L’AQUILA – Il Comune dell’Aquila ha proposto all’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale (Ater) di prendere in gestione una parte dei 4.500 alloggi del Progetto C.a.s.e., l’insediamento realizzato insieme ai Moduli abitativi provvisori (M.a.p.) dalla Protezione civile per far fronte all’emergenza terremoto del 2009.

La parte proposta dal Comune riguarda gli alloggi in cui vivono con canone pagato al Comune stesso circa 650 nuclei familiari Ater, a fronte di 16 mila sfollati in totale, che ancora non tornano nelle abitazioni di appartenenza perché in attesa della ricostruzione post-sisma.

Alla riunione della scorsa settimana erano presenti il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, l’assessore regionale ai Lavori pubblici, Donato Di Matteo, l’amministratore unico dell’Azienda aquilana, Francesca Aloisi e gli assessori comunali all’Assistenza alla popolazione e alle Politiche sociali Fabio Pelini ed Emanuela Di Giovambattista.

In questi giorni si sta lavorando a un protocollo di intesa che però ha già trovato più di un ostacolo.

Tanto che, stando a fonti dirigenziali, si andrebbe verso il ‘no’, soprattutto perché l’Azienda avrebbe a disposizione dalla Regione, come sostenuto da Di Matteo, al massimo il personale in più ma non certo i quattrini di portata tale da garantire la manutenzione ordinaria, nonostante quella straordinaria resterebbe a carico al Comune che sta provando, con questa operazione, a togliersi dal groppone almeno una porzione di gestione.

I Progetti C.a.s.e., insieme agli oltre 1.500 M.a.p., sono passati dopo poco le rapide e spesso mal controllate costruzioni nelle mani comunali, ma ormai, con balconi crollati e a rischio crollo, casi di morosità anche gravi, inchieste della magistratura e intervento della Corte dei Conti, è la stessa amministrazione a cercare di liberarsene o di alleggerirne il peso, seppur in minima parte.

Il Comune, tra l’altro, continua a pubblicare ogni anno il bando per l’assegnazione di alloggi popolari, ma inutilmente, visto che sono ancora centinaia quelli da ricostruire – per cui ci vorrà ancora parecchio tempo per vedere i cantieri all’opera – e che l’Ater non può vendere per fare cassa.

In pratica, chi rientra nella graduatoria non prende un alloggio popolare, ma attraverso il bando comunale per le fragilità sociali può ottenere un C.a.s.e. o un Modulo abitativo provvisorio.  

“Chi risponde al nostro bando per le fragilità sociali – spiega l’assessore Di Giovambattista – sono quasi sempre le stesse persone che rispondono a quello per le case popolari, circa 400 in tutto. È una situazione paradossale, quindi riteniamo sia importante che l’Ater cominci ad occuparsi della gestione dei suoi inquilini ospitati nei C.a.s.e., considerando che la manutenzione straordinaria la garantisce il Comune”. 

Il Comune, va precisato, valuta le domande per il bando in base all’Isee e non al reddito come invece fa l’Ater. E al C.a.s.e. c’è anche chi paga un affitto più alto rispetto a quanto sborsato nella casa popolare. 
 
Ad oggi, sono stati riparati tutti gli alloggi Ater classificati A, B e C, circa 750, mentre per gli edifici più danneggiati, cioè i classificati E, dal governo sono arrivati soltanto 6 milioni della tranche di 27 milioni di euro come da delibera Cipe dell’anno scorso.

Si tratta di una cifra, lamenta da tempo l’Azienda, assolutamente insufficiente rispetto al fabbisogno reale che si aggira intorno agli 80 milioni di euro.