L’AQUILA – Anche se la manovra si sta discutendo in Senato, il deputato aquilano del Pdl Marcello De Angelis è uno dei più impegnati a dare il proprio contributo a scelte che sono destinate a incidere molto sulla vita dei cittadini.

De Angelis, giornalista e dal maggio scorso direttore del Secolo, sente che il momento è decisivo per il futuro del Paese e “vede” nel taglio netto di privilegi e sprechi in tutte le caste, non solo quella politica, l’unica possibilità perché la nave Italia, che si trova in acque molto tempestose, si possa mettere in salvo in un porto sicuro.

Il parlamentare aquilano, 51 anni, segretario della commissione Bilancio della Camera dei Deputati, ha ispirato due emendamenti alla manovra in discussione nell’aula del senato, nel quale si puntano con decisione i maxi stipendi dei manager pubblici, anche dell’azienda pubblica Rai.

Infatti, in un emendamento si dispone un tetto al trattamento economico degli alti dirigenti pubblici dell’amministrazione e delle aziende pubbliche, per i quali si prevede il divieto di cumulo di incarichi; nell’altro viene sancito il principio della liberalizzazione del lavoro con il diritto a continuare a lavorare nel campo privato da parte di coloro che hanno raggiunto l’età pensionabile.

I due emendamenti, dal punto di vista formale, sono stati presentati entro il termine di lunedì sera da un gruppo di senatori visto che la manovra è in discussione al senato.

“Anche se sapevano che la manovra sarebbe stata ‘elaborata’ in Senato – spiega – per la prima volta, in maniera esplicita il nuovo segretario del partito, Angelino Alfano, in un incontro con il direttivo dei gruppi ha chiesto che anche i colleghi della Camera, in particolare della commissione Bilancio, facessero pervenire per il suo tramite della proposte qualificanti”.

Entri nel merito dei due documenti.

Nel primo si pone come tetto massimo retributivo nel pubblico quello percepito dal presidente della Corte di Cassazione, va detto che c’è un nutrito numero di dipendenti della PA che prende anche quattro volte tanto paradossalmente in un momento di grande crisi.

Questo avviene anche perché molti dirigenti pubblici hanno un cumulo di incarichi, come denunciato e in tempi recenti ribadito sul Corriere delle Sera dalla Gabanelli.

E il cumulo di retribuzioni pubbliche arrivano a cifre vertiginose. Nello specifico si vieta il cumulo dei compensi e ci sono supermanager pubblici che ne hanno fino a 50, vogliamo che questo non accada più.

C’è una situazione paradossale.

I tecnici e un funzionario del ministro dell’Economia che hanno personalmente redatto le bozze per la manovra che prevede tagli e sacrifici per tutti sono tra quelli che guadagnano anche un milione di euro all’anno.

Si punta il dito anche ai compensi dorati in Rai.

Poco si sa anche dei compensi astronomici dei dirigenti conduttori e collaboratori della Rai, la più grande azienda pubblica, compensi sui quali in commissione di vigilanza Rai abbiamo più volte chiesto trasparenza. Compensi che provengono da fondi pubblici. I telespettatori sono abituati al paradosso di avere catoni televisivi che castigano caste e super caste e non sanno che per il loro semplice apparire in video percepiscono per ogni puntata compensi di cinque volte e più superori a quelli dei parlamentari.

E sul secondo?

Siamo ritornati su una sollecitazione verso una maggiore liberalizzazione del lavoro con la possibilità di continuare a lavorare nel privato senza che ci sia un limite di età coattivo che obbliga alla pensione, questo in accordo con il datore di lavoro.

In tal senso abbiamo presentato già da due anni un progetto di legge alla Camera sottoscritto anche dal presidente della commissione Lavoro, Silvano Moffa. Le competenze di un 65enne non sono sostituibili dall’ingresso al lavoro di un 25enne.

Quindi quando una persona con grande esperienza che può essere strategico è costretto ad andare in pensione deve avere il diritto, qualora lo volesse, di continuare a svolgere la sua attività professionale e percepire uno stipendio anziché una pensione che graverebbe sulla previdenza pubblica.

Questo vale soprattutto per le donne che per la nostra società a 60 anni sono in grado di decidere di dare ancora un importante contributo. A 60 anni una donna è presente, attiva e professionale quindi costringerla ad uscire dal mondo del lavoro, è una vessazione non una tutela.

A che cosa mirano le due proposte?

In sostanza i due emendamenti oltre a essere volti a un evidente taglio di spesa e quindi al recupero di ingenti risorse, sono un chiaro segnale verso una richiesta di cambiamenti strutturali e permanenti della nostra visione sia sulla Pa che del mondo del lavoro.

La logica, vecchia di decenni, secondo la quale il pubblico deve essere in grado di competere con il privato e quindi i manager devono essere pagati tanto per sottrarli al privato è sbagliata per prima cosa in termini di principio perché l’impegno pubblico deve essere eticamente diverso da quella del privato che è unicamente legata al profitto e in secondo luogo perché si è dimostrato che questa logica non funziona e non paga.

E poi perché non sempre attira verso il pubblico i migliori e non impedisce il cumulo a chi ha incarichi pubblici, consulenze ed incarichi privati.

Lei chiede una decisa inversione di tendenza anche sulle pensioni.

Il cambiamento deve essere strutturale, il livello di contribuzione è tra i più alti d’Europa, il problema è evidente, c’è una differenza eccessiva tra le minime e le cosiddette pensioni d’oro. C’è gente che prende 400 euro di pensione e gente che ne prende 30 mila. Ridicendo le maxi pensioni, ci sarebbero le risorse per innalzare le minime.

Il momento politico è confuso e quindi è molto delicato prendere decisioni?

La sensazione è che siamo arrivati alla fine di una epoca, il che vale per tutti. E che ci vuole il coraggio e il senso di responsabilità di operare cambiamenti definitivi e strutturali.

Il problema è che l’inseguimento quotidiano del consenso spesso impedisce di dire le cose come stanno nella speranza che a fare le spese della crisi siano solo gli avversari. Questo non paga, anzi porterà al fallimento totale: chi mira a sostituire chi oggi si trova in sella a un cavallo moribondo fa una cosa velleitaria e irresponsabile.

Bisogna riscoprire il gusto del volontarismo in politica, ho accettato di fare il direttore del Secolo con l’intento di salvare una testata gloriosa e conseguentemente decine di posti di lavoro. Sono impegnato anche nel mio ruolo di direttore a contribuire a determinare stimoli culturali per il cambiamento.

Cambiamento che ormai chiede con forza la gente.

Voglio sfatare questo scenario illusorio che pone i politici da una parte e la gente dall’altra. La gente siamo tutti, i politici non sono extraterrestri, molti parlamentari fanno i parlamentari da tre anni e fino ad allora facevano gli ingegneri, gli operai, i professionisti.

Credo che il cambiamento sia necessario ma non perché sono i cittadini a chiedercelo. Ci deve guidare il buon senso, è giusto e necessario farlo, non perché convenga, bisogna ristabilire il fatto che la politica sia fare le cose giuste.