L’AQUILA – Smontare punto per punto, come in un processo, il tentativo di delegittimare la figura storica, artistica, politica, culturale, ma soprattutto umana di uno dei massimi pensatori del ‘900, Ignazio Silone.
È stato questo il filo conduttore del dibattito seguito, lunedì scorso, alla presentazione del volume I Fontamaresi – La Scuola delle Libertà nella Fontamara di Ignazio Silone di Antonio Gasbarrini e Annibale Gentile, che si è svolta presso l’Auditorium della Cgil all’Aquila.
L’accusa più grave mossa a Silone, a partire dalla metà degli anni ‘90, dagli storici Dario Biocca e Mauro Canali e basata secondo il libro su “ricostruzioni pseudo-biografiche”, è stata quella di definirlo “una precoce spia di 19 anni, per di più omosessuale, al servizio della polizia politica prima dell’avvento del fascismo, dell’Ovra, poi, ancora, degli americani dell’Oss negli anni Quaranta e persino della Cia in quelli Cinquanta-Sessanta”.
Un Silone, insomma, che per i detrattori avrebbe collaborato con la polizia segreta fascista e con i servizi statunitensi, ipotesi suffragata, a loro dire, dalla prigionia del fratello minore di Silone, Romolo, arrestato nel 1928 perché ritenuto responsabile di un sanguinoso attentato a Milano e morto successivamente in carcere, nel 1932.
Silone “informatore” dei fascisti, dunque, Silone omosessuale. Silone addirittura tendenzialmente pedofilo, sulla base di presunti ritrovamenti di fotografie compromettenti.
Silone vittima di una pesante strumentalizzazione, di una critica feroce, senza però prove “chiare, univoche e convincenti”, il che rende “inefficace qualsiasi processo indiziario”, come ha ribadito nel suo intervento in collegamento telefonico il professor Francesco Sidoti, docente universitario e criminologo.
La verità, hanno sostenuto i partecipanti, emerge dagli scritti di questo pensatore abruzzese.
Egli stesso dice di sé “il mio modo di scrivere, diventò il mio modo di vivere e di lottare. I miei libri sono il resoconto dell’incertezza, delle difficoltà, dei successi, della vittoria della mia anima […] Il valore dei miei libri è essenzialmente quello di una testimonianza umana; vi sono delle pagine che sono state scritte col sangue”.
Questa verità, con forza, si trova nel libro I Fontamaresi e in quella singolare sperimentazione di insegnamento condotta da uno dei due autori, Annibale Gentile “siloniano della prima e dell’ultima ora”, ma anche maestro elementare, il quale, nel 1975, improntò l’ intero anno scolastico, nella classe quinta della scuola di Pescina (L’Aquila) dove insegnava, su Fontamara, capolavoro riconosciuto e indiscusso dello scrittore abruzzese.
Attraverso le pagine, le descrizioni, i luoghi, gli “Scolari di Fontamara” costruirono il loro progetto, cioè un giornale che definirono rivoluzionario, intitolato proprio Che fare? Il giornale dei cafoni di Fontamara.
Il libro presentato all’Auditorium raccoglie i documenti di quel progetto educativo che, nel 1975, poteva essere considerato d’avanguardia.
Riporta la singolare, unica, intervista, che sembra più un amichevole e affettuoso dialogo tra un Silone già indebolito nel fisico e quei 18 alunni della sua Pescina, incontrati a Roma.
Lo scrittore si disse “grato di come avete letto il romanzo”, riferendosi agli alunni, “perché non pensavo di poter essere capito anche dai bambini. Certo lo sognavo”.
Nel corso dell’intensa tavola rotonda, moderata dal giornalista e scrittore Angelo De Nicola, cui hanno preso parte oltre al già citato professor Sidoti, anche Umberto Trasatti, segretario provinciale Cgil L’Aquila, Cecilia Ciotti, psicologa-sessuologa, e lo stesso Gasbarrini, co-autore del libro insieme a Gentile, questi deceduto nel 2012, l’attualità del pensiero siloniano si è dimostrata evidente.
L’ esperienza diretta dello scrittore nel devastante sisma di Avezzano del 1915 e le conseguenti riflessioni dettate dal vissuto in prima persona, sono apparse come un parallelo con la situazione , oggi, del post-terremoto aquilano.
Queste le parole dello stesso Silone, tratte da Uscita di Sicurezza, raccolta di riflessioni e pensieri autobiografici del 1965.
“Nel 1915 un violento terremoto aveva distrutto buona parte del nostro circondario e in trenta secondi ucciso circa trentamila persone. Quel che più mi sorprese fu di osservare con quanta naturalezza i paesani accettassero la tremenda catastrofe. In una contrada come la nostra, in cui tante ingiustizie rimanevano impunite, la frequenza dei terremoti appariva un fatto talmente plausibile da non richiedere ulteriori spiegazioni. C’era anzi da stupirsi che i terremoti non capitassero più spesso. Nel terremoto morivano infatti ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie. Non è dunque da stupire se quello che avvenne dopo il terremoto, e cioè la ricostruzione edilizia per opera dello Stato, a causa del modo come fu effettuata, dei numerosi brogli frodi furti camorre truffe malversazioni d’ogni specie cui diede luogo, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale. A quel tempo risale l’origine della convinzione popolare che, se l’umanità una buona volta dovrà rimetterci la pelle, non sarà in un terremoto o in una guerra, ma in un dopo-terremoto o in un dopo-guerra”.
Ne è seguito un accalorato dibattito al quale, in particolare, sono intervenuti Walter Capezzali, Gianfranco Giustizieri e Carlo Fonzi.



