MOZZAGROGNA – Ci sono storie che scivolano via silenziose, nascoste tra le pagine del tempo. Poco appariscenti, per alcuni. Apparentemente ortodosse, per altri. Eppure sono connaturate di un fascino intrinseco, romanzi ancora da completare, spaccati di vita che chiedono di essere raccontati. Ma lo fanno sottovoce, con garbo e dolcezza, quasi a non voler disturbare. Sono storie di memoria e insegnamento, di dolori e sacrifici, di cadute ardite e di risalite, come qualcuno cantava. E oggi, chi era presente all’Università D’Annunzio di Chieti, è potuto entrare in contatto con una di queste.
L’Ordine dei farmacisti della provincia teatina ha reso omaggio a Bianca Valentini, 96 anni, titolare dell’omonima farmacia di Mozzagrogna.
Per lei, una medaglia che sa di premio alla carriera. Un tributo a una donna che, lontano dalle luci della ribalta, ha saputo ritagliarsi un posto nella storia del suo territorio.
Come spiegato da Livio Antenucci, presidente dell’Ordine dei farmacisti della provincia di Chieti, erano 25 anni che non si faceva questa cerimonia.
“La medaglia ‘alla professione’ è un riconoscimento ai colleghi che hanno superato i quarant’anni d’iscrizione al nostro Ordine – ha detto – C’è anche chi è andato oltre, come la dottoressa Valentini, che è iscritta da ben 72 anni. Persone come lei mantengono alto il nome dell’Ordine con il loro impegno costante e i sacrifici fatti finora. Nella medaglia si vede in primo piano il caduceo, simbolo della categoria, con alle spalle la Majella esattamente nel modo in cui si vede da Chieti, poi sulla sinistra un trabocco stilizzato e a destra il cavaliere Achille. È realizzata in peltro, stampata sulla pregiata carta di Amalfi”.
La signora Valentini nasce quando il mondo è ancora bianco e nero. Vede passare davanti ai suoi occhi il peso della guerra, l’inizio della ricostruzione, il miracolo economico, il ’68 con le sue speranze, gli anni difficili del terrorismo, poi l’arrivo del nuovo millennio con i suoi ritmi che non concedono tregua. Ma lei, in mezzo a tutto questo, è rimasta fedele a un’idea semplice e chissà, forse antica: quella che la vita, quando la guardi negli occhi e non abbassi lo sguardo, può sorprendere.
Nonna Bianca non ha attraversato la storia da spettatrice, ma ci è entrata dentro come fa chi non ha nulla da perdere e tutto da costruire. Ha visto l’Italia mutare pelle decine di volte, ha vissuto lutti tremendi, rinascite, rivoluzioni sociali, cambiamenti che avrebbero potuto piegarla. Con quello sguardo che oggi porta il peso di mille ricordi, ma con la lucidità di un cuore ancora in cammino, è rimasta lì, in piedi, presente, stoica, come quelle querce secolari che trovi in mezzo ai campi e che non si capisce come facciano a reggere ancora, dopo tutto quel vento.
Chissà, forse non c’era posto migliore di Mozzagrogna per custodire un’anima così delicata. Un paesino che, a volerlo guardare con occhi sognatori, sembra uscito da un romanzo d’inizio Novecento. Sito su una collina che affaccia sulla costa dei trabocchi, porta con sé lo stesso stupore con cui un bambino osserva il mare per la prima volta. I suoi abitanti sono cullati dai ritmi lenti del tempo che fu, da quella convinzione che progresso e tecnologia non sempre rappresentano valori aggiunti ma che, spesso, tendono a farci dimenticare quei principi di una volta, dai più citati ma da pochi ormai difesi. E Dio solo sa quanto avremmo bisogno di ritrovarli.
È lì, tra quelle vie che si colorano di rosa al tramonto, che nonna Bianca ha piantato il suo sogno. Nonna, sì. Perché non è tale solo per i suoi nipoti, ma per tutti noi. Perché una nonna è un patrimonio umano da tutelare e difendere, da viziare e coccolare. Perché scrigno di una vita unica. Retaggio di ciò che non tornerà più. Memoria per ciò che potrà ancora essere. Partita dalle case popolari, ha messo insieme risparmi che non erano soldi ma sacrifici, rinunce, mattine lunghe e sere corte.
E quando finalmente ha potuto permetterselo, assieme al marito Evaristo, ha comprato un piccolo appezzamento di terra e ci ha costruito su una farmacia che non era solo un luogo di lavoro, ma un’estensione della sua anima. In quel negozio, che oggi porta ancora il suo nome, la vita scorreva con una grazia tutta sua: la figlia Marina che imparava l’arte della cura al suo fianco, accudendola e lasciandosi accudire al tempo stesso; la nipote che correva tra gli scaffali, che affondava le mani nei barattoli delle Zigulì e delle Galatine, e ogni volta che riceveva una caramella, riceveva anche una carezza, di quelle soffici e leggere che solo le nonne sanno elargire. Che restano addosso per tutta la vita, perché il calore della mano di una nonna non può essere dimenticato.
Bianca ha insegnato molto senza mai voler fare la maestra. Ha insegnato che il lavoro è importante, sì, ma non più della famiglia. Ha insegnato che credere in sé stessi non è un atto di ego, ma di speranza. Ha insegnato che i sogni, se sono condivisi, diventano più forti. E soprattutto ha insegnato che la grandezza sta nelle cose semplici: una tavola apparecchiata, una giornata che scorre piano, un abbraccio che non chiede nulla in cambio. Il dolore, certo, non l’ha risparmiata. Le sofferenze le ha conosciute per davvero. Eppure, guardandola oggi, ti accorgi che quella pelle segnata da cicatrici invisibili, è ancora luminosa. Perché chi ha sofferto così, porta sulle spalle non solo la propria forza ma anche quella di chi non c’è più. Quella dell’amato marito, Evaristo, che oggi, da lassù, l’osserva fiero e orgoglioso.
E allora, dottoressa Valentini, si goda questo giorno. Perché certi premi non sono medaglie da cucirsi sul petto ma abbracci di un’intera comunità che ha compreso il suo valore. Sono la conferma che una vita vissuta con dignità, dolcezza e coraggio non smette mai di stupire. Anche a novantasei anni, sì. Grazie, signora Bianca. Nonna Bianca. Perché ci ha ricordato, una volta di più, che le storie più grandi nascono sempre dalle mani più umili.






