L’AQUILA – A distanza di tre anni e mezzo dal terremoto, con i preparativi del quarto Natale “alla buona” in un centro militarizzato e aperto a intermittenza, L’Aquila è una città ancora ferita, puntellata ed estremamente difficile da vivere.

La rassegnazione da un lato e la rabbia dall’altro dominano la scena. Indebolite o quasi le opinioni in proposito da parte delle autorità, sono gli aquilani a voler maggiormente dire la loro.

È per questo che AbruzzoWeb ha deciso di ascoltare chi non si è espresso, privilegiando le donne aquilane e focalizzando l’attenzione sul loro punto di vista.

Per capire cosa hanno imparato e cosa le ha spinte a restare o, meglio, non spinte ad andarsene da una città che ha ancora così poco da offrire.

Ma anche per sapere cosa L’Aquila “vera” desidera, quali sono i problemi ancora irrisolti avvertiti come più gravi e quali le proposte per migliorare la situazione.

Perché se è vero che dalle difficoltà si imparano le lezioni più preziose, questi anni di terremoto e post-terremoto sembrano aver insegnato molto, come a dare valore alle cose che davvero contano, voler dare il proprio contributo, trovare forze nuove dentro di sé, riscoprire l’importanza delle relazioni interpersonali e ritrovare le piccole abitudini quotidiane che permettono ad ognuno, nel ripeterle, di sentirsi un po’ più consapevole del proprio posto nel mondo.

MARA


“IL DOLORE NON DEVE LASCIAR POSTO ALLA RASSEGNAZIONE, PUNTIAMO SUL TURISMO”

Mara Quaianni, comproprietaria con i fratelli dell’hotel Amitenum dell’Aquila e presidente provinciale degli albergatori della provincia per la Federalberghi-confcommercio.

Dopo il terremoto non mi sono mai spostata dalla città pur avendo la casa inagibile, in quanto un dramma ben più grande ha colpito la nostra famiglia: quel terribile terremoto ci ha tolto un bene inestimabile: Ciccio, mio nipote. Siamo rimasti vicino ai miei cognati fino al momento dei funerali di Stato.

Terminato il rito, ma rimasta la tragedia, ci siamo trasferiti in via Inciampa la notte dove avevamo iniziato dal 2006 l’insediamento di un’azienda agricola con i nostri figli. Avevamo costruito le stalle, ed iniziato i lavori del laboratorio e del punto vendita.

È stata proprio l’azienda a darci la forza di sopravvivere e non pensare alla tragedia. Nel frattempo bisognava andare avanti anche con i lavori all’albergo che, per fortuna, sono stati seguiti da mio fratello.

Oggi mi mancano gli incontri settimanali con gli amici e i parenti, mi manca mia cognata che è scomparsa dopo il terremoto. Mi manca il centro, i vari punti di incontro, ma vedo anche una rassegnazione nei cittadini: prima c’era una forte volontà di ricostruire la città, di rifrequentare i portici, ora mi sembra che questa voglia stia esaurendosi lasciando posto alla rassegnazione.

Quasi sicuramente la mia generazione non riuscirà a vedere L’Aquila ricostruita e questa cosa mi fa stare davvero male.

Tanti sono i problemi della città che esistevano anche prima del terremoto e io, che mi occupo del settore turistico, non posso non denunciare la criticità della situazione antecedente al 5 aprile 2009 quando gli operatori stavano in grosse difficoltà a causa di una politica sbagliata e di un discorso turistico mai intrapreso.

Le nostre istituzioni dovrebbero capire che, per far decollare L’Aquila e tutto il suo circondario, bisogna investire enormi risorse a fronte di un progetto condiviso, bisognerebbe potenziare l’esistente come il Gran Sasso che potrebbe diventare un’enorme risorsa per la città creando nuovi posti di lavoro.

È venuta meno anche l’arte, che era il nostro fiore all’occhiello e di cui andavamo fieri; avevamo intrapreso un percorso per far diventare l’Aquila città capofila delle città d’arte d’Abruzzo, poi il 6 aprile si è fermato tutto.

