L’AQUILA – Piani sociali d’ambito che non vengono rinnovati dalla Regione Abruzzo, con la conseguenza che vengono prorogati quelli vecchi che non rispecchiano più costi e bisogni. Taglio continuo dei fondi pubblici per il sociale, ritardi nei pagamenti da parte delle amministrazioni, un solo bando pubblicato del nuovo Programma del Fondo sociale europeo.

Come si vede sono tanti i problemi che il mondo della cooperazione sociale abruzzese si trova oggi di fronte, nella consapevolezza che senza di essa non avrebbero assistenza decine di migliaia di persone disabili, povere e fragili.

Lo scenario che è stato scandagliato nel corso della tavola rotonda ”Le cooperative sociali. Imprese per la comunità, imprese di comunità” che si è svolta nei giorni scorsi a Bomba (Chieti), organizzata in occasione dei vent’anni di attività del Consorzio di Cooperative Sociali Con.Sol., che opera sull’intero territorio regionale, e che raggruppa oggi 16 cooperative sociali abruzzesi, con circa 200 lavoratori, erogando servizi di welfare per conto di 18 amministrazioni locali.

Ad analizzare i problemi, e soprattutto a delineare vie d’uscita, Teodora Di Santo, presidente Consorzio solidarietà Con.Sol, e presidente Federsolidarietà Abruzzo,  Jhonny Dotti, pedagogista, docente della Cattolica di Milano ex presidente del consorzio nazionale cooperazione sociale, fondatore di Welfare Italia, rete di poliambulatori medici a prezzi calmierati, e padre Natale Brescianini, monaco benedettino, collaboratore della scuola di economia civile, consulente aziendale per lo sviluppo della persona.

Hanno dato un contributo bellezza e speranza, nel corso della festa finale, i Ladri di Carozzelle, gruppo rock nato nel 1989, come attività di laboratorio della Cooperativa Arcobaleno di Frascati, e composto da persone disabili che confermano che il termine “diversamente abile”,  non è un termine meramente politically correct.

I NUMERI DEL BISOGNO SOCIALE

I numeri parlano chiaro e rendono davvero incomprensibile le scelte politiche di rigore che penalizzano proprio il settore del sociale, che partono dal governo e poi si ripercuotono su Regioni e Comuni.

Le persone disabili in Abruzzo sono 74.568, il 5,4 per cento della popolazione.

Gli anziani con disabilità sono il 20 per cento del totale,  il 12% delle famiglie abruzzesi vive al di sotto della soglia di povertà, tra cui 51.177 bambini.

Sono 350 mila le persone, un quarto della popolazione abruzzese, a rischio di povertà.

E inoltre gli anziani, la categoria più fragile di tutte, sono destinati ad aumentare: la popolazione in regione raggiunge 1 milione 327 mila abitanti con un tasso di crescita naturale di -3,9 abitanti ogni mille per anno.

In una proiezione futura, che arriva a considerare l’anno 2035, emerge che la popolazione anziana crescerà del 40,4 per cento e la popolazione under 18  diminuirà del 5,1.

Davanti alla dimensione crescente del bisogno di assistenza la spesa procapite in Abruzzo nel 2012 è stata di 61,1 euro contro una media nazionale di circa 117 euro. E l’assessore regionale al Sociale Marinella Sclocco ha più volte lamentato l’esiguità dei fondi che gli sono stati attribuiti nel capitolo.

PIANO SOCIALE… SENZA FRETTA

“Siamo ancora in attesa – spiega Dora Di Santo – che venga pienamente attuata l’ultima riforma del sistema di welfare regionale, con l’approvazione dei Piani sociali d’ambito, ossia dei documenti che pianificano a livello locale i servizi alla persona, sociali, educativi e assistenziali. Un ritardo che ci sta mettendo in forte difficoltà”.

In ambito locale ciò significa, infatti, che i servizi sociali vengono erogati sulla base di un’analisi del territorio e dei bisogni delle persone già superata perché contenuta nell’analisi fatta prima del 2011, quando sono stati approvati gli ultimi Piani di Zona che dovevano riguardare le annualità 2011-2013.

Le amministrazioni locali continuano ad affidare al sistema della cooperazione sociale, la gestione dei servizi per periodi brevi, anche di 3 mesi, attraverso proroghe di contratti esistenti oppure attraverso gare.

Ciò determina condizioni di lavoro non dignitose per gli operatori, costretti, nei casi peggiori, a passare da una cooperativa a un’altra ogni 3 mesi, subendo gli effetti di una guerra fratricida tra cooperative che si rincorrono a suon di ribassi.

