L’AQUILA – “In Umbria ci sono paesi perfettamente ristrutturati dopo il sisma del 1997, rimasti oggi vuoti, non abitati, fatti oramai di seconde case. Un rischio che si corre anche nella ricostruzione abruzzese. Il punto è che in Italia siamo bravissimi nella ricostruzione edilizia, maestri nel restauro del patrimonio storico, non abbiamo invece messo a punto efficaci strategie per ricostruire le comunità, il tessuto sociale”.

A dirlo è uno che di terremoti e ricostruzioni se ne intende, Gianfranco Franz, docente di Economia urbana e di Politiche urbane dell’Università di Ferrara, tra i protagonisti di “Ricostruzioni. Pianificare e rivitalizzare dopo un terremoto”.

Un convegno che è stata l’occasione per mettere a confronto anche l’andamento della ricostruzione abruzzese e quella dell’Emilia colpita dal sima nel marzo 2012 di cui ha relazionato Alfiero Moretti, direttore della Struttura commissariale dell’Emilia-Romagna.

Partendo però da una premessa metodologica, sottolineata sia da Franz che da Moretti: le catastrofi sismiche e le ricostruzioni sono sempre una storia a sé, non è possibile fare confronti su tempistiche o andamenti della spesa, perché, ha evidenziato Franz, “il vostro terremoto è stato molto più devastante del nostro, con un’altra struttura del danno”.

Un confronto è però possibile, ed anzi utile per le future catastrofi, sul modello di governance e sulle scelte adottate nella fase dell’emergenza.

“La gestione del post-terremoto emiliano – spiega infatti Moretti – è stata decisa soprattutto in base alla precedente esperienza aquilana: qui tutto il potere decisionale è stato da subito accentrato dal governo centrale, da noi la governance è stata affidata si ad un commissario di governo, ma identificato con il presidente della Regione, con grande autonomia di scelta, affiancato da i presidenti delle Province e con un forte ruolo anche dei sindaci”.

Un’altra macroscopica differenza è stata, prosegue Moretti, “la certezza di 8 miliardi di euro di copertura economica arrivata dopo appena due mesi dal sisma, tenuto conto che il danno complessivo è stato stimato in 13,2 miliardi di euro, che ha consentito da subito di poter pianificare la ricostruzione”.

Snocciolando i dati è emerso che a quasi 4 anni dal sisma è stata completata la ricostruzione leggera, e si è al 60 per cento della ricostruzione di abitazioni private, con una spesa di 1,5 miliardi. Dei 1.000 moduli abitativi, 600 sono già smontati, i restanti saranno smantellati entro il 2016, e gli sfollati, oramai un piccola parte degli iniziali 20 mila, saranno ospitati nelle case popolari.

“Per fortuna in Emilia non si è resa necessaria la realizzazione di edilizia post-sisma come quella rappresentata dal progetto C.a.s.e., che ha determinato inevitabilmente gravi conseguenze e nell’assetto urbanistico, per il suo carattere di sostanziale definitività. Sono bastate confortevoli case mobili, molto più economiche, destinate a sparire”.

Tornando sul problema del tessuto sociale Franz aggiunge che, a ben vedere, recuperare borghi terremotati, al di là della valutazione di carattere demografico, “non è affatto un lavoro inutile, è comunque un patrimonio storico architettonico di valore, da trasmettere alle generazioni future”. I centri “potranno un giorno essere ripopolati, non possiamo dirlo ora, ma può darsi che tra dieci anni si innescherà un processo di ripopolamento, o altre dinamiche economiche, con bandi che favoriscono le giovani coppie. Anche per questo non ha senso ricostruire tutto il patrimonio ecclesiastico, che anche in Umbria è stato sacrificato”.