L’AQUILA – Ha suscitato immediate reazioni e polemiche il provvedimento approvato ieri dal Consiglio comunale dell’Aquila con il quale viene ritirata la delibera 58 del 2009, che consentiva ai cittadini con l’abitazione principale inagibile a seguito del terremoto di realizzare delle casette in legno.

Un’opportunità a cui hanno fatto ricorso molti cittadini che, dopo aver speso centinaia di migliaia di euro per i manufatti, rischiano di doverli smantellare dopo 90 giorni dalla dichiarazione di agibilità dell’abitazione principale: oltre al danno la beffa, dunque, almeno secondo quanto denuncia un lettore, A.M., che in una lettera aperta attacca, senza fare nomi però, quei consiglieri comunali che prima hanno “invogliato alla costruzione” delle casette salvo poi approvare un ordine del giorno con il quale si pone un freno alla deregulation. Per il consigliere della decima circoscrizione è un provvedimento “tardivo e ingiusto”

Secondo quanto stabilito dall’assise civica nella seduta di ieri, da quest’oggi non sarà più possibile presentare la comunicazione di inizio lavori e il progetto per realizzare le casette in legno; il Consiglio al contempo, ha approvato un emendamento grazie al quale tutti coloro che già hanno presentato la comunicazione presso gli uffici tecnici comunali dovranno iniziare i lavori entro trenta giorni ed avranno a disposizione centocinquanta giorni per ultimare le opere.

Secondo quanto previsto dalla delibera ormai ritirata le disposizioni contenute nella delibera 58 sono valide per 36 mesi, al termine dei quali, salvo proroghe o sanatorie, le casette temporanee dovranno essere rimosse. Secondo alcuni rumors sembra, comunque, che sia prevedibile una sanatoria, almeno per quei cittadini che abbiano realizzato le casette su terreni edificabili e secondo quanto previsto dalle norme.

“Credo che il problema delle sanatorie – ha spiegato il consigliere comunale di Sinistra e libertà, Giuseppe Bernardi – sarà di competenza della prossima amministrazione comunale. È chiaro che una sanatoria non sarà possibile per chi ha costruito in maniera abusiva, ma per coloro che hanno realizzato i manufatti secondo i criteri della delibera 58 è evidente che chi governerà nella prossima consigliatura dovrà porsi il problema”. (g.a.)

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IL TESTO DELLA LETTERA DI A.M.

sono uno dei mille che per necessità (casa E con prospettive di sistemazione non immediate) ha deciso di provvedere da sè a risolvere il problema dell’alloggio, costruendo una casa su un terreno agricolo. Una scelta che è stata motivo di grande travaglio in famiglia, viste le scarse certezze che l’amministrazione ha fornito fin dal principio sulla vicenda. L’unica cosa sicura era la delibera 58 del 25 maggio 2009 che stabiliva i criteri per la realizzazione dei manufatti.

Consideravo, e considero tuttora, quella delibera un grande errore. In primis perché ha “invogliato” (me compreso) la cittadinanza a spendere dei soldi per costruirsi una sistemazione che potesse far ritrovare alle famiglie serenità, intimità, sicurezza. Come si fa a dire a uno che ha casa in centro, con prospettive di ricostruzione decennali, “la casa temporanea dura 36 mesi?”. Ergo: fatevi una baracca che tanto dovrete toglierla. E così è stato fatto, solo che vista la possibile permanenza decennale, la baracca spesso è costata centomila euro e più tra piastre, legno, utenze, arredi e quant’altro. Più di uno, in quei giorni,  e parlo di solerti consiglieri comunali, ha invogliato alla costruzione: “vai, vai, tanto non la toglie nessuno”.

Molti cittadini che con coraggio hanno scelto di rimanere in città a spese proprie si sono così sentiti “tutelati”. D’altronde si può investire una cifra consistente così, a cuor leggero?

Veniamo a questi giorni. Esplode il dibattito sulla deregulation. Un aspetto certamente da tenere in considerazione. In effetti più di uno ha esagerato, soprattutto chi ha deciso di fare di quella casa “temporanea” una speculazione. Molti consiglieri, nei dibattiti pubblici e privati, fanno emergere allora posizioni diverse da venti mesi fa: “bisogna togliere tutto, a costo di mandare l’esercito”. Si scopre (L’Aquila è piccola) che sono gli stessi consiglieri che venti mesi fa invogliavano la popolazione a costruire e ora fanno i giustizialisti, magari per piccoli interessi personali (difesa dei costruttori o terreni da far fruttare).

