L’AQUILA – Tramonta impietosamente il sogno orientale per il rilancio industriale della Ex Otefal dell’Aquila.
La società turco-persiana Madar, che aveva rilevato nel gennaio 2013 lo stabilimento che produce roller di alluminio, il 30 giugno prossimo chiuderà definitivamente i batttenti.
Scatterà contestualmente la mobilità per 180 dipendenti in cassa integrazione a zero ore da gennaio scorso, a causa della mancanza di commesse.
Il che significa che, senza novità, da luglio e per i prossimi 2-3 anni percepiranno un assegno mensile di circa 700 euro e poi si ritroveranno senza ammortizzatori sociali.
Ultima spiaggia potrebbe essere rappresentata dalla gara che saraà indetta dal curatore fallimentare Omero Martella entro la fine di luglio, nella speranza che non vada deserta come quella di marzo.
Spiega però ad AbruzzoWeb Gino Mattuccilli, della Fim-Cisl, che “ci sarebbero aziende interessate a investire all’Aquila, e a subentrare alla Maadar. Del resto – sottolinea – la ex-Otefal ha ottime professionalità e l’alluminio che qui viene prodotto può avere ancora un mercato promettente”.
Un conto, però, sarà vendere un impianto chiuso, da dove la Madar ha già portato via i suoi macchinari e materiali, un altro è vendere un impianto dove la produzione non si è fermata.
Eppure un anno mezzo fa i siriani furono accolti come i salvatori della patria. Nel gennaio 2013, dopo l’uscita di scena della vecchia proprietà, la Pozzoli di Bergamo, e dopo 6 mesi di chiusura totale e un anno e mezzo di concordato preventivo, la Madar rimise subito 120 operai al lavoro, riattivando tutta la linea di verniciatura dell’alluminio a liquido e in polvere.
E garantì di arrivare in breve tempo a produrre 24 mila tonnellate di alluminio all’anno, per grandi opere edili come grattacieli, tetti in alluminio e costruzione di vario tipo.
Ebbe a dire Mattuccili in quell’occasione: “Le premesse sono buone, l’azione sinergica messa in campo dalla curatela fallimentare, dai giudici e dalle organizzazioni sindacali ha consentito il salvataggio di uno stabilimento che rischiava la chiusura definitiva”.
Oggi invece, afferma amareggiato che “la Maadar non si è rivelata un’azienda seria e affidabile. Con tutto il rispetto, non ha dimostrato di avere la mentalità giusta per produrre in Europa, secondo le vigenti normative e diritti sindacali – conclude – Non mi stupisce che abbiano deciso di andare a investire altrove, in Nord Africa, dove ci sono meno regole e i sindacati non contano”.



