L’AQUILA – “Sono stato costretto a vendere tutto ciò che avevo per mandare avanti in qualche modo la famiglia, mio figlio ha rinunciato all’università, per anni i colleghi non mi hanno rivolto parola e alla fine non sono più rientrato in caserma. Tutto per aver fatto bene il mio lavoro”.
Si sfoga così Rocco Ragone, ex primo maresciallo dell’Esercito Italiano imputato all’Aquila nel processo “Mappopoli”, assolto nei giorni scorsi “perché il fatto non sussiste”, in un processo nel quale, in sintesi, per l’accusa avrebbe chiuso un occhio sulla qualità nella realizzazione dei moduli abitativi provvisori post-sisma 2009 (Map) delle frazioni aquilane di Cansatessa, San Vittorino, Arischia e Tempera nella veste componente della task force “Gran Sasso” che esaminava lo stato dei lavori e il rispetto delle norme imposte da palazzo Chigi.
“Avevo una certa disponibilità economica – commenta Ragone ad AbruzzoWeb – nel 2014 dovevo partire per l’Afghanistan, avevo il mutuo acceso, mio figlio doveva andare all’università e invece è stato costretto a cercarsi subito un lavoro perché di colpo chi poteva aiutarlo in questo caso suo padre, non aveva più un soldo”.
“La liquidazione è andata via per le spese, poi ho venduto tutto ciò che avevo a disposizione. E la cosa assurda, tra le tante, è che non ero pagato per andare in giro per i M.a.p., non era mio compito. In quella task force, noi dell’esercito siamo stati trattati malissimo, noi del Genio militare, l’élite dell’esercito”, continua Ragone.
Per due anni i miei colleghi non volevano sentire neanche il mio nome – afferma ancora – Ho sofferto di ansia, a un certo punto volevo mettere al muro la divisa. E poi, a un certo punto, non sono più rientrato in caserma”.
“Pagare in questo modo per le casette fatte bene, nonostante qualcuno abbia scritto delle scemenze, delle cose non vere. Senza essere il responsabile. Su di me sono stati commessi errori atroci. Atroci”.
“Oggi – conclude Ragone – il capo dipartimento nazionale della Protezione civile, Angelo Borrelli, che ha testimoniato a mio favore in aula, mi ha telefonato per congratularsi. Pagare in questo modo per le ‘casette’ fatte bene, nonostante qualcuno abbia scritto delle scemenze, delle cose non vere, senza neppure essere il responsabile”.





