L’AQUILA – Da Onna agli Stati Uniti, ecco la storia di Luca Graziani, che all’Aquila studiava informatica e lavorava come Dj.
Il “suo” terremoto, gli amici e il paese che non ci sono più, l’amore per le sue origini e per gli States, Berlusconi, Obama, Vasco, una ragazza americana da sposare e il progetto per quando sarà tempo di “retirement”.
AbruzzoWeb lo ha intervistato, inaugurando con questa una serie di interviste a gente comune che dall’Abruzzo è emigrata per scelta o per necessità e ora vive la sua vita buona o cattiva a migliaia di chilometri da questa regione.
Graziani, un giorno lascia la sua Onna e se ne va negli Stati Uniti. Ci racconta in breve questi ultimi, movimentati anni della sua vita?
È iniziato tutto per caso nel 2007. Tramite l’Università dell’Aquila ho partecipato a un progetto di scambio di studi internazionale a Miami. Mi sono subito innamorato degli States, non quelli che si vedono in tv, ma quelli veri. Ho deciso di fare di tutto per restarci. Non è stato facile però, perché il progetto durava solo un anno. Nel 2008 sono tonato di nuovo in Italia, ormai quasi rassegnato. Poi, per caso una sera ho scoperto che uno dei docenti della mia facoltà stava selezionando un candidato per una tesi in America.
Mi sono fatto avanti immediatamente e a maggio del 2008 ero di nuovo sul suolo americano, questa volta a Princeton. Passato un altro anno, la tesi ormai completa e a giugno 2009 sono tornato di nuovo a Onna, o per meglio dire quello che di Onna era rimasto… Con l’esperienza accumulata e fresco di laurea sono riuscito a procurarmi uno stage di 6 mesi in Siemens nel New Jersey, durante il quale ho ricevuto un’offerta per una posizione full time dalla compagnia con la quale attualmente lavoro come software engineer. Ora sono a Princeton, un’oretta da New York. Mi trovo benissimo.
Il 6 aprile 2009 era negli States. Lei a Onna ha parenti e amici, in pratica tutta la sua vita non-americana.
Non dimenticherò mai quella sera. Ero sul punto di andare a dormire, quando vedo un messaggio di una mia amica aquilana nella chat di Facebook in cui c’era scritto di chiamare subito casa perché c’era stata una scossa fortissima ed erano caduti molti edifici. Era mezzanotte qui in America, le 6 del mattino in Italia, ancora non si conosceva con esattezza l’entità del danno.
Riesco a contattare mia madre, mi risponde in lacrime dicendomi “sono morti tutti, sono morti tutti!” e inizia a elencarmi nomi di persone che conosco da sempre, con le quali sono cresciuto… Non so bene come descrivere quel momento, una situazione irreale, per me non era possibile pensare che tutte quelle persone fossero morte davvero. Alcune ore dopo cominciarono ad apparire online le prime immagini del disastro, non riuscivo a credere a quello che vedevo. Onna rasa al suolo, i corpi avvolti in un telo sul prato di fronte casa mia… Un’immagine orrenda. Ero a pezzi, come tutti gli altri aquilani, ma allo stesso tempo felice per il fatto che la mia famiglia stava bene.
Quante volte è tornato qui dal 2009? Sente spesso la sua gente?
Cerco di tornare appena posso ma il lavoro negli States non dà molta libertà. Le ferie sono poche e ci sono tante cose da fare. L’ultima vota sono tornato a giugno, comunque resto sempre in contatto con i vecchi amici. Ci sentiamo spesso su Facebook o Skype e ci teniamo aggiornati su quello che accade nelle nostre vite così distanti.
Mi tengo in contatto anche con gli altri amici aquilani che come me si sono spostati negli States, come Claudia Romani e Pietro Taballione, che vivono a Miami, e con Andrea Ciocca, che si trova in California. Anche se dovessi restare tutta la vita qui, non mi separerò mai definitivamente dai mie amici italiani. Continueremo sempre a restare in contatto e a vederci ogni volta che ne avremo occasione.
La percezione del disastro da così lontano?
Sono rimasto colpito dalla sensibilità dai miei amici e non, qui in America. Dopo il sisma, sono state le persone che si sono offerte di aiutarmi, o di creare associazioni per raccogliere fondi per L’Aquila. Ricordo che il giorno dopo il 6 aprile ricevetti una chiamata dal Cfo di Siemens Corporale Research, mi chiesero come stavo e se c’era qualcosa che potevano fare per me, cosa che mi colpì molto. Quando ci sono disastri così penso che nessun popolo sia più sensibile e pronto ad aiutare gli altri di quello americano.
Le manca la sua terra?
Mi mancano tante cose della mia terra, tutti i posti in cui sono cresciuto, la famiglia, gli amici. E il cibo! Cerco di mantenere la cucina italiana anche negli Usa, anche se vivendo a contatto con americani mi sto adattando un po’ di più alla loro. Non a tutto, però: gli spaghetti “meat-ball” in scatola per me restano un’oscenità.
Come vedono l’Italia di oggi gli americani, secondo lei?
Purtroppo siamo solo famosi per la cultura e la cucina, per il resto siamo famigerati! Tutti amano l’Italia come posto da visitare e amano la cucina italiana, nonostante non sappiano bene cosa sia, visto che la associano a quella dei ristoranti italiani in America, che poco hanno di italiano se non il nome. Però, se si sposta il discorso sulla politica o sul lavoro siamo la “Repubblica delle Banane”.
