L’AQUILA – “Ho conosciuto Umberto Eco quando ero un giovane laureato, al Centro studi semiotici e cognitivi che organizzava a San Marino. In occasione dell’incontro con Willard Quine, pensò bene di portare tutti in discoteca, al Bandiera Gialla di Rimini, è sempre stato eclettico e la conosceva: immaginate 50 filosofi più o meno noti mentre vivono un senso di spaesamento stratosferico. Qualcuno tentò di buttarsi in pista, gli altri si ritirarono nell’angolo meno rumoroso, a parlare comunque di filosofia”.
All’indomani della morte a 84 anni del celebre semiologo, filosofo e scrittore, questo è solo uno degli aneddoti di Simone Gozzano, romano, 54 anni, dal 1997 docente dell’Università dell’Aquila dove, dal 2013, dirige il dipartimento di Scienze umane, la vecchia facoltà di Lettere.
Tanti anni di conoscenza personale, un solo rammarico: quello di non essere riusciuto a portarlo nel capoluogo per un evento pubblico negli ultimi vent’anni.
Il ricordo di Eco dopo la morte è doloroso, sì, ma non triste. “Ha costruito la semiologia a 360 gradi, ma tra le altre cose aveva anche una passione e una conoscenza incredibile dei fumetti”, ricorda, anche in riferimento al saggio Apocalittici e integrati.
“A tavola faceva un gioco, ‘Chi ha disegnato chi’ – svela – sceglieva una persona qualunque e immaginava chi potesse esserne il disegnatore. Con quella capacità enciclopedica, trovava un autore calzante per ognuno”.
I ricordi migliori per il prof sono quelli di San Marino, “in una Università microscopica riusciva a far arrivare in Italia i più grandi filosofi del linguaggio e semiotici del mondo, e per noi questi incontri erano fondamentali”.
“Ha sempre cercato di mostrare come la cultura italiana potesse essere considerata di livello alto in Europa e nel mondo – prosegue Gozzano – integrando aspetti alti e bassi della cultura e mostrando che il concetto di semiosi è illimitato: qualunque cosa è un segno che va analizzato e affrontato con un’analisi rigorosa”.
Di recente Eco ha bollato i social network come Facebook, frequentati da miliardi di persone.
“C’è quella frase celebre, ‘Danno voce a qualunque imbecille’. C’è che Eco ha sempre rivendicato un aspetto etico della funzione intellettuale, mentre i social sono all’opposto: puoi parlare non assumendoti l’onere etico di quello che dici, la butti là e questo non va bene”, conclude.



