L’AQUILA – “Non guardarmi: non ti sento”. Sono arrivati ormai all’incomunicabilità pura il commissario per la ricostruzione, Gianni Chiodi, e il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente.

Tra i due cova una tensione che si può far risalire a quando il secondo era ancora vice commissario di governo e se n’è andato sbattendo la porta dopo l’arrivo di Antonio Cicchetti ad affiancarlo, per i maligni a sostituirlo.

Quando si incontrano di persona, sindaco e commissario mostrano buoni rapporti, magari non eccessivamente calorosi: recentemente Chiodi e Cialente si sono anche stretti la mano, anche se solo su imbeccata di un giornalista.

Quando parlano sulla tolda di comando delle rispettive strutture, invece, è un disastro. Senza andare troppo indietro, basta vedere le ultime puntate dei fitti scambi epistolari tra i due.

Due settimane fa Chiodi ha annunciato in conferenza stampa lo stanziamento di 120 milioni per il centro storico. Invece di gioire, Cialente lo ha attaccato, piccato per essere stato invitato solo in extremis all’incontro con i giornalisti, che ha disertato.

In una conferenza stampa successiva, quella del Comitato attività produttive, Cialente, non atteso, si è invece presentato a sorpresa; prima ha polemizzato, poi si è seduto quasi fianco a fianco con Chiodi, infine c’è stato l’episodio della stretta di mano, con tanto di abbraccio per la platea di cronisti.

Tutto finito, risolto? Macché. Questa settimana è ricominciata la tenzone. Cialente ha scritto una lettera con una serie di spunti critici molto precisi: “Sono preoccupato per la ricostruzione, rilevo incertezza e confusione sul reperimento dei fondi per affrontare le spese. Chiedo una riunione chiarificatrice”.

Seconda puntata. Chiodi ha risposto per le rime, ricordando di aver già erogato “133 milioni” e che con quella cifra si sarebbe potuto liquidare “il 70,57 per cento di tutte le somme che i cittadini si attendono in materia di spese legate all’emergenza, il 100 per cento della circa 2 mila istanze relative alle aziende danneggiate e avviare tutti i lavori per il ripristino delle ex aree di accoglienza, vale a dire il 70 per cento di quanto richiesto dal Comune dell’Aquila”.

Poi il terzo atto. Cialente ha replicato in una lettera fiume, specificando che è stato erogato non il 70, ma il 62 per cento del fabbisogno, sottolineando al commissario malignamente che “questa è la differenza tra noi: io sono più preoccupato per il 38 per cento che non sarà pagato a imprenditori e cittadini”.

Due a uno per il sindaco? No, pari allo scadere. Per coincidenza, nello stesso giorno la Sge ha infatti diffuso, con dieci giorni di ritardo, visto che si aspettava per lunedì 15, l’avvenuta firma del decreto che stanzia i 120 milioni (anzi, 118) di cui si parlava all’inizio.

Fiumi di parole, e tutto questo, si badi, alla vigilia di una conferenza stampa a Roma che, inevitabilmente, doveva parlare e ha parlato ancora e approfonditamente di ricostruzione, fondi, contributi, lavori e quant’altro. Una conferenza stampa in cui Chiodi ha perfino dichiarato “con il sindaco dell’Aquila andiamo perfettamente d’accordo, ci sentiamo tutti i giorni”. Un rapporto intenso, ma epistolare.

La cosa grave non sono le note chilometriche che sfiancano uffici stampa e redazioni, per carità. Non è eccessivamente importante neanche il fatto che vengano snocciolate centinaia di milioni qui e centinaia di milioni là come fossero noccioline. In fondo, entrambi gli amministratori hanno la (delicata) responsabilità di farlo.

È grave invece che con questo continuo duello a colpi di comunicati tra i due veri protagonisti della ricostruzione lo stato dell’arte resta assolutamente non chiariti; è grave, insomma, che le lunghe teorie di numeri con cui a turno l’uno attacca e l’altro si difende non chiariscono affatto la situazione. È grave che se c’è guerra, anche mediatica, tra Comune e Sge, a rimetterci sono gli aquilani.

È grave, infine, che si parli tanto e si agisca poco. E intanto, come si dice all’Aquila, la cera si consuma e il morto non cammina. (alb.or.)