TERAMO – Tre indagini per scoprire chi è il complice del delitto di Ripe di Civitella (Teramo), che sarebbe tornato sul luogo del delitto per deturpare il cadavere di Melania Rea.
Secondo la procura di Teramo il complice si nasconderebbe in caserma, tra i colleghi di Salvatore Parolisi. È proprio nella caserma di Ascoli, infatti, che stanno indagando anche la procura militare e una commissione disciplinare interna.
Dell’esistenza di un complice parla anche il giudice Giovanni Cirillo nell’ordinanza di custodia cautelare contro il caporalmaggiore. “L’unico modo – si legge nell’ordinanza – che Parolisi può aver avuto di incaricare qualcuno a ‘completare l’opera’, al fine di sviare le indagini che si stavano stringendo attorno a lui”.
In caserma il procuratore di Teramo Davide Rosati ha ascoltato un maresciallo molto vicino a Parolisi e ha parlato a lungo con il nuovo comandante.
Intanto, nella casa dei coniugi Rea a Folignano, è stata scoperta l’impronta di un tacco di scarpa da uomo con macchie ematiche. Se il sangue dovesse essere di Melania, sarebbe la prova mancante che accusa definitivamente Parolisi.
LA PROCURA MILITARE SENTIRA’ LE SOLDATESSE DI ASCOLI
“Numerose” reclute della caserma “Clementi” di Ascoli Piceno, sede del 235° Reggimento ‘Piceno’, verranno presto convocate dal procuratore militare di Roma, Marco De Paolis, nell’ambito dell’inchiesta aperta sui fatti emersi dopo l’omicidio di Melania Rea.
Lo ha detto all’Ansa lo stesso procuratore, precisando che “non si tratta di un’inchiesta su Parolisi (il caporalmaggiore istruttore arrestato con l’accusa di aver ucciso la moglie Melania Rea, ndr), ma su ciò che sarebbe avvenuto all’interno della caserma, sui rapporti tra superiori e inferiori”.
“Vogliamo approfondire alcune circostanze emerse finora – aggiunge De Paolis – per stabilire se sono raffigurabili reati”.
Uno su tutti, quello previsto dall’articolo 146 del codice penale militare di pace: “Minaccia a un inferiore per costringerlo a fare un atto contrario ai propri doveri”, punito con la reclusione militare fino a cinque anni.
La procura militare, in sostanza, vuole capire se da parte di uno o più istruttori siano state attuate minacce nei confronti delle reclute anche per indurle, nel caso specifico, a intrattenere relazioni o avere rapporti di natura sessuale.
Il procuratore militare De Paolis ha già acquisito nell’ambito dell’inchiesta numerosa documentazione, fatto sopralluoghi, sentito alcune persone, tra cui i vertici della caserma, ma l’indagine entrerà nel vivo nei prossimi giorni con l’ascolto di diverse soldatesse che hanno svolto il periodo di addestramento ad Ascoli Piceno e che dovranno riferire sul comportamento adottato nei loro confronti dagli istruttori.
Il fascicolo processuale è, allo stato, senza indagati.
LEGALI PAROLISI: “AMICI LO SPIAVANO, NEGATI DIRITTI DIFENSIVI”
Parolisi è stato fin da subito “spiato da alcuni amici”, che ne hanno “registrato le conversazioni per poi consegnarle agli inquirenti”, con una “palese violazione dei diritti difensivi minimi”.
È quanto affermano in una dichiarazione congiunta i due difensori del caporalmaggiore, gli avvocati Nicodemo Gentile e Valter Biscotti, che ieri hanno depositato a Perugia, dove si trovano, l’istanza di revoca della misura cautelare del loro assistito, riservandosi di consegnare al Tribunale del Riesame dell’Aquila, cui la richiesta è indirizzata, una memoria difensiva di accompagnamento.
“Parolisi – dicono gli avvocati Gentile e Biscotti – ha appreso con forte dispiacere e delusione che già a partire dai primi giorni della scomparsa di Melania, alcune delle persone che gli giravano intorno, fingendo vicinanza, lo spiavano e lo osservavano in tutti i movimenti, registrandone addirittura le parole, per poi, da investigatori aggiunti, consegnare in tempo reale il risultato delle loro attività agli inquirenti”.
“Questa circostanza – continuano i legali – conferma il dato che Parolisi da subito è stato trattato come un indagato di fatto, un presunto colpevole in un’indagine con metodo sospettocentrico, con una palese violazione di quei diritti difensivi minimi, insopprimibili, che devono essere invece riconosciuti ad ogni persona e ad ogni indagato”.