Sfortunatamente gli Italiani sono troppo manipolati dai media controllati e non si rendono conto di quanto sia diventata assurda la nazione. Qui, di solito, quando mi chiedono qualcosa su quei temi la domanda inizia con “ma veramente..”, perché è così assurdo ciò che accade che si chiedono come sia possibile. Purtroppo è tutto vero.
Di qua Berlusconi, di là Obama. Qual è il suo presidente? Oppure lo sono entrambi? O nessuno dei due?
Silvio Berlusconi non dovrebbe essere il presidente di nessuno così come la maggior parte dei politici che ci sono in Italia. L’italia è rimasta indietro di quarant’anni nella dirigenza politica e finché le stesse facce la dirigeranno non cambierà mai niente. Barack Obama ha idee moderne e sta cercando di sistemare le cose che non vanno, anche se non tutti condividono le sue ideologie. Neanche lui, però, è il mio presidente, perché, per citare le parole di Giorgio Gaber: “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.
Il rock made in Usa, ma lì non c’è Vasco.
Eh, già… Manca Vasco. Comunque, per me l’ultimo, vero Vasco resta quello del Rewind tour del 98-99. Ua cosa che mi ha sorpreso molto quando sono arrivato negli States è che qui conoscono cantanti italiani che sono molto meno popolari del “Blasco”, come Nek, eppure non lo hanno mai sentito, suppongo perché tutte le sue canzoni sono in italiano. In ogni caso, credo che Vasco abbia preso ispirazione per la sua musica dal rock targato Usa e abbia aggiunto testi in italiano. Il risultato? Canzoni splendide, come “Senza parole”.
Ci dica la verità: come si vive laggiù da voi? Milioni di poveri, di homeless, in una terra di persone straricche. Lei, da italiano, come giudica il modello statunitense?
Sicuramente le cose funzionano meglio qui che in Italia e, pur se non perfetto, il modello statunitense ha molto da insegnare al nostro. Negli Usa si rispettano le regole, magari delle volte si esagera anche nel farle rispettare ma è proprio per questo che le cose vanno bene. In Italia ognuno fa quel che vuole e non funziona niente. Uno dei miei comici preferiti, Maurizio Battista, una volta disse che “l’italia è un paese dove è difficile andare in galera e rimanerci è impossibile”. Una battuta che rispecchia la dura realtà.
A livello lavorativo, poi, la differenza è ancora più evidente. In America, se ti dai da fare e ti impegni puoi raggiungere qualsiasi meta e sei pagato per quello che fai e che vali. In Italia non importa se hai un master o la licenza elementare, lo stipendio è di 1.200 euro. Questo è uno degli aspetti che portano gli americani a chiedermi il famoso “ma veramente…”. In Italia puoi arrivare solo dove arrivano le tue conoscenze e per conoscenze non intendo certo la cultura, ma quante persone importanti conosci che ti possono far avanzare. Se un’azienda Usa ha bisogno di un nuovo dipendente, mette un annuncio pubblico e esamina tutti i canditati. Alla fine, scelgono il migliore. Nel Belpaese, invece, si assume il figlio di qualcuno e si fa avanzare gente solo perché magari lavora in azienda da dieci anni, anche se non fa niente e non produce niente.
Riesce ancora a fare il dj?
A volte, sì, ma non certo per lavoro. Per via delle complesse regole americane, non me lo posso permettere. La passione però c’è sempre, è iniziata 16 anni fa e non credo finirà mai. La tengo viva organizzando eventi, feste universitarie e i famosi “House Party”, come quelli che si vedono in American Pie o Animal House. Un paio di volte sono andato a suonare in locali sulla 14th strada a Manhattan e anche se solo per divertimento è bello suonare nella Grande Mela.
Il programma o i programmi della tv Usa che guarda di più?
Entourage e Big Bang Theory.
Festeggia Halloween come un vero americano?
Assolutamente sì.
Il terremoto dell’agosto scorso l’ha sentito? Dov’era?
Ero a Princeton, seduto nel mio ufficio. A un tratto sento la sedia e il tavolo vibrare, mi guardo intorno vedo i miei colleghi stupiti che cercano con lo sguardo una spiegazione dell’accaduto. Penso “non può essere”, non siamo all’Aquila. Usciamo dall’edificio, altre persone fuori come noi, la mia mente va subito al 6 aprile. Fortunatamente non è stata una scossa forte, ma la paura del sisma ormai resterà per sempre con me.
Crede di tornare dalle sue parti un giorno, magari quando sarà vecchio?
Sicuramente è nei mie piani lavorare e mettere da parte abbastanza soldi da poter vivere adeguatamente in Italia quando andrò in pensione, anche perché la sanità non costa come negli States e quando ci si ritira sicuramente ce n’è bisogno.
Ultima domanda, a tradimento: sposerà la sua fidanzata statunitense di origini portoricane, Dymaris Rivera?
Stiamo molto bene insieme, per ora ci sono altre cose che hanno maggiore priorità. Lei deve finire l’università e io sto cercando di avanzare in carriera, ma un domani, se tutto andrà bene, la sposerò.



