TERAMO – “Trema la terra n’ghë tànde furore, trema la terra, nën sacce pecchè. Trema la terra, fa tande rumore, fa tande rumore, nën sacce pecchè. Trema la terra, fa tande rumore, forse è nu sognë, ma che sognë a è?!”

Parole orgogliosamente in dialetto teramano, nel ricordo del terremoto del 2016, ferita ancora viva, nelle macerie e nel silenzio di tanti piccoli paesi e nell’anima delle persone, a cominciare da quelle a cui il destino ha riservato di vivere  gli anni migliori da sfollati, nel dubbio amletico se restare o andare via. Sono le parole di una canzone dei Lagabrigante, “Trema la terra”, stesso nome di  un progetto musicale, a firma di un giovane gruppo che ha inteso riscoprire vivificare la grande civiltà del saltarello, la vera musica popolare dell’entroterra abruzzese, come lo è la pizzica per il Salento, o la tammurriata per la Campania, ma molto meno conosciuta. Canzone che per ora resta un video, da vedere a distanza, a casa, senza promiscuità e assembramenti. Visto che con l’avanzare della quarta ondata della pandemia, anche in questo periodo natalizio, sono state annullate tutte o quasi le feste, i veglioni e i concerti. Compongono il gruppo assieme a Stefano De Dominicis, Francesca Di Sante, voce, Marco Pomanti, fisarmonica, Edolo Ciampichetti, batteria, Luca Quintigliani, al tamburello, Lorenzo Marcozzi, basso elettrico, Valerio Valerii, voce e chitarra. Nel brano Trema la terra la voce femminile è di Laura Del Ciotto e il tamburello è di Francesco Angelozzi

Talentuoso fisarmonicista, organettista e zampognaro dei Lagabrigante, è Stefano De Dominicis, 30enne di professione operaio, di Torricella sicura, in provincia di Teramo il cui territorio è stato duramente colpito dal sisma del 2016-2017 e solo da un anno a questo parte si sono visti finalmente i cantieri della ricostruzione. E poi, piove sempre sul bagnato, è arrivata la pandemia, a negare quella socialità, quello stare insieme, che per chi è rimasto era ossigeno, la vera medicina,  motivo di restare, nonostante tutto nella loro terra.

Compongono il gruppo assieme a Stefano De Dominicis, Francesca Di Sante, voce, Marco Pomanti, fisarmonica, Edolo Ciampichetti, batteria, Luca Quintigliani, al tamburello, Lorenzo Marcozzi, basso elettrico, Valerio Valerii, voce e chitarra. Nel brano Trema la terra la voce femminile è di Laura Del Ciotto e il tamburello è di Francesco Angelozzi

“Per un gruppo come il nostro che si esprime al meglio dal vivo è stato un duro colpo – spiega Stefano -. E anche ora le serate che avevamo sono state cancellate, e comunque viene meno la motivazione, l’entusiasmo. L’aspetto positivo, almeno quello, è che abbiamo sfruttato questo lungo stop per concentrarci su un lavoro più teorico, quindi di scrittura, di ricerca, su riflessioni legate al progetto musicale, al suo senso e significato”.

E oltre la pandemia, il pensiero e la riflessione non potevano che tornare al terremoto, che ha segnato un prima e un dopo.

“La nostra esigenza è quella di dare una nuova veste a questi brani con arrangiamenti che si ispirano a generi più contemporanei – spiega Stefano -.  Il lavoro inizia dai testi, scritti per la maggior parte in dialetto, lingua che permette una stesura semplice e diretta, come la nostra musica, che mette in risalto le parole con sonorità che disegnano quel panorama che immaginiamo ascoltandole. Il repertorio prevede brani  tipici delle tradizioni paesane e del canto corale, due realtà molto forti nel territorio. Nelle varie ricerche svolte abbiamo conosciuto Carmine D’Alonzo, autore di diversi brani presenti nel nostro repertorio e che ha scritto i testi di Trema la terra, che racconta quel turbinio di emozioni che si provano durante quei brevi ma interminabili istanti. Il brano narra di un risveglio in piena notte, un risveglio troppo confuso per capire se è un sogno o realtà, e della presa di coscienza vedendo poi il disastro strutturale e sociale tutto attorno. Se pur il brano sembri contemplare il dolore e la disperazione in realtà vuole essere un inno alla vita, il fatto stesso che si riesce a vedere quello che è successo, se puoi cantarlo e raccontarlo, significa che sei vivo”.

Il video di questo brano è stato girato a Civitella del Tronto, dal regista Daniele Forcucci e spiega Stefano,  “non a caso abbiamo scelto come cornice la fortezza,  che rappresenta un simbolo di resistenza nel tempo contro le calamità naturali e guerre civili. Resistenza che ritroviamo in quelle persone che hanno vissuto il terremoto, persone che affrontano difficoltà personali legato a questo spaccato di storia abruzzese”.

Il terremoto spiega ancora De Dominicis “è stato un evento che ha messo in moto una serie di dinamiche umane che solitamente non mancano ma che in questo caso sono venute fuori in maniera esplicita. Inevitabilmente ci siamo movimentati tutti per dare una mano a chi aveva bisogno. Questo mi ha fatto capire che è importante immaginarsi un futuro qui, senza per forza pensare di doversene andare. E’ importante entrare in intimità con il nostro tessuto sociale e capire cosa ci insegna, e cosa noi possiamo dare. Musicalmente parlando forse è proprio questo il motivo per cui ho l’esigenza di dare nuova luce a brani che non fanno parte della mia generazione”.

Motivo per restare è insomma anche l’amore della musica popolare, così legata, indissolubilmente alla terra teramana.

“Si vivono le tradizioni in maniera diversa, una volta si faceva per necessità, oggi alcuni riti vengono fatti rivivere anche per folklore ma l’organetto è uno strumento ormai legato alla cultura teramana, e non solo –  racconta ancora Stefano -. Se invece si prende in esame quella che è la riproposizione della musica tradizionale, lì qualcosa sta cambiando. Si prova ad inserire strumenti e suoni che non fanno parte di quella cultura, ci si prova…e ci si riesce anche! Già negli anni ’80 i Re Niliu avevano contaminato la musica tradizionale calabrese con il rock che caratterizzava quel periodo storico facendo un lavoro che suona moderno ancora oggi. Ogni anno al concorso Andrea Parodi si presentano gruppi di diverse nazionalità che hanno questo stampo, e gli strumenti elettrici sono messi a servizio della rievocazione storica. Si ha sempre paura che la musica popolare scompaia, ma sono convinto che questo non stia succedendo, perchè in fondo che la portiamo nel cuore, è parte di noi”.