L’AQUILA – Oggi come 90 anni fa non è cambiato nulla per la pineta aquilana di Monteluco: si ragiona sempre sul potenziale turistico ed economico dell’area che, però, versa da diversi anni nel degrado, nell’abbandono e facile preda di vandali: una situazione aggravata dal terremoto 2009 che ha reso inagibili i due edifici, lo chalet e la casina detta ‘Rotonda’ e dal pauroso incendio che il 6 agosto 2012 ha fatto temere per la sorte della pineta.
Fu infatti alle soglie degli anni Trenta del secolo scorso che, per la prima volta, si presentò la necessità, all’amministrazione del Comune di Aquila degli Abruzzi, di migliorare la viabilità e sfruttare l’aria salubre della frazione di Roio, per crearvi un quartiere residenziale e turistico.
“La pineta di Monteluco presenta per la sua ubicazione e per le sue caratteristiche possibilità di sfruttamento economico, con una valorizzazione nei riguardi turistici e valorizzazione del suolo per future costruzioni di ville e alberghi di soggiorno (…) la prosecuzione della strada attraverso la pineta (…) l’impianto di uno chalet presso la Capanna Minardi con piazzale pavimentato per convegno”.
Era il 3 giugno 1929 e iniziava così la relazione tecnica dell’ingegner Vincenzo Di Nanna, incaricato dall’amministrazione comunale dell’Aquila di redigere uno studio di fattibilità e un progetto per la costruzione di una strada che collegasse l’abitato di Roio con la località detta Monteluco , oltre la pineta.
Allo stesso ingegnere, che aveva il suo studio in via XX settembre 31, fu poi affidato l’incarico per la progettazione e la direzione dei lavori per realizzare un “tracciato panoramico che (…) sale a mezza costa verso il santuario, rasentando l’abitato di san Leonardo. Dal Santuario un breve tronco potrà distaccarsi per raggiungere l’abitato di Poggio. Dal Santuario stesso la strada si interna nella pineta in piena vista del panorama della vallata aquilana verso il Gran Sasso e la Majella da una parte, verso il Pizzo di Sevo dall’altra. Gira quindi la strada intorno alla cima di Monte Luco in vista della catena di Costa Grande e perviene alla spianata della sommità. È stato evitato ogni tornante”.
L’opera doveva costare in tutto 379 mila lire circa, considerando una serie di lavori eseguiti “in economia, sfruttando la manodopera gratuita e volontaria degli abitanti della frazione di Roio”.
Il podestà, Adelchi Serena, scriveva nella delibera del 1931 che autorizzava l’opera: “Premesso che per valorizzare turisticamente la pineta di Monteluco e il santuario di Santa Maria di Roio, che costituiscono meta di pellegrinaggio e di gite a breve distanza dalla città e per alleviare ancora la disoccupazione invernale nella delegazione di Roio più accentuata che altrove, si è manifestata la necessità di procedere alla costruzione della strada di accesso a Monteluco dalla comunale di Poggio di Roio. Dello sbancamento del terreno si occuperanno alcuni cittadini della delegazione di Roio: Teodoro Totani, Scassa Ireneo di Luigi, Pupi Gino di Croce, Mastrovecchio Antonio di Vincenzo, Frutti Carmine Fu Eugenio, Ciccozzi Giuseppe Fu Luigi, Luciani Berardino, Pacitti Sabatino, Alberto Paoletti, Pacitti Giuseppe, Tunno Gino, Sfarra Orfeo, Paoletti Luigi, Sfarra Celeste, Pietrangeli Biagio, Ciccozzi Domenico, Palumbo Giuseppe”.
I terreni furono espropriati alla famiglia di Ferdinando Palitti, e liquidati con un indennizzo che tardava ad arrivare, sollecitato con numerose lettere dal Palitti al delegato podestarile Teodoro Totani.
Per la costruzione della strada e le opere di sbancamento furono forniti dalla ditta Francesco Setta: 277 quintali di cemento, 8 metri di tavole da 2,5 centimetri di spessore, 4 chilogrammi di chiodi da 5 centimetri, 1 chilo di chiodi da 10 centimetri e ben 20 chili di polvere da mina, con 12 rotoli di miccia e infine 12 metri di tubi di cemento da 60 centimetri, oltre a 20 carriole, stampi da minatore, 10 mazzuole, mazze di ferro, biffe e palanchini e binari modello Decauville.
Proprio il delegato podestarile Teodoro Totani, con una lettera del 14 giugno 1929, chiese al podestà di valorizzare ulteriormente la zona della pineta, oltre che con la costruzione della strada, con il compimento del progetto di uno chalet, di impianti luce e acqua e anche di villini per “formare così una villa quanto mai ridente e salubre alle porte della città”.
Nel 1934 si diede inizio alla procedura per la costruzione della casina di Monteluco che fu inaugurata il 28 ottobre dello stesso anno: l’opera costò 110 mila lire circa invece delle 76 mila preventivate.
Il verbale di deliberazione del podestà, datato 7 luglio 1936, approvava il progetto del geometra Ferdinando Arista, aiutante dell’ufficio tecnico comunale, il quale si occupò della redazione del progetto, della direzione e liquidazione dei lavori, dello studio per il trasporto dell’energia elettrica dal trasformatore di Roio Piano alla casina, e anche della trattativa con la Società unione esercizi elettrici, l’Enel dell’epoca, per la determinazione del canone.
