L’AQUILA – È quello dell’aquilano Franco Marini il nome su cui Partito democratico e Popolo della libertà hanno trovato l’intesa per la successione di Giorgio Napolitano al Quirinale.

Sarà proprio l’ex sindacalista originario di Pio delle Camere (L’Aquila) che il Pd, Pdl e Scelta civica cercheranno di eleggere oggi, primo giorno di votazioni.

Marini non ha raggiunto il quorum per l’elezione del presidente della Repubblica. A scrutinio ancora in corso i voti che non sono andati a Marini hanno superato quota 335. A questo punto Marini non può più raggiungere la maggioranza dei due terzi, pari a 672 su 1007 grandi elettori.

PD SPACCATO SUL NOME DI MARINI

L’annuncio è stato dato ieri dal leader del centrosinistra, Pier Luigi Bersani, all’uscita delle riunione dei gruppi parlamentari democrat: “la candidatura di Franco Marini è quella che è più in grado di realizzare le maggiori convergenze”.

Il nome di Marini per il Colle ha spaccato il centrosinistra. Nel corso di un’assemblea al teatro Capranica Sinistra e libertà ha lasciato la discussione mentre Matteo Renzi, sindaco di Firenze, che aveva già bocciato Marini qualche giorno fa, lo ha ribadito ieri sera alla trasmissione Le Invasioni Barbariche, definendo la sua eventuale elezione “un dispetto al Paese”.

Proprio su questo, oggi è arrivata una breve dichiarazione dello stesso Marini: “È una battaglia dura e spero si possa fare bene. L’augurio è che il mio partito possa ritrovare una forte unità oggi”.

Agli amici abruzzesi più stretti ha detto: “Sono in corsa e me la gioco fino in fondo”. 

Durante la votazione è stato raggiunto telefonicamente dall’Ansa e ha dichiSto lavorando, ho molto da fare, non si puo’ parlare ora’, prima di declinare cordialmente ogni invito a proseguire la conversazione.

Altro nome forte in campo è quello di Stefano Rodotà, per cui anche parte dell’opinione pubblica si sta mobilitando.  L’ex garante della privacy, lanciato da Beppe Grillo dopo la rinuncia della giornalista Milena Gabanelli e di Gino Strada, è ben visto anche da Sel e dai renziani.

L’accordo con il Pdl su Marini è stato confermato ieri da un cenno del capo Silvio Berlusconi: alla domanda dei giornalisti se quello di Franco Marini è un buon nome per il Quirinale ha fatto di sì con la testa.

Intanto nella Lega sta emergendo l’orientamento di votare Marini al primo scrutinio invece di Manuela Dal Lago, come il Carroccio aveva dichiarato in un primo momento.

IL VOTO

È scattata questa mattina alle 10 la maratona per la nomina del nuovo Capo dello Stato chiamato a succedere a Giorgio Napolitano in una delle fasi più delicate della storia del Paese.

La presidente della Camera, Laura Boldrini, ha convocato la riunione dei 1.007 “grandi elettori”: 630 deputati, 319 senatori (compresi i quattro a vita) e i 58 delegati indicati dalle Regioni italiane.

L’aula di Montecitorio, presieduta daBoldrini, con al fianco il presidente del Senato, Piero Grasso, è gremita

Tra questi la pattuglia degli abruzzesi, composta dai 21 parlamentari usciti dalle urne di febbraio, contando tra loro pure i due “esterni” Yoram Gutgeld (Partito democratico) e Gaetano Quagliariello (Popolo della libertà), e i tre nominati dall’Emiciclo nella seduta dello scorso 9 aprile.

Ci saranno due votazioni al giorno, nelle prime tre chiamate il numero dei voti necessari è dei due terzi (672), dalla quarta in poi sarà sufficiente il consenso della maggioranza semplice (504). In assenza della fumata bianca entro venerdì le votazioni continueranno pure nel fine settimana.

Il voto ha luogo a scrutinio segreto e può essere eletto ogni cittadino che abbia compiuto 50 anni di età e goda dei diritti civili e politici.

