Sull’omicidio del sedicenne Thomas Christopher Luciani avvenuto domenica scorsa a Pescara e del quale sono stati fermati due coetanei, interviene su AbruzzoWeb.it l’avvocato e docente avezzanese Salvatore Braghini.
AVEZZANO – L’agghiacciante notizia dell’omicidio di Pescara ai danni di un adolescente per mano di due coetanei (con le responsabilità ancora da chiarire ed accertare) scuote ancora le nostre coscienze e ci interpella tutti; tanto più trattandosi di ragazzi che frequentano con regolarità la scuola (Liceo) e appartenenti a famiglie “normali”.
Fatti di cronaca come questo ripropongono inevitabilmente il tema dell’efficacia dell’azione educativa.
Da insegnante e da genitore mi sembra profetico a proposito quanto alcune menti acute e brillanti come Umberto Galimberti evidenziano ormai da anni: la scuola deve arrestare la rincorsa alla tecnologizzazione e alla misurazione economicistica della performance per riappropriarsi della dimensione relazionale e della centralità della persona umana, dei suoi sentimenti e valori, oltre che del sapere oggettivo.
Dai racconti allucinanti del crimine che ha strappato alla vita Thomas, tanto efferato quanto sconvolgente, emergono purtroppo inquietanti conferme di giovani incapaci di “sentire” la sofferenza dell’altro, di entrare in empatia con il proprio simile e di avvertire il disvalore etico di una condotta che offende il prossimo.
Tanto riguarda sia gli autori del misfatto sia chi ha assistito al massacro con inaccettabile impotenza e indifferenza, abbandonando, e gli uni e gli altri, un corpo morente e straziato, senza percepire alcuna emozione, e dunque senza la consapevolezza che stavano lasciando morire uno come loro, uno di loro, una persona, un fratello, non un semplice corpo!
Se la famiglia spesso non riesce ad aiutare i giovani a guardarsi dentro, a guardare l’altro come parte di sé ed a percepirsi come attori di un comune destino, la scuola di oggi, dal canto suo, a cosa e come educa? Di qui l’allarme di alcuni pensatori avveduti che hanno colto i pericoli di una deriva pedagogica incentrata sul molok della prestazione e della tecnologia.
La soggettività e l’educazione al sentimento, troppo poco coltivata all’interno di percorsi didattici volti al sapere e al “saper fare”, dovrebbe diventare il tema di un vero e proprio ripensamento dall’educazione, che metta al centro il “saper essere”.
Forse si è creduto di migliorare la qualità dell’istruzione, e quindi della società, moltiplicando le competenze scientifico-strumentali, senza accorgersi che si stavano progressivamente erodendo gli spazi di riflessione e auto-comprensione.
La marginalizzazione di discipline come la letteratura (le cui ore negli anni sono diminuite sia alle Medie sia alle Superiori), dimostra la scarsa consapevolezza dell’importanza della narrazione e della narrativa, che sono invece ancor più fondamentali in un contesto dominato dalla tecnica e dalla tecnologia, in quanto abituano chi ne fruisce ad entrare dentro le storie altrui (i personaggi), traendone emozioni e percorsi esistenziali che lo rendono più capace di elaborare quelli propri. È solo un esempio ovviamente!
Di certo occorre prendere le distanze da un sistema formativo basato sulla misurazione del sapere (con le mappe e con i test), poiché funzionale ad una formazione utilitaristica asservita al mercato.
Se poi invece questo vogliamo dalla scuola, allora non mettiamoci in crisi difronte a vicende aberranti come quella di Pescara. Ignorare che queste storie ci restituiscono la crisi di modelli educativi, parziali e poco efficaci, è forse solo una via di fuga dalla realtà. Continuo a ritenere che sbaglia di grosso chi si tira fuori pensando di non essere minimamente attinto da un evidente fallimento, perché laddove irrompe così vicino a noi l’assenza di umanità, ciascuno di noi ha in qualche modo contribuito a quell’assenza!





