L’AQUILA – Nell’Alta Valle dell’Aterno è anche emergenza per il bestiame che mette in ginocchio commercianti ed allevatori: sono centinaia gli animali morti nei crolli delle stalle, mentre le numerose attività produttive e quelle commerciali collegate sono in panne nei comuni aquilano di Campotosto, Capitignano e Montereale, ricoperti da metri di neve ed epicentro del sisma di mercoledì scorso.
Sono state colpite le aziende La Mascionara, Antonelli e Rascelli che si trovano nel comune di Campotosto: a Poggio Cancelli, nella stalla dell’azienda agricola Rascelli Emidio, è morta almeno una trentina di pecore.
E almeno una trentina di bovini è morta in località Porcinari, sulla statale 80 verso Ortolano, della azienda agricola Antonelli Massimo.
“Ora che abbiamo liberato o raggiunto le persone – spiega il consigliere regionale aquilano del Partito democratico, Pierpaolo Pietrucci – bisogna pensare a raggiungere stalle e capannoni”.
Oggi in alcune strutture, anche alcune crollate e con bestame morto, hanno operato forestale e carabinieri.
“Purtroppo – spiega Rinaldo D’Alesio dell’azienda agricola La Mascionaria di Campotosto, che ha raggiunto solo oggi a causa della neve i 6 addetti da cui non aveva più notizie da ieri – per gli allevatori di questa zona, le cose si sono messe malissimo. Ci sono stalle crollate ovunque, con animali morti sotto il peso di neve e tetti. Siamo stati dimenticati dalle istituzioni, l’unica persona che si è interessata a tutti noi ed è venuta a sporcarsi le mani per aiutarci è il consigliere regionale Pietrucci”.
“Una turbina era ferma ad Arischia, è della Valtellina ed è arrivata solo ieri”, lamenta D’Alesio, per il quale ora comincia la conta dei danni.
E qui arriva l’accenno polemico: “Il discorso è più ampio di quello dei danni – tuona -. Sono presidente del Consorzio Pecorino amatriciano, quattordici aziende in tutto, nato nel 2014, dunque qualcosa che è nato prima del sisma di Amatrice del 2016 e non dopo per ‘approfittare’ della situazione: ebbene, le cose stanno andando malissimo, il progetto va avanti ma con estrema difficoltà, perché non ci sono tutele, non c’è attenzione da parte di chi dovrebbe aiutarci. E poi, l’Unione Europea, con delle regole assurde, ci considera come fossimo la Parmalat e applica delle regole, dei disciplinari per noi impossibili”.
C’è anche la minaccia di lasciare: “Se questo è il quadro e non cambia, ce lo dicano chiaramente. Noi qui viviamo del nostro lavoro, se ci tocca chiudere è bene saperlo, – conclude – così possiamo andare via e investire altrove”.