Il nuovo presidente, prima di assumere le sue funzioni, dovrà presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione davanti al Parlamento in seduta comune.

La cerimonia del giuramento avviene solitamente dopo qualche giorno dalla elezione e da quel momento ha inizio il mandato presidenziale.

CHI È FRANCO MARINI

Franco Marini, ex democristiano poi transitato nel Partito popolare, nella Margherita e quindi nel Pd, è nato 80 anni fa a San Pio delle Camere (L’Aquila), paese a cui è affezionato e dove torna spesso.

Dal borgo aquilano, però, Marini si allontanò presto.

Il padre faceva l’operaio nella fabbrica della Snia di Rieti e aveva sette figli da far crescere. Nonostante le difficoltà economiche, Marini si laureò in giurisprudenza ed entrò nella Cisl.

Fu Giulio Pastore, il fondatore della Cisl, a notare quel giovane e sanguigno sindacalista e a volerlo nel suo entourage.

Negli anni 70, gli anni della contestazione, diventò il numero due dell’organizzazione. E, nel 1985, il decimo congresso lo incoronò segretario generale.

Nel 1991 l’anziano leader democristiano Carlo Donat Cattin, a sorpresa, gli affidò le sorti della sua corrente. Si chiamava ‘Forze nuove’, ed era un po’ l’avamposto del sindacalismo cattolico dentro la Dc, anche se i forzanovisti non facevano parte della sinistra democristiana ma avevano stretto un patto di ferro con l’ala moderata dello scudocrociato guidata da Arnaldo Forlani.

Marini non si tirò indietro, ma molti dubitavano che l’irruento sindacalista abruzzese potesse sopravvivere nella giungla democristiana, dove anche i migliori amici sono pronti all’agguato. Invece Marini, che aveva quasi 60 anni e un’esperienza quarantennale di vertenze e trattative, si rivelò politico accorto e navigato.

Erano gli anni di Tangentopoli, e la “balena bianca”, travolta dagli scandali, perdeva consensi a vista d’occhio. Marini, comunque, nel ’92 entrò in Parlamento. In quel periodo scoprì un feeling con Giulio Andreotti. Fu ministro del Lavoro nell’ultimo governo andreottiano. A un certo punto, sembrò che dovesse essere lui l’erede della potente corrente del primo ministro.

Marini restò qualche anno nell’ombra. Fino a che, nel ’97, Mino Martinazzoli gli passò il testimone di segretario del Partito popolare, nato sulle ceneri della Dc.

La Prima Repubblica era ormai alle spalle, e i popolari avevano scelto la collocazione nel centrosinistra. Marini era perfettamente d’accordo, ma il suo obiettivo era quello di rafforzare l’area dei moderati. La sua segreteria coincise con l’arrivo a Palazzo Chigi di Romano Prodi.

L’uscita di Rifondazione Comunista dalla maggioranza mandò il governo a gambe all’aria. È storia nota che Prodi alla Camera non trovò per un soffio i voti necessari per continuare. Molti si sono chiesti: ci fu un complotto contro Prodi ordito da D’Alema e Marini? Da allora, e sono passati dieci ani, Marini ha continuato a smentire.

Quando lasciò la segreteria del Ppi, nel ’99, lo fece con un discorso che esortava i suoi a dire no “al partito unico del centrosinistra”. La scelta del Pd, all’inizio, l’ha vissuta come una necessita’ imposta dalle circostanze.

Nel 2006, sull’onda della seconda vittoria di Prodi, Marini vinse di un soffio la sfida tra due ex dc per la presidenza del Senato: il suo avversario era Giulio Andreotti, candidato dal centrodestra. Nei due anni vissuti a Palazzo Madama, al di là di certe ruvidezze nel modo di presiedere l’assemblea, ha fatto valere le sue capacità di mediatore interiorizzate nella sua precedente vita di sindacalista. Come aveva promesso, del resto, nel suo discorso di insediamento: “Sarò il presidente di tutto il Senato e in un dialogo fermo e mai abbandonato sarò il presidente di tutti voi con grande attenzione e rispetto per le prerogative della maggioranza e per quelle dell’opposizione”.

