TERAMO – Nella partita fra Salvatore Parolisi e la procura di Ascoli Piceno, che lo accusa dell’omicidio della moglie Melania Rea, i difensori del caporalmaggiore dell’Esercito calano una nuova carta: una richiesta di incidente probatorio, depositata oggi nell’ufficio del Gip, “per accertare davanti a un giudice terzo, luogo, ora e dinamica dell’omicidio di Melania”.

“Dimostrando – così hanno spiegato gli avvocati Valter Biscotti e Nicodemo Gentile – che Parolisi non teme la verità, al contrario la cerca” e con la formula dell’atto irripetibile in contraddittorio, che avrebbe valore di prova in un processo: tutto ciò al netto del “linciaggio mediatico” piovuto sul militare, che proprio la prossima settimana, esaurito il periodo di licenza, dovrebbe tornare in caserma, al 235/o Rav Piceno, forse con una nuova mansione.

Una mossa difensiva studiata contestualmente alla scelta tecnica di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande dei pm nel primo interrogatorio reso da Salvatore come indagato a piede libero, il 24 giugno scorso.

Difficile che il Gip accolga la richiesta, visto che la procura (che ha due giorni di tempo per presentare le proprie osservazioni) verosimilmente si opporrà, argomentando di essere in attesa del deposito formale di tutti i principali accertamenti ordinati nell’ambito dell’indagine: l’autopsia, i rilievi dei carabinieri del Ris e dei Ros su un centinaio di reperti sequestrati e sul traffico telefonico di vittima e indagato.

Di certo dirà no il difensore dei familiari di Melania, l’avvocato Mauro Gionni, secondo il quale la richiesta “è legittima ma inutile: la Procura ha già disposto tutti gli accertamenti richiesti, e l’anatomopatologo sta concludendo la relazione sull’autopsia”.

Ma, anche se nessuno lo conferma, l’affondo del tandem Biscotti-Gentile può sottintendere anche altro: “Sono io, l’indagato, che chiedo ad un giudice imparziale di cercare la verità su come è stata uccisa mia moglie e chi l’ha fatto, non voglio scappare o inquinare le prové”.

I due rischi, oltre all’eventuale pericolosità sociale, che possono motivare una richiesta di custodia cautelare.

L’istanza dei difensori suona anche come una critica implicita all’operato degli inquirenti, se fosse vero che sospettavano del caporalmaggiore fin da subito ma lo hanno indagato solo due mesi dopo il delitto, il 21 giugno, dopo tre lunghissimi interrogatori come persona informata sui fatti, e dopo l’esame autoptico su Melania, del quale Parolisi era stato sì informato in quanto parte lesa, ma non essendo indagato, non aveva ritenuto di nominare un legale né un consulente.

Ad ogni modo le strategie della difesa non sembrano turbare magistrati e investigatori, che continuano a lavorare come ogni giorno, da quando, il 20 aprile, Melania è stata ritrovata morta nel bosco delle Casermette, a Ripe di Civitella del Tronto (Teramo).

Se la consegna della relazione del medico legale Adriano Tagliabracci sembra slittare ancora, forse alla prossima settimana, i carabinieri raccolgono nuove testimonianze sulla vita della coppia e nell’ambiente di lavoro del militare.

Sullo sfondo, resta il nodo della competenza territoriale dell’inchiesta, che passerà alla procura di Teramo solo se il perito indicherà senza margine di dubbio che Melania è stata ammazzata nel Bosco delle Casermette.