L’AQUILA – Dal collega Fulgo Graziosi riceviamo e volentieri pubblichiamo un racconto presentato con successo a Castel del Monte nel corso di una serata culturale con l’Associazione Certame Abruzzese di Pescara.

17 NOVEMBRE 1942 – DECESSO DEI CONIUGI CETRA A CAMPO IMPERATORE

di Fulgo Graziosi

Castel del Monte è uno dei paesi più belli e caratteristici dell’Appennino Abruzzese. La storia di questo Comune si perde nella notte dei tempi. Infatti, recenti scavi archeologici hanno dimostrato che nel territorio circostante esisteva, da più di tremila anni, un insediamento umano nell’area denominata “Colle della Battaglia”. Più a valle, nella zona del “Piano di San Marco, sono ancora visibili i resti di una ricca “villa romana”, dove possono essere ammirati dei pregevoli pavimenti in mosaico ed una stanza, quasi integra, adibita alla conservazione delle derrate alimentari. Nella collina prospiciente, le emergenze archeologiche mettono ancora in mostra i ruderi di un antico insediamento urbano medievale, che recava il nome di “Città delle Tre Corone”. Dalla distruzione di quest’ultima, intorno al IX secolo, iniziò la fondazione di Castel del Monte. Sulla sommità del monte venne eretta una altissima torre, utilizzata per le trasmissioni diurne e notturne dei dispacci provenienti dai castelli della Conca Aquilana per essere proiettati verso l’area adriatica. La torre di Castel del Monte costituiva una vera e propria interfaccia per girare i messaggi, provenienti dalle rispettive aree adriatiche e aquilane, ai sottostanti castelli di Bussi sul Tirino, Capestrano, Carapelle Calvisio, Castelvecchio Calvisio, Rocca Calascio, Santo Stefano di Sessanio, Rocca di Cambio, Roccacasale, Sulmona,  Roccapia e al valico di Forca di Penne.

Castel del Monte occupava ed occupa una zona strategica centrale tra i due versanti. Perciò, tra questo paese, collocato a circa 1.350 metri di altitudine, ed il territorio di Penne, con particolare riguardo con quelli di Montebello di Bertona e Villa Celieria, si instaurò una vera e propria politica economica di scambio dei prodotti agro alimentari. I viaggi, a piedi o a cavallo, tra i cittadini delle due aree erano abbastanza frequenti, specialmente nel periodo estivo. Meno intensi, invece, erano nei periodi primavera – autunno. Proibitivi, se non addirittura impossibili, nel periodo invernale, per via delle forti nevicate, la cui coltre, a volte, raggiungeva spessori di due o tre metri.

L’inverno, allora, era piuttosto lungo. Iniziava dai primi di novembre, per terminare alla fine di aprile, quando tutto andava bene. Altrimenti poteva iniziare prima, in ottobre, e terminare dopo, alla fine di maggio.

La gente, in quel periodo, era abbastanza cauta ed aveva un forte rispetto della natura e delle condizioni climatiche e ambientali. In alcuni anni si erano verificate, sporadicamente, anche precipitazioni nevose nei mesi di luglio, agosto e settembre.

A volte, però, gli impegni familiari, la preparazione e la semina dei campi, il taglio ed il trasporto della legna per l’inverno, la preparazione del viaggio della transumanza verso il Tavoliere, non consentivano alla famiglia di effettuare determinate operazioni nei tempi della consueta programmazione. Per cui, alcune persone erano costrette a svolgere tali compiti anche alle porte delle imminenti stagioni invernali. Proprio in una di queste circostanze si verificò a Castel del Monte un gravissimo incidente.

Ero ancora bambino quando venni raggiunto da una tristissima notizia che, data la mia tenera età, assunse delle enormi proporzioni. Naturalmente, la mente di un bambino fantastica, costruisce castelli attorno alla notizia. La elabora in maniera tutta particolare, accostandola alle favole che aveva ascoltato. La volontà di sapere, di conoscere nuovi e più dettagliati particolari era grande. Mi avvicinavo a tutti i capannelli, nei quali gli adulti arricchivano la cronaca di particolari inediti. Ad ogni gruppo di persone la versione dei fatti, pur rifacendosi ad un unico filo conduttore, riportava versioni e giudizi del tutto personali e la mia mente vagheggiava nel vuoto, si lasciava trasportare dal vento della bufera, scivolava sulla neve fino a raggiungere i corpi dei Cetra, vagheggiando di essere un eroe e di portarli in salvo nella loro casa del paese.