Dovremmo sollecitare ogni giorno i nostri rappresentanti politici per venire incontro agli operatori che in questo momento, finita l’emergenza, stanno vivendo un momento di criticità ineguagliabile.

ROSALINDA


“DINAMICITÀ E LARGO A GIOVANI E CULTURA PER RITROVARE LA COMUNITÀ”

Rosalinda Di Marco, insegnante di musica all’Aquila.

Ho viaggiato per tre anni da Rocca di Mezzo, tornata dopo Pasqua di quest’anno all’Aquila in via XX Settembre, unico palazzo abitato.

Non ho mai messo in dubbio il fatto di andarmene dall’Aquila, mi piace la possibilità di avere tutto a portata di mano, ora molto più difficile organizzarsi la vita, la macchina è diventata indispensabile, per qualsiasi spostamento, non essendoci più un centro è difficile far vita sociale, a meno che ci si veda in un locale e francamente è aberrante.

Mi piace la mia professione, il contatto con i ragazzi, il vivere una passione in comune.

Il problema più grande è ritrovare la comunità, non basta riattivare gli interessi dei singoli gruppi, sport, musica, teatro, oramai sono gruppi non comunicanti: le stesse attività, che comunque sono riprese in parte, si fatica a seguirle, e manca assolutamente un ricambio, un travaso, comunicazione di esperienze.

Bellissimo il ritornare in città con i Cantieri dell’Immaginario quest’estate, si è aperta la nuova facoltà in viale Duca degli Abruzzi, benissimo, ma i parcheggi? Vogliamo riqualificare viale della Croce rossa? Creare punti d’ingresso alternativi nella città futura?

Si pensa solo a costruire e non a ricostruire, magari progetti pilota in accordo con la Soprintendenza, abbiamo visto che il non ristrutturato è crollato, ricostruire delle case moderne tra le mura antiche dovrebbe essere possibile, non è pensabile per una comunità moderna ristrutturare edifici antichi, spendendo anche parecchi soldi, senza avere le funzionalità e l’economicità di gestione che sono ormai necessarie a un vivere contemporaneo.

Mi riferisco al riscaldamento, all’elettrico e quant’altro. Il tutto contornato da una gestione dei servizi molto dinamica.

TITTI


“PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI E CULTURA DELLA SICUREZZA”

Titti Cervale, insegnante aquilana di Lingua e letteratura inglese nella scuola secondaria superiore

Per un paio di mesi subito dopo il terremoto mi sono spostata sulla costa, a Pineto, dove ho preso servizio nella scuola media e ho avuto modo di vivere un’esperienza professionale e umana di grande intensità ricostruendo una piccola comunità aquilana.

La mia vita è profondamente cambiata, ma legami affettivi forti e impegni professionali mi hanno fatto rimanere all’Aquila, dandomi la forza di ripartire insieme all’esigenza profonda di fare qualcosa di utile sulla strada della ricostruzione.

So quanto determinante sia avere una classe politica competente che amministri nell’interesse della comunità e purtroppo all’Aquila non abbiamo avuto una classe dirigente sempre all’altezza del grave compito.

La sicurezza strutturale degli edifici, il lavoro e il rilancio economico, delle politiche giovanili efficaci e la diffusione capillare di una cultura della sicurezza rendono il compito della ricostruzione difficile, serio e complesso.

Si parla oggi di città intelligente, di innovazione urbana e di sviluppo sostenibile ma per andare in questa direzione ci vogliono molta preparazione e alta professionalità da parte di tutta la comunità mentre la maggior parte dei cittadini purtroppo non partecipa, non si informa e ha già dimenticato sul versante della sicurezza le più elementari regole da rispettare. Cercherò di far crescere le nuove generazioni con una consapevolezza diversa.

