LONDRA – “Forse ci si poteva aspettare qualcosa in più complessivamente. Di sicuro, è mancato il nuoto nel medagliere. Siamo questo, una naziona con poca cultura sportiva, ma con grande bravura negli sport di derivazione militare e nei combattimenti con le mani. Bicchiere a metà, dove doveva essere”.

Anche la firma di Maurizio Crosetti ha segnato l’Olimpiade London 2012.

Il giornalista torinese, che ha da poco pubblicato ‘Giochiamo ancora’, libro scritto insieme al  campione e leggenda della Juventus Alex Del Piero, è stato uno degli inviati di Repubblica ai giochi olimpici.

AbruzzoWeb lo ha intervistato divanetto ‘volante’ nei corridoi del quarto piano del Queen Elizabeth II Centre, quartier generale italiano a Westminster.

Si parte dallo stupore “sempre positivo”, Crosetti ha gioito per le medaglie dell’Italia che non ti aspetti, o quelle dell’Italia “che fa sport lontano dai clamori, lo stesso sport praticato dai nostri figli senza pensare a finire nei titoloni dei giornali”.

Per arrivare, giudizio dopo giudizio, a toccare i nostri nervi scoperti: calcio e politica, o politica e calcio, mentre in Italia infuria il calcioscommesse e al Queen Elizabeth II si rivede il vecchio Franco Carraro, uno di quelli che contano sempre, uno di quelli mai veramente affondato.

“Bellissime le prestazioni di Josefa Idem, direi il simbolo della nostra Olimpiade – dice Crosetti al nostro giornale – e anche di Martina Grimaldi. Nei giorni dello scandalo doping di Alex Schwazer, ci dicono che esiste un altro modo, puro, di intendere lo sport”.

La fermiamo subito. Partiamo da un futuro che non c’è: London 2012 sì, Roma 2020 no. Deluso anche lei come tanti del ‘giro’, vedi Petrucci?

Tutti hanno capito che sarebbe stata un’impresa eccessiva per le nostre forze. Speriamo che l’Italia del 2020 ci smentisca e ci dica che abbiamo fatto male a rinunciare alla candidatura olimpica. Magari, chissà, sarà un’Italia floridissima, perfettamente funzionante, anche se è un po’ difficile pronisticare tutto questo.

Servono tanti soldi per fare bene nello sport? Non si fa altro che parlare di quattrini che non ci sono.

Pensiamo agli sport che si reggono sulle forze armate, quelli dei professionisti di Stato, gli atleti con le stellette a stipendi non da professionisti. Almeno hanno uno stipendio sicuro e la garanzia di avere tempo e tranquillità per preparasi alle imprese sportive. Anche le ‘farfalle’ della ginnastica ritmica sono quasi tutte arruolate nell’aviazione. Possono fare sport.

Se mancano le occasioni per investire…

A volte, le grandi manifestazioni come le Olimpiadi sono un’arma a doppio taglio. La Grecia sta ancora pagando le Olimpiadi del 2004. Altre volte, rappresentano un segno di grande sviluppo, come i giochi invernali di Torino 2006, che è stato anche un importante messaggio pubblicitario, anche se non mi piace la parola, per una città altimenti ignorata negli itinerari turistici italiani degli stranieri. Spero che le occasioni di investimento per lo sport non restino legate ai grandi eventi. Serve una nuova distribuzione delle risorse, per cui imprenditori privati e aziende pubbliche credano nello sport non solo perché c’è un Mondiale o un’Olimpiade da organizzare.

Quella britannica le è sembrata un’edizione blindata?

Questa è stata la sesta Olimpiade che seguo da giornalista. Nella mia Torino non ci sono stati problemi di sicurezza, ma ricordo Atlanta ’96 e anche le altre, tutte organizzate con la paura del terrorismo e minacce di vario genere. Ad Atlanta la bomba arrivò, fu un pazzo, morirono due persone. Al di là della sicurezza, Londra, a mio avviso, non si è rivelata una città che si trasforma nello spirito per le Olimpiadi. Forse non ne ha bisogno, perché è una città già piena di tutto.

L’Italia dei ‘pastrocchi’ calcistici è sempre lì, imperterrita. Cambiato qualcosa da Calciopoli in poi? L’ex capo del Coni e del Calcio Carraro è passato anche qui a Londra, sembrava non avesse alcun problema.

Semmai, è peggiorato. Questo giro di scommesse è addirittura più ampio di quello che sembra. Su tutte, manca la volontà di cambiare. Non sono cambiati i dirigenti del nostro calcio, come negli altri settori-chiave italiani. Il calcio, in questo, è il perfetto specchio dell’Italia che non cambia mai. Non alleviamo talenti, insomma, ci manca una ‘cantera’ dei dirigenti. Quelli che hanno il posto, se lo tengono ben stretto e non hanno nessuna voglia di allevare chi potrà ‘fregarglielo’.

Adriano Galliani disse ‘quanti trofei ha vinto il giardino d’infanzia dell’Arsenal?’, riferendosi alla necessità di acquistare campioni affermati, gente che sa già vincere. Con il Barcellona, sembrano cambiati i tempi.

Quella fu una brutta frase a prescindere dalle smentite del Barcellona. Se si pesano le qualità soltanto alla luce delle vittorie, che l’Arsenal comunque ha ottenuto, allora si dà ragione a chi ha scritto sul colletto della maglia ‘vincere non è importante, è l’unica cosa che conta’. Se qualcuno ama lo sport e lo ‘frequenta’, sa benissimo che è l’esatto contrario. Al massimo livello dello sport mondiale, vincere non è l’unica cosa che conta.

E premiare chi prende quattro sberle in una finale degli Europei di calcio?

L’Italia ha giocato un buonissimo Europeo, crollando in finale per stanchezza e contro una squadra fenomenale. Se c’è un problema, riguarda la mancanza di progetti e altre mancanze che si ripetono. In questo quadro, essere una delle prime dieci nazioni sportive al mondo è quasi un miracolo, se si pensa a come è combinata l’Italia.

Possiamo guardare con fiducia a Rio 2016 ripensando a London 2012?

In alcuni sport c’è la necessità di formare le nuove generazioni. Conservare in naftalina dei campioni per paura di formarne e proporne degli altri può fare male.