Era il 17 novembre 1942. Le condizioni atmosferiche non erano delle migliori. Comunque, il tempo non destava preoccupazioni. Una pesante e frastagliata nuvolosità veniva mossa da continue folate di vento forte, che facevano apparire e scomparire il sole. Nei momenti in cui questo restava esposto qualche minuto in più, si avvertiva un dolce tepore, tipicamente autunnale.

Malgrado le incerte condizioni climatiche, Attilio Cetra, di anni quarantaquattro, di professione “mulattiere”, cioè addetto al trasporto di derrate alimentari e legnatico, e la moglie Beatrice Gentile, di anni trentasette “casalinga”, decisero di recarsi a Villa Celiera per l’acquisto delle derrate necessarie alla propria famiglia. Attrezzarono due muli e, in compagnia di un cane volpino, sempre presente in quasi tutte le stalle castellane, si incamminarono per raggiungere la meta fissata e ormai consolidata, seguendo l’antico percorso che da Castel del Monte, per Via Sant’Angelo si inerpica per la mulattiera che conduce a Capo la Serra. Da qui scende per il Rifugio Ricotta, da dove si inoltra per Vallestrina e, lambendo la meravigliosa Piana del Voltigno, scende direttamente fino a Villa Celiera.

Per coprire l’intero percorso, della lunghezza di circa trenta chilometri, occorrevano almeno sette ore di cammino. Sicuramente i Cetra erano partiti prestissimo, verso le tre di notte, per essere sul posto quanto prima possibile, probabilmente verso le dieci. La contrattazione fu abbastanza rapida, non più di una mezza ora. Le derrate furono sistemate nei sacchi e contenitori. Il senso dell’ospitalità esistente tra le genti del nostro Abruzzo impose ai due castellani di fermarsi a pranzo per non essere scortesi nei confronti di una famiglia con cui avevano tessuto rapporti ultraventennali. La fretta di ripartire, comunque, era evidente e, fortunatamente, incontrava tutta la comprensione degli ospiti, anche se questi ultimi, forse, avrebbero voluto che gli amici fossero ripartiti la mattina seguente per non affrontare i disagi della sera e dell’oscurità.

Evidentemente, gli impegni familiari e gli accordi raggiunti in casa non consentivano ai Cetra di trattenersi per la notte. Partirono subito, verso mezzogiorno, dopo aver consumato un  frugale pasto, per non arrivare troppo tardi a Castel del Monte, soprattutto perché il tempo non prometteva nulla di buono.

Un carabiniere, originario di Calascio, in servizio a Villa Celiera, tentò invano di far desistere i due coniugi dall’intraprendere il viaggio che, ovviamente, lasciava intravedere un possibile peggioramento delle condizioni atmosferiche. Ma, ogni considerazione fu vana. Evidentemente, in casa era urgente, indispensabile e indifferibile la presenza dei genitori.

Cadeva una leggera pioggia quando si misero in cammino, era un’acqua fredda e pungente. Man mano che la mulattiera si inerpicava verso la montagna la pioggia si fece più intensa e, tra le gocce d’acqua, cominciarono a comparire dei fiocchi di neve che si scioglievano appena toccavano terra. In prossimità del valico verso il Voltigno la neve aveva raggiunto già un apprezzabile spessore di alcuni centimetri. La temperatura si era abbassata sensibilmente. Il freddo era pungente. I due coniugi, malgrado tutto si strinsero la sciarpa di lana sul collo e sulla testa. Il marito calcò il cappello ed alzò il bavero della pesante giacca. Entrambi si avvolsero attorno un telo impermeabile per cercare di non bagnarsi eccessivamente.

