L’AQUILA – Se Roma piange, L’Aquila non ride. Per un ecodoppler nel capoluogo abruzzese l’attesa è di quattro mesi.
L’ennesimo scandalo di malasanità italiana che ha colpito ieri il Policlinico Umberto I di Roma e che ha portato alla triste ribalta nazionale il caso della donna di 53 anni malata di Alzheimer rimasta stata legata con le lenzuola a una barella al pronto soccorso, in quella terra di nessuno definita “la piazzetta” (41 i pazienti trovati ieri, invece degli otto previsti, come riporta oggi l’edizione on line del Messaggero), è “solo” un esempio eclatante, la parte più devastata di una nave che continua a inabissarsi nelle acque profonde.
All’Aquila il terremoto del 2009, senza che i vertici regionali e locali prendessero provvedimenti, ha traghettato l’ospedale San Salvatore verso un ulteriore quanto grottesco indebolimento, tanto da non suscitare più alcuna indignazione se una visita è prenotata, minimo, a quattro mesi di distanza, come nel caso di un ecodoppler dei vasi del collo di cui necessita uno dei molti anziani del capoluogo abruzzese.
L’importante esame, infatti, verrà eseguito a giugno, praticamente a quattro mesi di distanza dalla prenotazione. Nulla di che, certo, se il paragone deve essere fatto con una malata di Alzheimer legata a una barella per quattro giorni. Ma alla degenerazione si arriva, sempre, quando i servizi più semplici vengono trasformati in privilegi da afferrare quando si presenta l’occasione. Questo andrebbe ripetuto a chi si è ostinato e si ostina ancora a considerare un ospedale pubblico un’azienda. Il problema più grande è tutto in questa definizione.
Nel mentre l’anziano, come molti altri, se non vorrà attendere circa 120 giorni con l’ansia di non capire il perché del problema all’orecchio che ha preoccupato il suo medico curante, dovrà rivolgersi a una struttura privata mettendo mano al portafogli. (r.s.)