“I bisogni sociali – prosegue la Di Santo – sono in continua evoluzione rispetto alle tipologie di problemi da affrontare, al numero di persone da supportare, mentre noi cooperatori sociali, che eroghiamo i servizi per conto delle amministrazioni locali, ci troviamo costretti a fornire delle prestazioni inadeguate frutto di un’analisi non più valida”.

Altro ritardo che si registra è quello relativo al Fondo sociale europeo,  che contiene un asse dedicato all’Inclusione sociale e più volte richiama lo sviluppo dell’economia sociale. A oggi un solo bando è stato pubblicato, “Abruzzo Include”, e stanno per partire i primi progetti finanziati, in drammatico ritardo.

Oltre ai ritardi, sempre per la Di Santo, “non abbiamo ancora una lettura precisa delle risorse che saranno destinate a ciascun territorio, ma temiamo che le risorse, tra fondi regionali, statali ed europei, non saranno sufficienti, a coprire il fabbisogno di servizi, e attività”.

Nel dibattito di Bomba si è ribadito poi la necessità di valorizzare il ruolo delle cooperative sociali.

In particolare quelle di tipo B, che consentono l’assunzione e dunque l’inclusione lavorativa e sociale delle persone diversamente abili, e che sono viste come un modello virtuoso in tutta Europa. In Abruzzo invece si pensa di creare occupazione per le fasce deboli attraverso i tirocini, rimborsati con i fondi pubblici, che puntualmente non vengono rinnovati trasformando le indennità di tirocinio in una misura puramente assistenziale.

Quello che in altri termini viene con forza chiesto è di prevedere piani di investimento e sviluppo dedicati alle cooperative sociali che per loro natura creano occupazione non solo per le categorie più a rischio e disagiate, ma anche per quelle categorie di lavoratori che pur non avendo particolari situazioni di svantaggio non riescono ad inserirsi nel mercato del lavoro, penso in particolare alle donne e ai giovani.

Gli ultimi rapporti inoltre dimostrano che nella cooperazione sociale il 70 per cento degli addetti è donna, quasi l’80 per cento ha meno di 50 anni al Centro Sud, e gli occupati a tempo indeterminato superano il 70 per cento  dell’intera forza lavoro.

IL CORAGGIO DI TRASGREDIRE

Nel suo libro Buono è giusto. Il welfare che costruiremo insieme, Dotti  ha lanciato una provocazione così telegraficamente riassumibile: “Siate responsabili, quindi trasgredite”, il cui significato, non è in fondo così lontano dalle parole di papa Francesco, dal suo invito a stare dentro il tempo, e non occupare spazio”. In ambedue i casi un invito  immaginare un altro mondo possibile.

“Tra dieci anni in Italia, non solo in Abruzzo, gli anziani supereranno i giovani, esploderanno i bisogni di assistenza, e nello stesso tempo diminuiranno le risorse. Ammenochè non ci sia la guerra, il “reset” sanguinario dell’0ccidente, ad oggi non sappiamo come farà un società del genere a stare in piedi”.

Una conferma, per Dotti, della necessità di una rivoluzione copernicana, che è un ritorno alle origini.

“La cooperazione sociale deve tornare alle sue radici, quelle comunitarie, dobbiamo uscire dal modello dei servizi come consumo individuale, occorre mettere insieme le persone per risolvere i loro problemi. Il paradosso che il capitalismo sta uscendo dalla crisi che lui stesso ha provocato provando a uscire dal paradigma del consumo individuale mettendo in campo parole come comunità,  condivisione, valori, parole della nostra tradizione che sono alla base della sharing economy”.

“Se lo stagno del finanziamento pubblico si restringerà sempre di più – prosegue Dotti – il mondo della cooperazione deve diventare agente di rigenerazione delle comunità, dobbiamo inventarci nuove forme di assistenza  domiciliare, di mutuo aiuto, mix tra turismo e servizi sociali, di nuovi rapporti tra studenti e anziani. Ricreare le comunità che c’erano nei paesi e nei quartieri, recuperare il vicinato come risorsa”.

“Dobbiamo rimettere al centro la persona – aggiunge padre Brescianini – va dato spazio al futuro, servono occhi diversi. Sapete qual è il contrario della parola comunità?  È immunità, il non farsi toccare dagli altri. E il terzo settore evoca quella di terzo mondo, suona insomma come un qualcosa molto distante dal primo mondo, quello degli affari, della ricchezza, di chi ce la fatta”.

“Ed è questo l’errore di fondo, – conclude il benedettino –  il peccato originale, la distinzione tra attività profit e attività non profit, questi due mondi devono dialogare, e da questa nuova realtà che emergerà devono poi nascere nuove forme legislative, e un’economia ed una politica che metta al centro la persona e la sua comunità, e non solo il profitto e l’egoismo”.