Subito dopo il valico, la mulattiera si inoltrava all’interno del bosco che, anche se quasi privo di foglie, attutiva la caduta della neve sul viottolo e, perciò, animali e persone riuscivano a camminare più agevolmente, anche se erano costretti a proseguire in fila indiana. Innanzi a tutti, con la coda arricciata sulla schiena, camminava il piccolo volpino che annusava sassi e piante per riconoscere la via giusta. Avevano quasi percorso metà della strada che li divideva da Castel del Monte. La luce cominciò a farsi sempre più fioca a causa delle pesanti nuvole che impedivano il passaggio degli ultimi raggi di sole.

All’uscita dal bosco il vento divenne sempre più impetuoso. Creava delle vere e proprie turbolenze e la neve veniva risollevata dal suolo. I muli emettevano vapore dalle narici per il freddo e la fatica. Le orecchie erano praticamente abbassate e, di tanto in tanto, orientate a scatti in verticale per ascoltare meglio rumori improvvisi.  Il cane era sempre davanti a tutti per indicare la strada.

Fu allora, forse, alle prime difficoltà serie, che Attilio volle assicurarsi delle condizioni fisiche della moglie. Lei, stringendo i denti e con il cuore in gola, non rispose per non far capire la sua apprensione e fece cenno al marito di proseguire, di non perdere tempo. Attilio, comunque, doveva essere seriamente preoccupato. Si assicurava spesso che il carico fosse in perfetto equilibrio, in maniera che i muli non soffrissero. La sua mente, con molta probabilità, correva a Castel del Monte, dove tre figli erano in trepida attesa e, contemporaneamente, si concentrava sulla resistenza fisica della moglie Beatrice. Probabilmente si sentiva sopraffatto dalla fatica e, perciò, ostentava tutta la sua tranquillità e sicurezza, facendo appello alle ultime forze residue.

Nella certezza di trasmettere fiducia alla propria consorte, forse per farle sentire anche tutto l’affetto che nutriva per lei, le prese la mano e la strinse per riscaldarla, dal momento che le sue mani bollivano per la fatica. Con l’altra mano teneva ben salde le  redini dei muli nel vano tentativo di aiutarli a superare le difficoltà determinate dallo spessore della coltre nevosa.

Le ultime luci correvano veloci verso l’orizzonte, lasciando il posto all’invadente e prematura oscurità provocata dalla bufera e dalla pesante nuvolosità. In quei momenti Beatrice rivolse i suoi pensieri alla Madonna dei Pastori, invocandone, in silenzio, aiuto e protezione.

Il vento si fece più impetuoso e la neve cominciò a cadere più copiosamente. Il tintinnare delle campanelle dal suono argentino, legate al collo dei muli, rallentò gradualmente il suono. Segno che i muli erano sfiniti. Nella mente di Attilio e Beatrice passarono in un attimo mille pensieri, tante riflessioni, molte considerazioni. Attilio non si rassegnava di aver fatto troppo uso della sua prestanza fisica e della sua sicurezza. Si rammaricava di aver convinto Beatrice a seguirlo in quella folle impresa. Beatrice, invece, teneva un unico pensiero in mente: i figli lasciati a casa. Si riteneva anche responsabile di non aver consigliato al marito di passare la notte a Villa Celiera per non correre rischi e per aspettare il giorno dopo, che avrebbe consentito di verificare, con maggiore attenzione, le condizioni atmosferiche per intraprendere il lungo viaggio di ritorno.

All’improvviso, in uno di quei piccoli anfratti naturali costituiti da una leggera depressione del terreno, riuscirono a trovare un precario ricovero, in quanto il vento non li investiva più direttamente, poiché una piccola scarpata lo faceva sollevare.

Beatrice riuscì a respirare e, forse, sperò nell’intervento della Madonna, alla quale si era cristianamente rivolta. Attilio ritenne che una breve sosta avrebbe consentito di far recuperare le forze a loro ed agli animali. Ma. non fu così. Un leggero torpore li assalì, mentre i muscoli si raffreddarono ed il sudore si gelò sui corpi degli sventurati coniugi e dei muli. La morte, aiutata dalle tenebre notturne, stese il suo mantello sui corpi di Attilio e Beatrice e dei muli, fino a ricoprirli completamente. Ironia della sorte. Questa volta la morte non usò il consueto mantello nero, ma una candida e spessa coperta bianca.