NATALIA


“LO SCANDALO È ORA, A QUATTRO ANNI RITROVARCI COSÌ”

Natalia Nurzia. Lavora presso l’azienda di famiglia, produttori del torrone Fratelli Nurzia dal 1835 con il negozio in Piazza Duomo all’Aquila.

Durante l’estate del terremoto il laboratorio in piazza Duomo e il negozio sono stati chiusi per motivi di sicurezza. Io e la mia famiglia ci trovavamo, come moltissimi aquilani, negli alberghi sulla costa.

Il pensiero di dover riaprire l’azienda e riattivare la storica produzione ha reso i mesi estivi del 2009 in incubo, con il viaggiare tutti i giorni per poter ottenere un’agibilità parziale. Non avevamo entrate economiche; a luglio, grazie a un’iniziativa di Confcommercio, abbiamo aperto una minuscola
casetta di legno presso la Villa Comunale.

Dopo tante fatiche e nella disperazione totale, io e mia madre Giuliana siamo rientrate abusivamente nel laboratorio e abbiamo ricominciato a fare il torrone. Dopo qualche giorno, una troupe televisiva scoprì il “segreto”: la trasmissione Terra mandò in onda le immagini della produzione nascosta del torrone.

Ci fu una grande solidarietà e i miei collaboratori tornarono tutti a lavorare.

In occasione delle riprese televisive dichiarammo che, messa in sicurezza o no, noi il giorno 8 dicembre 2009 avremmo riaperto il bar. Così è stato, con migliaia di persone davanti la serranda: un’emozione da brivido.

La forza di ripartire me l’ha data la disperazione. Nulla è come prima e purtroppo a oggi non vedo un futuro sereno, sia economicamente che socialmente; la gente sta andando via dalla città. Gli scandali non li commento, lo scandalo è ora, a quattro anni trovarci così.

Mi auguro una città che sia esempio di sicurezza che le generazioni future possano dormire tranquilli nelle proprie case.

MARIA GRAZIA

“VALORIZZARE IL TERRITORIO A PARTIRE DA UNIVERSITÀ, GRAN SASSO E CONSERVATORIO”

Maria Grazia Lopardi, aquilana, avvocato dello Stato.

Dopo ben sei mesi e mezzo di camper, con marito, figlia, cane e gatto ho trovato casa a Poggio Picenze con una famiglia di amici. L’ufficio ridotto a un tavolino nella palestra della Guardia di finanza, poi in due stanze per poi allargarci e finalmente conquistare la sede definitiva nel complesso monumentale di San Domenico, nel centro storico.

Mio interesse preminente è stato proprio quello di permettere all’Avvocatura di funzionare, scongiurando il pericolo di vederla trasferire altrove. Non ho mai pensato di lasciare L’Aquila, che amo profondamente per la sua storia, i suoi vicoli, gli stemmi, i cortili, le piazzette, tutto.

Mi ha dato forza il senso di riconoscenza per essere viva con i miei cari, per gli aiuti da tutta Italia e inoltre l’amore per la mia città. Il centro storico è ancora silenzioso e abbandonato.

Non voglio parlare di scandali e dolore per portare la mia attenzione su quanto di positivo il terremoto mi ha insegnato: a vedere in ogni volto un pezzo della mia città, ad assaporare quel che consideriamo scontato e invece è un dono, a gioire per una luce che si riaccende, a capire cosa conta sul serio nella vita.

Dovremmo tutti recuperare la grinta per ripartire puntando sulla creatività per superare la crisi economica. Amare il proprio territorio per valorizzarlo e accogliere chi sappia apprezzarlo svelando misteri e bellezze.

Aprire scuole di archeologia, di restauro, di costruzioni antisismiche, inserire nelle facoltà dei speciali come Geobiologia, e soprattutto esaltare i nostri splendidi laboratorio del Gran Sasso e Conservatorio.

MARIA TERESA

“NON PENSARE SOLO AI TORNACONTI PERSONALI E NON DARE NIENTE PER SCONTATO”

Maria Teresa Di Marco, neo-mamma aquilana, casalinga.