SAN PIO DELLE CAMERE: IL PAESE DI MARINI FA IL TIFO PER LUI

A San Pio delle Camere è già alta l’attesa per la possibile elezione al Quirinale di Franco Marini, il cittadino più illustre del paese abruzzese.

“Ci spero molto – spiega Roberto Lupi, imprenditore trapiantato da anni a San Pio, settecento abitanti, segni evidenti di ricostruzione post sisma del 6 aprile 2009 – l’elezione di un nostro concittadino è sempre un vanto per tutto l’Abruzzo, sicuramente influenzerà anche la ricostruzione ma a mio avviso la cosa più importante è legato al prestigio della nostra terra”.

Nel bar all’ingresso del paese di Franco Marini il sentimento prevalente è la forte speranza: “Speriamo che vinca – dice Beniamino Camilli – sarebbe una cosa bellissima”.

I circa settecento abitanti di San Pio sono però in qualche modo già abituati ai successi del loro concittadino, visto che fecero festa grande quando diventò presiedente del Senato.

“Marini presidente della Repubblica sarebbe indubbiamente una gran cosa e ci farebbe felici al di là di tutte le valutazioni – dice l’ex sindaco Gianni Costantini – però come al solito rischiamo di farci del male da soli”, dice riferendosi alle polemiche interne al Pd.

“Dopo un confronto tutti dovrebbero aderire alla linea tracciata dalla maggioranza ma il problema è che qui tutti vogliono vincere a ogni costo”.

“L’ultima volta che ha visto Marini – dice ancora Marini – è stato al mio ristorante quando è passato con un furgoncino accompagnato da un amico durante l’ultima campagna elettorale”, nella quale per altro Marini non è stato letto al Senato.

“Gli ho detto: chi te lo fa fare? E lui non mi ha risposto, ma ha condotto la campagna elettorale come un giovanotto girando l’Abruzzo in lungo e in largo”, chiude Costantini.

Non ci sono tv nei pochi locali pubblici di San Pio, sia perché la gente sta seguendo da casa le votazioni, sia perché nell’unico bar del paese la tv non è stata ancora attivata in quanto appena ristrutturato.

In un negozio di tendaggi c’è il titolare che si dichiara ex alpino, Giorgio D’Innocenzo, che sta seguendo su internet le operazioni alla Camera.

“Conosco molto bene Marini, partecipa attivamente all’attività della sezione Ana di Barisciano (L’Aquila), ed è stato molte volte con noi. Speriamo sia eletto anche per il nostro paese, e anticipo in d’ora che deve fare di più per San Pio che è alle prese con il terremoto e con la crisi”.

“Però siamo coscienti che se dovesse diventare Presidente avrebbe meno occasioni per venire, anche qui al cimitero c’è la tomba della moglie morta lo scorso anno e che lui viene spesso a trovare”.

Se dovesse essere eletto si porrebbe un problema per gli eventuali festeggiamenti “in quanto il paese è commissariato – conclude D’Innocenzo – ma sicuramente con gli alpini faremo qualcosa”.

I “GRANDI ELETTORI” ABRUZZESI

Senatori: Gaetano Quagliariello, Paola Pelino, Antonio Razzi e Federica Chiavaroli per il Pdl, Enza Blundo e Gianluca Castaldi per il Movimento 5 Stelle e Stefania Pezzopane per il Pd.

Camera: Giovanni Legnini, Antonio Castricone, Tommaso Ginoble, Maria Amato, Yoram Gutgeld e Vittoria D’Incecco del Pd; Gianni Melilla (Sinistra ecologia e libertà); i grillini Gianluca Vacca, Andrea Colletti e Daniele Del Grosso; Filippo Piccone, Paolo Tancredi e Fabrizio Di Stefano per il Pdl; Giulio Sottanelli (Scelta civica).

I delegati regionali: il governatore Gianni Chiodi e il presidente del Consiglio regionale, Nazario Pagano, entrambi del Pdl e il capogruppo del Pd, Camillo D’Alessandro.

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