Il piccolo cane restò accanto ai padroni, forse, fino all’ultima esalazione. Grazie allo scarso peso ed alle piccole dimensioni, riprese la via del ritorno a casa che non era, poi, tanto lontana.

I tre figli erano in trepida attesa accanto al fuoco. Vincenzo, il maggiore, diciannovenne. Berardino aveva diciassette anni e Maria Maddalena aveva da poco compiuto i tredici anni. Vincenzo e Berardino, pur non nascondendo serie preoccupazioni soprattutto per il maltempo, avevano fiducia nelle capacità fisiche e organizzative del padre. Maria Maddalena, invece, trepidava per la madre, di cui aveva ancora tanto bisogno.

Intanto, il vento impetuoso ululava per le strette viuzze del paese e ammucchiava la neve ovunque trovasse un qualsiasi ostacolo. Dai vetri della finestra si vedevano correre veloci i fiocchi di neve trasportati dal vento quasi in posizione orizzontale. Le preoccupazioni dei ragazzi si facevano sempre più pressanti. Avrebbero voluto fare qualcosa per andare incontro ai genitori. La bufera non consentiva neppure di aprire la porta. Malgrado tutto, però, continuavano ad essere fiduciosi e, intimamente, pregavano San Donato e la Madonna affinché aiutassero i loro genitori a tornare a casa sani e salvi.

A notte inoltrata, un leggero guaito si senti appena appena soffocato dal vento. I tre ragazzi riconobbero il piccolo volpino e si precipitarono ad aprire la porta per abbracciare i genitori. Entrò solamente il cane completamente coperto di neve. Chiamarono ad alta voce “Mamma”, “Papà”, pensando che fossero nelle immediate vicinanze. Non ottennero risposta alcuna. Velocemente infilarono un giaccone e il cappello. Si avvolsero al collo una sciarpa di lana da far passare davanti alla bocca, per poter respirare più agevolmente in presenza del forte vento. Si precipitarono, arrancando tra le neve alta più di un metro, verso la stalla, pensando che i genitori avessero preferito ricoverare prima i muli e scaricare i sacchi per evitare di riuscire nuovamente da casa. A fatica raggiunsero la stalla. Trovarono la porta chiusa, senza alcun barlume interno che potesse giustificare la presenza di qualcuno. Tornarono immediatamente indietro preoccupati per la sorellina che avevano lasciato a casa. Il cane, nel frattempo, era stato liberato dalla neve da Maria Maddalena e si era accovacciato vicino al fuoco per asciugarsi e riscaldarsi. Tremava ancora tutto. Teneva gli occhi chiusi per la fatica sopportata. Di tanto in tanto li apriva e guardava i ragazzi con uno sguardo triste, quasi penoso, come se avesse voluto comunicare la triste notizia, che non avrebbe voluto mai annunciare.

I due ragazzi, Vincenzo e Berardino, non sapevano cosa fare. Avrebbero voluto uscire, malgrado le avverse condizioni atmosferiche, per andare incontro ai genitori. Per aiutarli a tornare a casa sani e salvi. La bufera non consentiva loro di intraprendere qualsiasi azione. Aspettarono con ansia che il vento placasse la furia per poter tentare una sortita. Passarono alcune ore prima che l’aria si facesse più tranquilla. La neve, però, cadeva sempre in maniera copiosa. Allora, i due ragazzi si fecero animo. Accesero due lampade a petrolio e cominciarono a camminare verso l’edicola votiva di Sant’Angelo, che segna l’inizio della strada mulattiera verso la montagna. Camminavano a fatica immersi nella neve fino alle cosce. Avevano fatto pochi metri, quando il vento ricominciò a soffiare con maggiore veemenza.