E così, anziché dibattere seriamente su come dare qualche certezza in più alle famiglie, si passa al pugno duro: ritiro della delibera, rimozione dopo 90 giorni dall’agibilità dell’abitazione principale. Caso, quest’ultimo, che costringerà molti di quelli che hanno speso soldi per stare più tranquilli, magari con la casa B, a bruciare quei fondi. La controreplica: “tanto lo sapevate, che lo avete fatto a fare?”. No, non è così. Soprattutto per chi è si è trovato con B che sono E, con seri problemi familiari, di salute, o semplicemente ha cercato di dare una possibilità in più ai propri figli di restare in città.  La realtà è che l’amministrazione ha gestito questa vicenda in maniera pedestre. Si poteva fare una delibera più restrittiva, magari che individuasse aree ben precise, ma dando qualche certezza in più sulla regolarizzazione dei manufatti. Ora, invece, tutti sono nella gogna.

Tutti vivono con la mannaia della demolizione sul capo. E’ serio penalizzare così chi ha deciso di rimanere all’Aquila con grossi sacrifici economici in una situazione terribile, facendo risparmiare soldi pubblici? E’ serio che l’amministrazione faccia marcia indietro così? E’ serio che non si dibatta su come risolvere la situazione, ma si pensi solo a come rimuovere le case?

Chi ha costruito rispettando la delibera ha realizzato case non impattanti (sotto i sei metri di altezza, spesso usando legno), su aree già urbanizzate (era previsto dalla delibera), pagando regolarmente le utenze (previsto dalla delibera), presentando progetti e relazioni (previsto dalla delibera), occupando piccole porzioni di terreno (max 95 metri, previsto dalla delibera), spesso e volentieri su aree che il Comune mantiene bloccate o vincolate dal 1975 (anno dell’ultimo P.R.G.). E il famigerato consumo di territorio? Ammesso che sono mille le domande presentate, moltiplicando 95 (al massimo) per mille si ottengono 95.000 metri quadrati. Ovvero al massimo come tre centri commerciali di piccole dimensioni su un territorio di 467 chilometri quadrati (tra i più vasti d’Italia).

E’ questo lo scempio? Sono questi coloro che devono rimuovere la casa? O coloro che l’hanno fatta nel giardinetto, in riva al fiume, sulle rotatorie, con allacci abusivi e senza comunicare nulla? Riflettano i signori consiglieri. Prima di fare, stavolta si, l’ennesimo sfregio alla città e ai cittadini.

PETROCCO: “PROVVEDIMENTO INGIUSTO E TARDIVO”

L’AQUILA – “L’ultima delibera del Consiglio comunale che revoca la possibilità per i terremotati con casa inagibile di costruirsi una abitazione provvisoria in deroga al vigente Prg è tardiva e ingiusta”. Ad affermarlo è Chiara Petrocco, consigliere della decima circoscrizione del gruppo Misto.

“Tardiva perchè se lo si è permesso fino ad oggi è inutile ‘chiudere le stalle’ quando quasi tutti i buoi sono scappati. Ingiusta perchè non possono esistere figli, figliastri e figli di buona donna”.

“Mi spiego, se ci sono ancora centinaia di secondi sopralluoghi da effettuare, richiesti entro il 31 agosto come da ordinanza, da effettuare da parte della Sge ( che per altro pare operi con poche squadre di verificatori) come può essere giusto escludere questi potenziali “senza tetto” dalla possibilità di non finire su strada, essendo ormai fuori da ogni possibile assistenza (CAS o progetto C.A.S.E.) essendo decaduti i termini?!”.

“Questa amministrazione non perde occasione per dimostrarsi incopetente, inadeguata e fuori da ogni contatto con la realtà che amministra. Credo di rammentare che la disparità di trattamento tra i cittadini sia un reato perseguibile per altro d’ufficio qualora la magistratura ne venga a conoscenza”.

“Se così non fosse provvederò. Intanto mi sono già attivata, su sollecitazione di molti cittadini della mia Circoscrizione, a sottoporre una mozione di iniziativa popolare al Consiglio comunale  affinchè revochi questa ingiusta deliberazione”.

“Faccio appello al sub commissario Antonio Cicchetti  perchè si attivi in  merito. Meglio aquilani nelle ‘casette’ che in alberghi o emigranti per forza.”