L’AQUILA – Di nuovo tritolo, di nuovo boato. E dopo 57 giorni se ne andò anche lui.
19 luglio 1992, esattamente due decenni fa, moriva il giudice palermitano Paolo Borsellino. Dopo il suo amico e collega, Giovanni Falcone, che lo aveva lasciato il 23 maggio dello stesso anno, saltando in aria con la sua auto sull’autostrada A29 presso lo svincolo di Capaci.
Separati lo furono solo per poco meno di due mesi, perché è così che li ricordiamo, uniti per l’eternità e sorridenti come nella loro foto più celebre.
Giovanni e Paolo, simbolo di un’amicizia e di una vita dedicata alla lotta alla mafia. Perché, ripeteva Borsellino, “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.
E che sarebbe morto anche lui, a breve, lo sapeva. Basta riguardare il video del suo ultimo intervento pubblico, il 25 giugno di quell’anno, quando forse i 100 chilogrammi di tritolo per imbottire la Fiat 126 da far esplodere in via Mariano d’Amelio erano già stati preparati.
“Il pool antimafia deve morire davanti a tutti e non in silenzio”, disse in quell’occasione. Sapeva di essere nel mirino di Cosa nostra, sentiva che lo Stato lo aveva lasciato solo.
Sapeva di essere anche lui un “cadavere che cammina”, come gli disse Ninni Cassarà mentre si recavano sul luogo del delitto del commissario Beppe Montana.
Quel 19 luglio in via d’Amelio morirono anche cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Solo Antonino Vullo si salvò, rimanendo ferito mentre parcheggiava uno dei veicoli della scorta.
Chi scrive aveva dieci anni e di quel pomeriggio ricorda il caldo afoso, e la tenda della porta finestra che dal giardino di casa lasciava intravedere la televisione, accesa su un famoso telequiz.
All’improvviso si cambia registro. Sullo schermo appaiono lamiere contorte, asfalto divelto, macerie e case trivellate che ora, dopo vent’anni, noi aquilani associamo più a un terremoto che a un’esplosione, nostro malgrado.
Da quel momento finisce la vita di Borsellino e inizia il mistero sull’attentato.
Il mistero dell’agenda rossa sulla quale il magistrato annotava tutto, e poi il processo, il “colossale depistaggio”, come fu definito, costruito ad arte attorno alla figura del falso pentito Vincenzo Scarantino, forse per coprire la trattativa Stato-mafia in nome di una presunta pax mafiosa.
Un “dialogo” di cui Borsellino aveva intuito qualcosa, sebbene non nella totalità almeno nei suoi torbidi contorni.
Questo era il magistrato Borsellino. Ma c’era anche Paolo, sposato con Agnese Piraino Leto e padre di Lucia, Manfredi e Fiammetta. Paolo, 52 anni, che quella domenica stava rientrando da Villagrazia di Carini, dopo aver pranzato con la famiglia.
Una visita alla madre, in via d’Amelio, per prenderla e portarla dal medico.
In bocca una sigaretta, che lo accompagnava sempre insieme alla sua fedele scorta. Il passo pacato, ma lo sguardo inquieto e preoccupato.
Ci piace immaginarlo così, mentre suona al citofono e aspetta. Che venga fatta finalmente giustizia.