La fioca luce delle lampade non riusciva neppure a propagarsi per pochi centimetri, offuscata dai fiocchi di neve mossi dal vento. Non appena terminati gli ultimi fabbricati, fu difficile individuare il percorso della strada e, più di una volta, si trovarono sul ciglio della scarpata. I due ragazzi parlavano ad alta voce per ascoltarsi e per non perdersi di vista. Ad un certo punto la barriera di neve aveva  quasi raggiunto l’altezza del loro petto. L’impresa di proseguire appariva sempre più difficile e proibitiva, ma non avrebbero voluto demordere per nessun motivo. Il maggiore, forse, si accorse dell’immane fatica che il fratello più piccolo stava sopportando e, con una considerazione di tutta responsabilità, decise a malincuore di abbandonare l’idea di proseguire per non creare una immane tragedia, oltre quella che andava delineandosi nella propria mente. Berardino avrebbe voluto andare avanti e, con la voce strozzata nella gola da un silenzioso pianto, obbedì ai richiami del fratello e imboccarono la via del ritorno, cercando di seguire quelle poche tracce che avevano lasciato nell’andare, ormai quasi tutte ricoperte dalla bufera.

Maria Maddalena, non appena ebbe la sensazione di percepire le voci dei fratelli, corse verso la porta nella certezza di riabbracciare genitori e fratelli a conclusione di una brutta avventura. Rimase delusa dal fatto che i ragazzi avessero dovuto rinunciare all’azione di salvataggio della mamma e del papà. Si piegò sulle ginocchia vincino al fuoco e cadde in un pianto dirotto, che terminò soltanto quando la stanchezza ebbe ragione della sua resistenza facendola cadere in un sonno profondo. Vincenzo coprì la sorellina con una coperta di lana e le poggiò la mano sulla testa in segno di affetto e di protezione. Berardino, appoggiato ad un angolo del tavolo, singhiozzava silenziosamente per non disturbare la sorellina e, di tanto in tanto, chiedeva al fratello maggiore se i genitori avessero avuto qualche speranza di salvezza.

Le ore passavano inesorabili e nessuno bussava alla porta. A turno si portavano vicino alla finestra, scrutando nelle tenebre, alla ricerca del minimo bagliore di luce. La luce del giorno arrivava lentamente dall’est, rallentata dalla forte nevicata che non aveva conosciuto rallentamenti durante tutta la notte. Il vento soffiava ancora forte e i ragazzi pensavano che non avrebbero potuto fare nulla se non fosse cessato. Maria Maddalena si svegliò di soprassalto. Si guardò immediatamente intorno alla ricerca della figura materna, alla quale era legatissima. Ancora una volta restò delusa. Guardò profondamente negli occhi umidi dei fratelli alla ricerca di una risposta che i due ragazzi non furono in grado di fornire. Si avviò velocemente verso la porta con l’idea, forse, di andare a soccorrere i genitori. I fratelli fecero appena in tempo a trattenerla. Le promisero che, non appena il tempo lo avesse consentito, sarebbero andati a cercare i genitori. La condussero vicino alla finestra e le fecero notare che la neve era troppo alta e che la bufera non consentiva di affrontare l’impresa.

I pensieri dei ragazzi avevano talmente ingombrato il cervello che non riuscivano ad immaginare altro se non la salvezza dei propri genitori. Vincenzo suggerì ad alta voce che, forse, sarebbe stato il caso di avvertire i parenti, in maniera da organizzare una squadra per andare a cercare mamma e papà. Berardino, non fece finire neppure il discorso al fratello. In pochissimi secondi infilò gli scarponi che aveva messo ad asciugare la notte, si avvolse attorto alle gambe i famosi “guardamacchie” (pelli di pecora rovesciate e, pertanto, impermeabili), prese al volo giacca, cappello e sciarpa e si avviò verso la porta. Vincenzo tentò invano di dissuaderlo, dicendo che quel compito sarebbe spettato a lui. Berardino non ascoltò neppure le parole del fratello e si diresse rapidamente verso la porta. Prima di uscire promise al fratello di essere prudente e di tornare immediatamente, pregandolo di stare vicino alla sorellina che, sicuramente, si sarebbe sentita rassicurata dalla sua presenza. In brevissimo tempo la notizia fece il giro del paese attraverso il “passa parola”. Beradino tornò a casa accompagnato dagli zii e da alcuni amici di famiglia. Si cominciò a parlare sommessamente sull’organizzazione della squadra di soccorso da far partire immediatamente, non appena il tempo lo avesse consentito.