La casina comunale doveva essere dotata anche di apparecchio telefonico e le trattative furono portate avanti con la società Timo per l’installazione del telefono con un costo di lire 3.978,10 per le opere di allaccio e attivazione.
Servì, quindi, uno studio per la derivazione di acqua potabile e, d’intesa con l’ufficio forestale, l’abbattimento dei pini che vegetavano intorno la casina comunale.
Un rimborso spese di lire mille fu riconosciuto come extra al geometra Arista, a copertura dei costi di “trasferta”.
Scalini in granitello, maioliche bianche, marmo bianco di Carrara, lastre di vetro, i materiali usati per le finiture di quello che doveva essere il “ritrovo” di aquilani e turisti.
Il Comune di Aquila degli Abruzzi aveva sborsato quasi 500 mila lire per le migliorie alla rotabile per Roio e per la costruzione della Casina comunale: doveva a quel punto mettere a rendita l’opera e riempire le casse dell’amministrazione, perché, si legge nelle comunicazioni interne agli uffici dell’epoca “non è pensabile l’alea di un’opera in perdita”.
“Già solo l’aumento di valore dei terreni – scriveva l’ingegner Di Nanna in una delle relazioni tecniche – costeggiati dalla nuova strada, e di proprietà dell’uso civico, giutificherebbe l’investimento”.
Il primo gestore della “Rotonda” fu Pietro Gasbarri, che dall’ottobre del 1934 al giugno del 1935 ebbe qui la sua attività di ristoro e intrattenimento: si tirò quasi subito indietro “a causa delle continue perdite subite” riconsegnando i locali il 31 ottobre 1935 “in perfetto stato e lasciando al piano interrato una cucina economica del valore di lire 1.000”.
Dopo la rinuncia alla gestione da parte di Gasbarri, dunque, il podestà chiese al delegato di Roio di indicare una persona di fiducia come custode della Casina comunale e anche della colonia montana di Roio, che si stava ancora costruendo.
Nel 13 maggio 1936 fu deliberata l’assegnazione della custodia della casina comunale al signor Antonio Sfarra, con un compenso di lire 240 per i mesi di marzo aprile e maggio.
Il Comune intendeva chiede all’eventuale gestore, che si fosse occupato della manutenzione delle strutture e della strada, una compartecipazione agli utili con modi e forme fisse o variabili da stabilirsi, nel caso in cui gli utili netti avessero superato il 15 per cento.
C’è un notevole vuoto nella documentazione custodita negli archivi storici, ed è pertanto impossibile ricostruire il susseguirsi delle gestioni della casina comunale che, curiosamente, risulta accatastata come teatro.
Buio, dunque, fino agli anni Settanta, quando la “Rotonda” divenne per un certo periodo la prima discoteca all’aperto dell’Aquila, sfruttando la piattaforma in cemento nei pressi della casina comunale, che nei progetti degli anni Trenta era genericamente destinata a “convegni”.
L’idea di farne una discoteca fu del signor Lucio Serripierro, soprannominato ‘Ju Lupe’ dai suoi amici, che impiantò a Roio un locale, con pista da ballo all’aperto nella pineta, caffetteria, gelateria e ristoro. Tante le serate ospitate, negli anni Novanta anche quelle che celebravano l’allora star del momento, il bidello Mario Magnotta, vittima di molti scherzi telefonici.
Negli anni Sessanta alla casina comunale era stato affiancato uno chalet, adibito a ristorante.
“Qui si pranzava e nello spiazzo davanti la casina si ballava: era il posto per trascorrere in tranquillità la domenica, si saliva per la via Mariana, soprattutto il lunedì di Pasqua e a Ferragosto – ricorda Anna Fatigati dell’amministrazione separata dei beni di uso civico – Bisognava andare la mattina presto perché altrimenti non si trovava posto. Il lunedì di pasqua c’era la cosiddetta festa degli aquilani. Era organizzata puntualmente ogni anno da un signore, di cui non ricordo purtroppo il nome, che aveva la bancarella in piazza Duomo e vendeva le scarpe. Si dava da fare per organizzare questa gita fuori porta, in cui coinvolgeva più gente possibile, si sostava al Santuario della Madonna di Roio e poi ci si recava nella pineta per consumare il pranzo al sacco”.
Negli anni Ottanta la gestione di chalet e casina comunale passò prima al signor Pietro Storni quindi alla famiglia Del Vecchio che l’ha mantenuta fino alla data fatidica del terremoto del 6 aprile 2009. Negli anni d’oro a occuparsene erano i soci Luigi Di Cosimo e Antonio Del Vecchio: Gigi e Tony, un duo storico che poi ha preso ciascuno la sua strada.
La storia dello chalet, per ora, finisce qui: potrà riprendere in futuro se troverà concretezza l’esito di un bando, che scadrà il prossimo 25 settembre, promosso dall’Università degli studi insieme agli Usi civici di Roio, per la riqualificazione dell’area di Monteluco.





