra ben conservata”.

Tutto questo nonostante sia stata a contatto per decenni con le “murature di un’antica officina di fabbri, che tutti gli aquilani ricordano, fino agli anni ’70 e poi successivamente con le fondazioni del civico 207 di via Roma”, aggiunge D’Alò.

Quell’edificio è una sorta di spina nel fianco degli scavi e del progetto di riqualificazione dell’area voluto da monsignor Orlando Antonini, nunzio apostolico in Serbia del Vaticano ma soprattutto esperto di architettura storica cittadina.

La presenza della palazzina 207 di via Roma, che ha già ricevuto l’autorizzazione dal Comune per ricostruire l’immobile, potrebbe infatti creare problemi agli scavi archeologici, mentre almeno per ora gli scavi archeologici non ne impediscono la sostituzione edilizia (demolizione completa + ricostruzione).

“Fin quando non sarà conclusa la rimozione delle fondamenta di quel palazzo, demolito negli ultimi mesi a causa dei danni riportati dopo il sisma del 2009, si continuerà con il cantiere archeologico”, precisa l’architetto.

“Quando la ditta appaltatrice avrà finito con la demolizione e la rimozione delle macerie della palazzina e dovrà cominciare a lavorare nuovamente per ricostruirla – continua – noi potremmo anche richiedere l’interruzione dei lavori per continuare le nostre ricerche, tutto dipenderà da ciò che ritroveremo. È pur vero che, nel frattempo, i lavori della ditta sulle fondamenta della palazzina sono costantemente monitorati da un archeologo”, fa presente D’Alò.

Ogni ipotesi sul destino di quel condominio e dei suoi abitanti è da rimandare perchè bisogna attendere gli esiti dei lavori archeologici e degli studi del caso che avverranno in “tempi brevi” secondo l’architetto, anche se, lo ribadisce una seconda volta, “tutto dipende sempre da ciò che si ritroverà man mano”.

“Da ora in poi il nostro compito è quello di effettuare le analisi classiche del settore, partendo dalle stratigrafie e le analisi sugli intonaci – continua – che ci porteranno a fare dei ragionamenti storici come la datazione dei reperti rinvenuti, oppure, nel caso di ritrovamenti di porcellane, anche ragionamenti di più ampio respiro”.

In ogni caso, se la ricostruzione del palazzo sarà bloccata per la presenza di manufatti storici, sorgerà un precedente epocale in questi 4 anni e mezzo di ricostruzione. E ci sarà da misurarsi con le giuste pretese dei cittadini che, quando l’ipotesi di blocco era embrionale, si sono detti pronti a tutto, quindi anche alle vie giudiziarie, pur di salvaguardare il loro diritto a tornare lì.

Le ipotesi di delocalizzazione, ossia trasferimento da un’altra parte, di quegli appartamenti, magari con un aumento di volumetrie come premio per indorare la pillola, è tutta da verificare. Ovviamente ci vorrà un’amministrazione comunale nel pieno delle sue funzioni per gestire una vicenda così delicata.

“La Soprintendenza si occupa della fruizione dei beni e non delle scelte urbanistiche – ricorda comunque D’Alò – Il nostro compito è, quindi, ricavare un quadro storico e occuparci della valorizzazione del sito, non spetta a noi decretare il destino dei condomini dell’edificio in questione; anche se non è escluso che i due progetti siano compatibili, soprattutto nel caso del riposizionamento dell’edificio”.

Una rivendicazione c’è. “A tempo debito, se il Comune ci avesse interpellato, noi avremmo offerto altre opzioni su cui ragionare e lavorare”, conclude. Per ora.