La notizia raggiunse anche il Podestà del paese, l’Ing. Orazio Giuliani. Informato dell’accaduto dallo stesso carabiniere di Calascio in servizio a Villa Celiera che aveva chiamato il Comune per sapere se i due coniugi fossero arrivati sani e salvi. Immediatamente si mise a disposizione e, da profondo conoscitore del territorio e da ex generale degli Alpini, elaborò a tavolino l’organizzazione delle squadre di ricerca, in maniera da coprire contestualmente la più ampia zona di ricerca. Le persone  appartenevano alla sua comunità. Facevano parte della schiera degli amministrati comunali che conosceva personalmente. Come primo cittadino volle andare oltre la consueta prassi. Fece immediatamente circolare la voce che ai volontari soccorritori sarebbe stato corrisposto un adeguato  compenso per l’impegno profuso.

La bufera durò ancora qualche giorno. Non appena le condizioni atmosferiche migliorarono, di buon mattino, con il Podestà in testa i soccorritori si misero in cammino verso la montagna, perfettamente equipaggiati e muniti anche di diverse pale per spostare eventualmente la neve. in alcuni punti la coltre nevosa era abbondantissima e, quasi certamente, superava i tre metri di altezza.

Oltre ai figli maschi di Attilio e Beatrice, prendeva parte alle ricerche, con un ruolo di tutto riguardo, anche il piccolo cane volpino, sul cui fiuto si riponeva molta fiducia. Maria Maddalena era stata lasciata in buone mani sotto l’attenta cura delle zie.

I primi giorni non fornirono alcuna indicazione. I cristalli di neve brillavano colpiti dai raggi del sole, come se volessero distrarre le attenzioni dei ricercatori, facendoli confondere sulla strada da seguire.

Il piccolo cane si sentiva importante. Tutti ne guardavano attentamente le mosse. Ogni volta che si fermava, gli occhi dei soccorritori lo fissavano attentamente in attesa che cominciasse a scavare con le zampette anteriori. Subito dopo, però, il cane riprendeva a camminare e le speranze di trovare ancora in vita i due coniugi si affievolivano.

I soccorritori e lo stesso Podestà, dopo qualche giorno, cominciarono a nutrire seri dubbi di trovarli ancora in vita. Qualcuno sosteneva la tesi che sotto la neve avrebbero potuto ancora sopravvivere se si fosse creata una specie di grotta che li avrebbe  preservati dal freddo, consentendo agli stessi di respirare. Le cronache dell’epoca, infatti, avevano parlato qualche volta di questi eventi che avevano consentito ai dispersi di vivere sotto la neve per diversi giorni, anche se in condizioni disagiate e con segni di evidenti congelamenti.

Dopo dieci giorni non si parlò più di speranze. Erano svanite definitivamente nell’animo di tutti. Si proseguivano le ricerche soltanto per ritrovarne le salme. La fatica si faceva sempre più pesante man mano che i giorni trascorrevano. Gli uomini non si dettero per vinti e continuarono le ricerche, giorno dopo giorno, fino al 9 dicembre. A ridosso del Valico di Capo la Serra, il piccolo volpino fiutò in maniera diversa e con maggiore intensità. Girò velocemente in uno spazio ristretto per diverse volte, forse per essere sicuro di aver individuato il punto giusto, ma non si fermò. Allargò il giro di ricerca. Si diresse velocemente verso est in direzione di Villa Celiera. Poi tornò immediatamente indietro e cominciò a scavare con le zampette in maniera frenetica. Il Podestà esclamò: li abbiamo trovati. Gli occhi di Vincenzo e Berardino non si illuminarono. Divennero lucidi e tristi. Le labbra dei due ragazzi tremavano freneticamente. Sembrava che stessero mormorando qualcosa. Non era così. Un coacervo di sentimenti, di idee, di affetti, di emozioni, li condizionava vistosamente. Non erano neppure nelle condizioni di pregare. Il sudore della fatica si gelò palesemente sulle loro fronti. Si girarono, si guardarono intensamente. Si abbracciarono piangendo a dirotto, fino a bagnarsi i baveri delle rispettive giacche. Alcune mani pietose accarezzarono la schiena dei ragazzi senza proferire parola. La rudezza degli uomini di Castel del Monte, avvezzi a sopportare durissime prove della vita, si era trasformata in una delicatissima manifestazione di amore fraterno. Gli occhi di tutti gli uomini erano diventati lucidi. Alcuni di essi balbettavano frasi incomprensibili. Avrebbero voluto dire, forse, che questa disgrazia non avrebbe dovuto investire quei tre ragazzi che si erano appena affacciati alla soglia della vita produttiva. Il podestà osservò a lungo il piccolo cane che non si dava per vinto e continuava a scavare. A questo punto, dispose alcuni uomini in cerchio invitandoli ad iniziare lo scavo. I soccorritori non si fermarono neppure per mangiare e nelle prime ore del pomeriggio cominciarono ad affiorare i basti dei muli, alle cui corde era stato annodato il prezioso carico destinato al sostentamento della famiglia durante la stagione invernale.

