PESCARA – Luigi e Linda, un bimbo piccolo, insegnanti da anni a Pescara. Dovranno trasferirsi da un giorno all’altro nel Nord Italia, lui in una scuola a Varese, lei a Ferrara, a 320 chilometri di distanza. Simile la sorte di un docente ultracinquantenne con genitori malati da accudire a Teramo, spedito a fare scuola in Trentino, di giovani famiglie che hanno appena comprato casa con mutuo, che dovranno vivere lontani, prendendo in affitto un’altra casa in altre regioni italiane, vedendosi, se va bene, solo nel fine settimana.
Sono solo alcuni casi tra i circa quattrocento insegnanti abruzzesi, che stanno loro malgrado preparando le valigie, costretti ad emigrare in altre regioni italiane, quasi tutte del Nord, anche a centinaia di chilometri da casa loro, assunti in ruolo, tra settembre e novembre 2015, dopo anni di precarietà, con la legge Buona scuola, la 107 del 2015. Costretti però a subire una mobilità forzata verso destinazioni decise da un algoritmo informatico.
Buona parte di loro si ritroverà oggi pomeriggio, alle 18.30 a Piazza Salotto a Pescara, per inscenare un flash mob di protesta. Fanno parte del movimento dei Nastrini rossi, che protesterà questa mattina anche a Bari, dove è attesa la visita del presidente del Consiglio Matteo Renzi, in occasione della Fiera del Levante, e a Napoli. Protagonisti in questi casi, tanti insegnati pugliesi e campani, che invece saranno costretti a prendere servizio in Abruzzo.
Proteste che si aggiungono ai contenziosi già avviati, anche da quasi tutti gli insegnanti in mobilità abruzzesi, prima attraverso una fase di conciliazione con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (Miur), poi eventualmente al Tribunale amministrativo regionale e infine davanti al giudice del lavoro. Ma i tempi non saranno brevi.
Tra le più agguerrite attiviste abruzzesi c’è Francesca Carusi, trentaseienne insegnante di Pescara. A lei l’hanno destinata a Pesaro nelle Marche, e dovrà separarsi dal marito, insegnante a Pescara, e dalla figlia di tre anni.
“Stiamo subendo una grande ingiustizia – spiega Francesca ad Abruzzoweb – le nostre vite saranno sconvolte, non solo dal punto di vista familiare, ma spesso anche economico, perché molti di noi dovranno prendere in affitto una nuova casa, spendere molti soldi per fare i pendolari nel fine settimana, e se c’è solo uno stipendio in famiglia questo inciderà non poco, tenuto conto che il nostro stipendio medio di circa 1.200 euro. Sappiamo di casi di insegnati che dopo anni di precarietà e sacrifici, non potendo permettersi di andare a vivere altrove, stanno meditando di licenziarsi e cambiare lavoro”.
Giusto per rendere più elettrizzante e avventurosa la vita degli insegnanti emigranti loro malgrado, conferma Francesca, “solo a metà agosto sono state rese note le province di destinazione e il 31 agosto c’erano persone che ancora non sapevano in quale istituto scolastico della Provincia dovevano insegnare, a partire dal giorno dopo. Con la conseguenza che in molti di noi ancora non riescono a trovare un alloggio, e devono spendere soldi per alberghi o attrezzandosi addirittura con camper od ospiti da amici e conoscenti”.
E sono tanti altri i motivi della rabbia montante.
“La mobilità forzata fuori regione, lontano da casa – spiega infatti Francesca – è stata imposta con il decreto Buona scuola, solo a chi è stato assunto tra settembre e novembre 2015. Chi è stato assunto prima non ha subito questo assurdo destino, e francamente non se ne capisce il motivo. A questo si potrebbe aggiungere il fatto che gli altri dipendenti della pubblica amministrazione sono iper-tutelati nella mobilità geografica, che in molti casi non può essere superiore a qualche decina di chilometri da casa loro, e comunque riconosciuta dal punto di vista economico”.
Per non parlare del contestatissimo algoritmo, ovvero il software utilizzato dal Miur, per assegnare a ciascun insegnante, con un calcolo automatico, l’istituto scolastico di destinazione.
“Fattore determinante di questo misterioso algoritmo – spiega Francesca – doveva essere, così almeno ha spiegato il Miur, il punteggio di ogni insegnante, dato dall’anzianità di servizio, dalle particolari condizioni familiari, dai titoli di studio. Eppure anche in Abruzzo è accaduto che insegnanti con punteggi altissimi sono stati trasferiti a centinaia di chilometri, insegnanti con punteggi molto più bassi sono rimasti nella loro città. Del resto è ancora un mistero il funzionamento di questo algoritmo, e anche i dati che sono stati inseriti”.
Tra le richieste dei Nastrini rossi, simbolo di amore per la propria terra, inventato dai docenti pugliesi, e poi adottato in tutte le altre regioni, c’è la trasformazione dell’organico “di fatto” in organico “di diritto” entro dicembre, con la prossima finanziaria, anche negli istituti scolastici abruzzesi: ovvero si chiede di riempire le caselle vuote di tanti istituti sotto organico, evitando i trasferimenti fuori regione degli insegnanti abruzzesi.
Ed ancora chiedono la deroga al vincolo triennale sulla mobilità, che permetta almeno di accorciare “l’esilio” ad un solo anno, il potenziamento del ruolo dei docenti di sostegno che seguono gli alunni disabili, ritenti oggi in Abruzzo insufficienti.
“Chiediamo a tutti i cittadini abruzzesi – conclude Francesca alla vigilia della mobilitazione – attenzione, comprensione e supporto per una battaglia che interessa non solo i destini individuali dei docenti e delle loro famiglie, ma soprattutto la qualità e l’efficacia dell’intero sistema educativo. Tenete anche conto noi rappresentiamo una risorsa umana, culturale ed economica per l’Abruzzo, e saremo costretti in massa da andare via, e questo significa anche un impoverimento del territorio”.





