L’AQUILA – All’economista Nino Galloni, ex direttore generale del ministero del Bilancio (oggi ministero dell’Economia) e del Lavoro con iI governo Andreatta, intervenuto al convegno della Modern Money Theory di Rimini lo scorso 25 febbraio, AbruzzoWeb ha chiesto cosa pensa della situazione della ricostruzione dell’Aquila non ancora cominciata, invischiata com’è nella melma della depressione economica dell’eurozona e senza l’appoggio della Unione Europea, vedi fallimento della Zona franca urbana.

“Da economista – ha risposto Galloni – posso dire che, data la situazione e con le potenzialità che ci sarebbero per una ricostruzione seria, non c’è una quantità di moneta tale da generare inflazione: qualunque quantità di moneta, e non costa niente stamparla, potrebbe rimettere in movimento un sistema di recupero delle aree terremotate”.

Galloni ha suscitato scalpore per il racconto di quanto vissuto in prima persona negli anni decisivi per la vittoria di un tipo di economia che andava incontro al potere privato, lasciando ai margini il settore pubblico e le teorie dell’economista John Maynard Keynes.

Decisivo, per Galloni, il momento del ‘divorzio’ tra Tesoro e Banca d’Italia all’inizio degli anni Ottanta, uno dei passi più importanti verso l’europeizzazione forzata dell’Italia.

“C’è stata un’accelerazione esagerata del processo europeo di integrazione monetaria che non era negli interessi del Paese”, ha affermato l’economista.

“Per sottrarre la potestà di decidere gli investimenti pubblici alla classe politica del tempo, considerata acriticamente corrotta e clientelare – ha poi aggiunto – si è deciso che tutte le spese pubbliche superiori alle tasse dovessero essere finanziate con emissione di titoli da offrire al mercato e quindi con tassi di interesse che crescevano e che, a loro volta, avrebbero alimentato la spirale di crescita del debito pubblico. Questo ha, di fatto, bloccato la crescita economica del Paese”.

Molti economisti di scuola keynesiana, come Federico Caffè, Paolo Leon e Sergio Steve si opposero, almeno stando a quanto riportato da Galloni, a questa piega, “ma una parte dell’establishment aveva già deciso. Anche nell’allora Democrazia cristiana – ha ricordato – c’erano molti personaggi contrari, come Carlo Donat Cattin“.

“Mi ero opposto al famoso divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia – ha raccontato – perché fra lo Stato che non chiede moneta o si basa sui vincoli di portafoglio delle banche che devono assorbire i suoi titoli a bassissimi tassi d’interesse, che è come battere moneta, non c’è grande differenza”.

Per Galloni, “l’Italia ha rinunciato a questa facoltà quindi si rivolgeva direttamente al mercato, anzi, a quelle cinque o sei banche di interesse nazionale che stavano per essere privatizzate e che, ovviamente, utilizzavano un metodo ancora più drastico di quello successivo per far crescere i tassi d’interesse. Se lo Stato chiedeva 5 mila miliardi delle vecchie lire – ha sottolineato – ne venivano comperate 4.500 al tasso del giorno e poi per far assorbire quelli rimasti si facevano schizzare i tassi d’interesse a livelli insostenibili”.

Una parte dell’establishment aveva già deciso. Non deve stupire, allora, il diktat via telefono firmato dall’ex cancelliere tedesco, Helmut Kohl, e il ruolo, fra gli altri, di Carlo Azeglio Ciampi.

“Dissi che con quel sistema – ha spiegato Galloni – nel giro di sei o sette anni il debito pubblico sarebbe raddoppiato e avrebbe superato il prodotto interno lordo. Inoltre, la disoccupazione sarebbe salita al 50 per cento, le imprese non avrebbero più assunto. Mi presero per pazzo, alla fine lasciai la pubblica amministrazione”.

“Giulio Andreotti mi chiamò per chiedermi se volessi contribuire a cambiare l’economia italiana – ha continuato l’ex funzionario del Bilancio – poi si fece vivo Cirino Pomicino, che mi mise a capo della struttura tecnica del ministero del Bilancio. Io volevo rallentare il processo che avrebbe portato all’Euro. Volevo un percorso diverso per entrare nell’Europa unita, serviva una condizione di sviluppo economico, non depressiva, per non perdere posti di lavoro ma per crearli”.

“Successe il cataclisma – ha ammesso – la Fondazione Agnelli e Confindustria si schierarono contro. L’allora cancelliere tedesco Kohl chiamò al telefono l’ex ministro del Tesoro Guido Carli. Pomicino mi fece capire che non c’era più spazio per quel mio tentativo. Dovetti scrivergli su un pezzettino di carta che poi gettai: c’erano i microfoni, mi intimò di non parlare. Gli chiesi in quel modo se la telefonata fosse arrivata oppure no, Pomicino fece segno di sì con la testa”.

“Una parte della Democrazia cristiana mi incaricò, negli anni ’80, di prendere contatti con una parte del Partito comunista – ha detto ancora Galloni – per vedere se fosse possibile una linea di politica economica e monetaria differente da quella accettata dall’establishemt della stessa sinistra democristriana e capire se nel Pci se qualcuno fosse d’accordo. Feci alcuni seminari, venivano persone molto modeste come Mario Draghi e Giulio Tremonti, gente che poi ha fatto carriera”.

“Cosa successe? Un certo Ciampi chiamò Enrico Berlinguer e gli disse che, se si fosse andati avanti con il discorso sulla moneta, tutti i figli della nomenklatura comunista che stavano negli uffici e negli studi delle banche sarebbero andati a casa”, ha svelato.

“Ancora oggi si vedono i segni lasciati da quella telefonata arrivata dalla Germania – ha concluso Galloni amaramente – in quel momento ho capito che l’Italia era stata condannata definitivamente insieme a una generazione di giovani”.