Le pale furono messe da parte e si cominciò a rimuovere alacremente la neve con le mani. I due giovani, col cuore a pezzi ed il morale sotto ai piedi, avrebbero voluto gettarsi nella buca per accorciare i tempi di recupero delle salme e stringerle al petto nel vano tentativo di offrire il loro calore corporeo per cercare di scongelare i corpi dei genitori. Delle mani pietose li trattennero, invitandoli a stare tranquilli, perché altre braccia avrebbero provveduto all’esecuzione dei lavori di recupero. I due corpi, ormai congelati, erano abbracciati teneramente nel vano tentativo di sostenersi a vicenda. Le labbra di Attilio erano delicatamente appoggiate sulla fronte di Beatrice. Probabilmente era l’ultimo saluto del marito alla moglie, dalla quale non avrebbe voluto mai separarsi. E così, tenendosi per mano, avevano voluto affrontare un ultimo più esaltante viaggio verso il paradiso, alla ricerca della pace eterna.

Sarebbero bastate ancora alcune decine di metri per sorpassare il valico e, forse, avrebbero potuto trovare la salvezza per raccontare a figli, nipoti e pronipoti la brutta avventura vissuta tra le montagne del nostro bellissimo Appennino. La montagna, però, ha sempre voluto delle vittime da offrire al Signore e, guarda caso, ha scelto sempre le migliori e nei punti più alti, con l’intento, forse, di rendere meno lungo e travagliato il lungo viaggio di ritorno alla casa del Padre.

Naturalmente, fu data assoluta precedenza al recupero delle salme e delle derrate alimentari, che non riportarono eccessivi danni, grazie al perfetto avvolgimento dei sacchi con dei teli perfettamente impermeabili. Il viaggio di ritorno da Capo la Serra a Castel del Monte fu lungo, mesto e silenzioso. I ragazzi vollero riservare, anche in quella circostanza, il massimo e affettuoso attaccamento ai genitori, partecipando direttamente al trasporto delle salme. Erano gli unici due che, oltre a camminare in silenzio, rivolgevano lo sguardo verso il basso, forse per nascondere i grandi lacrimoni che ogni tanto sgorgavano dagli occhi stanchi per la fatica ed il dolore.

Sulla porta di casa trovarono tutti i parenti, disposti in due file per rendere omaggio alle salme recuperate. Sulla soglia, impietrita dal dolore e dalla forte emozione, Maria Maddalena era sorretta da una zia e, senza dare in escandescenze, invocava sommessamente prima il nome della mamma e poi quello del papà. Quelle sommesse invocazioni toccavano i cuori dei presenti che, a stento, trattenevano il pianto per non aggravare ulteriormente le condizioni psicologiche dei ragazzi.

Una anziana donna, amica di famiglia, pronunciò una bellissima frase che non tutti riuscirono ad ascoltare: “Signore, assisti questi ragazzi. Fai in modo che non si perdano e con il tuo aiuto indirizzali su quella strada della vita che i loro genitori avevano tracciato per loro”.

La gente sostò per diverso tempo nelle vicinanze, commentando, con dovizia di particolari il triste avvenimento. Alcuni di essi si fermarono a lungo in casa per rendere l’ultimo omaggio ai parenti o agli amici del cuore, vegliando le salme dei coniugi Cetra per tutta la notte, raccomandando le loro anime a Dio per una buona accoglienza delle stesse in Paradiso.