Dopo il terremoto io e la mia famiglia siamo stati sfollati in un albergo a Tortoreto avendo avuto la casa inagibile.

L’Aquila è sempre rimasta nel mio cuore e dopo ben sette mesi la voglia di riabbracciare la mia città era diventata troppo forte, così abbiamo deciso di tornare, affittando una piccola casa e ricominciando da lì dove avevamo lasciato.

All’inizio i disagi erano tanti, i luoghi di ritrovo non erano più quelli di prima, il traffico nella città in tilt, il paesaggio devastato, i negozi chiusi, ma soprattutto il lavoro che non si sapeva dove andarlo a cercare.

Con il tempo e tanta forza, L’Aquila con i suoi aquilani hanno ricominciato a vivere così da riportare la città, anche se in maniera diversa e nuova, alla quasi normalità di un tempo. Riaverla ora, con le case tutte colorate, un centro che per metà ti fa rivivere quei giorni felici, lì dove siamo cresciuti e quei posti tutti incerottati che forse amiamo più di prima è una grande gioia.

C’è ancora tanto da lavorare, la politica e la burocrazia purtroppo non ci aiutano, nei processi di ricostruzione si pensa solo al tornaconto personale economico e a ridere per telefono ed è solo grazie alla forza degli aquilani e dei tanti aiuti economici e umanitari che la città ha ricevuto, che qualcosa forse è cambiato anche in meglio.

Questo terremoto ci ha portato via tanto, ma ci ha insegnato a non dare tutto per scontato e amare ogni giorno sempre di più quello che abbiamo.

MICHELA

“SI VA AVANTI PER COLORO CHE FAREBBERO ALTRETTANTO SE FOSSERO ANCORA QUI”

Michela Ursini, studentessa universitaria aquilana.

Dopo il terremoto ho deciso di rimanere per amore della città, è il posto dove sono nata e non posso non amarla. Inoltre non avrei mai potuto ricominciare da zero in un’altra città avendo la preoccupazione di lasciare qui i miei cari e i miei amici che considero una seconda famiglia.

Ho preferito rimanere vicino a loro, anche senza quegli elementi capaci di dare uno scopo, anche sentendomi spesso senza identità, perché questi stati d’animo ormai fanno parte di me e li porto ovunque.

Qui ho la consapevolezza che se il destino ci “regalerà” un’altra esperienza terribile, la condividerò con tutti. Non so cosa mi ha dato la forza di ripartire, forse il fatto che sono aquilana e noi la forza ce la portiamo dentro, oppure la consapevolezza di non cadere in una spirale di disperazione senza più tornare indietro.

Oppure semplicemente la forza me l’hanno data coloro che hanno perso la vita e che farebbero altrettanto se fossero sopravvissuti. Una parola che racchiude tutto questo è “amore”. Amore per se stessi, amore per gli altri, amore della vita.

Il terremoto ha cambiato tutto: i miei occhi, il mio cuore, il modo di vivere, respirare e attraversare le esperienze. Prima del 6 aprile 2009 la mia vita era come quella degli altri: il lavoro, lo studio, il pensare di creare e arrivare a uno scopo, la preoccupazione di avere un buon rossetto e un bel paio di scarpe per il sabato sera.

Poi, all’improvviso, tutto cambia: 28 secondi che è un semplice insignificante arco di tempo che comprende forse tre respiri e ti rendi conto che non siamo niente in questo mondo, che non siamo invincibili, anzi, tutto l’opposto.

Ti guardi intorno e capisci che sei diverso dal resto delle persone che per fortuna non hanno vissuto un’esperienza del genere e ti senti quasi un alieno. A distanza di tre anni nutro ancora la speranza di ritornare in quei vicoli, oppure prendere il caffè al bar abituale, semplicemente per tornare alla vita di prima.

Questo però non è più possibile. Il mio cuore è ancora fermo in quella notte buia e polverosa fatta di urla e pianti.

(1 – continua)