L’AQUILA – I piccoli passi, in questa melma post 6 aprile, sono giganteschi.
Oggi, 1° maggio, alle 15.30 ‘riapre’ Porta Castello, simbolo tra i simboli della signora L’Aquila.
Un restauro costato 27 mila euro, grazie alle donazioni di privati cittadini raccolte dal Lions Club e affidato a una progettista che, da ‘forestiera’, si era innamorata di un aquilano.
E di questo borgo, tanto da scegliere di venirci a vivere.
“Abitavo nel quarto di Sant’Amico, mi manca tanto la mia città – dice ad AbruzzoWeb Alessandra Tacchin, architetto e progettista dei lavori di restauro di Porta Castello – ma so che non ci si può fermare. Ci vorrà tempo, da architetto so bene quali sono le difficoltà e le tempistiche di una ricostruzione come la nostra. Non importa, comunque. Dobbiamo rifare L’Aquila”.
“Qui la politica non ha messo bocca – prosegue la Tacchin, parlando della ricostruzione della Porta – tutto è stato fatto grazie alla forza e alle risorse di liberi cittadini. Il Lions Club del presidente Giampaolo De Rubeis ha donato i fondi, io e il mio collaboratore Enrico Cisbani e l’architetto Marcello Marchetti abbiamo messo a disposizione le nostre capacità. È stato chiesto al Mibac su quali monumenti potevamo intervenire, visto il budget a disposizione. Va ringraziato in questo senso Luciano Marchetti, vice commissario ai Beni culturali. Per noi è stata una vera impresa, teniamo troppo a questa città”.
Il restauro di Porta Castello non prevedeva costi ingenti, il sisma ha ‘solo’ fatto in tempo a farle qualche ferita, ma non così terribile da comprometterne la rinascita.
Reti in fibra di vetro per rinforzare l’arco, interventi di ricucitura delle lesioni, restauro su elementi pittorici.
Lavori di ‘routine’, ma il significato è ben altro, per una città che dovrà attendere chissà quanto tempo per riabbracciare quello che una volta era il suo cuore pulsante.
“Non possiamo illuderci – sospira la Tacchin – per il centro storico ci vorrà molto tempo. Conosco il terremoto del Friuli, all’epoca ero ancora al Nord. È un errore fare paragoni, perché sono due eventi completamente diversi tra loro. L’Aquila ha subìto dei danni ingentissimi, la situazione è estremamente complessa e non ha nulla a che vedere con il dramma friulano. Da quelle parti, inoltre, per tornare alla completa ‘normalità’, ci sono voluti trent’anni. Noi abbiamo di fronte una città e un territorio complicatissimi. Non parliamo soltanto di ripristino della abitazioni, ma anche dei sottoservizi, come le fogne e il gas. Lavori di una pesantezza incredibile”.
Sui problemi ‘auto-imposti’, dalla burocrazia che rallenta agli ostacoli evitabilissimi, l’architetto ha però le idee chiare.
“Nonostante il quadro non sia di agevole gestione – è il pensiero della Tacchin – alcuni passaggi potrebbero essere risolti con un po’ di buon senso. Nel mio caso, io e mio marito non possiamo far partire i lavori per la ricostruzione della nostra casa, classificata ‘E’ con danni gravissimi, ma non strutturali. Il progetto è pronto, eppure non viene protocollato: bisogna aspettare il piano di ricostruzione. Va data l’opportunità di agire dove già si può, altrimenti le iniziative private continueranno ad essere spente sul nascere”.
L’Aquila, intanto, aspetta segnali concreti.
“La bandiera con scritto ‘jemo ‘nnanzi’ sulla Torre Civica l’abbiamo fatta io e mio marito. Andiamo avanti, senza dubbio. Non possiamo permetterci di lasciare questo gioiello nelle mani sbagliate”.



