L’AQUILA – Il famigerato Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per la sanità continua ad essere invocato da più parti, per aprire, ancor di più, la strada a un ulteriore rafforzamento del meccanismo disciplinante basato sul ricatto del debito.
La propaganda degli europeisti continua a seminare un ingiustificato ottimismo. Il meccanismo per cui siamo in presenza di un’Europa concorrenziale, quindi non coesa e solidale è sempre dominante e mortifera. E su questo modo di pensare e di vivere la richiesta dei 37 miliardi a titolo del Mes si fa pressante, incondizionata. Bisogna pur aggiungere che tale somma corrisponde a quei tagli effettuati negli ultimi 10 anni in tema di sanità.
Questa operazione di dividendo nel corpo importante della salute ha corrisposto a quanto chiedevano con la famosa lettera del 2011 Jean-Claude Trichet e Mario Draghi. Quest’ultimo viene addirittura invocato da “qualcuno” come “salvatore”, e quel “qualcuno” fa parte di una mediocre classe politica, che per anni ha invocato il vincolo esterno per giustificare i massacri sociali. E anche dalle parti del Nord Italia, che si è visto sempre superiore, oggi, di fronte alla doppia crisi economica e finanziaria esplosa con la gestione dell’emergenza Covid-19, c’è chi vuole Draghi.
Perché le politiche deflattive devono continuare. L’export di stampo teutonico pure. Ma se non avessimo tagliato alla sanità, così come ad altri settori del nostro welfare, oggi non saremmo qui a piangere lacrime di coccodrillo. Guarderemmo, al contrario, agli impietosi dati di Giancarlo Blangiardo, presidente dell’Istat, ha scelto l’analogia bellica per dare forza emotiva al fatto che ormai i morti superano i nati. E un Paese così vecchio non ha prospettive, mentre le élite che si vogliono autorevoli e raffinati insistono sui meccanismi ricattatori e debitori del Mes e del Recovery Fund. Le stesse risorse stanziate tramite il Next Generation Eu (Ngeu), noto in Italia come Recovery, a fronte dei pochi soldi prestati, e tuttavia con condizionalità, in termini di riforme fortemente volute dai “falchi” europei hanno un impatto modesto in termini di Pil, appena lo 0,3 per cento nel 2021. Meno di quanto farà la politica economica nazionale.
Inoltre, c’è da mettere in conto che dovremmo rivedere la ormai cronica deficienza degli investimenti pubblici, senza i quali scarseggiano del tutto quelli privati. Viceversa, per la ricostruzione dell’Italia nel secondo Dopoguerra l’enorme investimento pubblico fece da traino per quelli privati. Solo una politica di pianificazione potrà portarci fu da questa crisi profonda. La scelta, inevitabile, è “piano” contro “mercato”.
*esponente aquilano del movimento EuroStop





