L’AQUILA – “Ci hanno intimato da un momento all’altro di lasciare casa nostra per dei lavori che non ci riguardano, minacciando perfino lo ‘sgombero forzoso’, e così abbiamo scoperto di far parte di un consorzio senza mai averne avuto notizia prima”.
Lo strano caso ha investito all’improvviso due anni fa una famiglia aquilana che ha riportato l’accaduto ad AbruzzoWeb attraverso lo “scambio epistolare” con il presidente del consorzio in merito all’avvio di un cantiere di ricostruzione in un aggregato compreso tra via del Carmine, via Assergi e via dei Sali, in centro storico.
Da una prima raccomandata arrivata a luglio 2020 la famiglia ha scoperto che l”unità strutturale è stata inserita nel sub-aggregato” e che i lavori sono necessari per l”‘adeguamento sismico dell’intero aggregato”. In una successiva, dello scorso giugno, viene anche ricordato che “il progetto è stato approvato dal Comune dell’Aquila e dall’Usra” e che “prevede l’esecuzione degli interventi” anche sulla discussa unità”. Viene quindi minacciato lo “sgombero forzoso”, con spese a carico della stessa famiglia, entro 7 giorni.
Sgombero mai avvenuto e che, visto che la famiglia nel frattempo si è rivolta all’avvocato Alberto Villante, mentre continua il botta a risposta a suon di raccomandate, sembra sempre più improbabile.
Tra le varie curiosità emerse nella diffida a consegnare l’immobile in venti giorni, il fatto che non si indica “né quali siano i lavori da eseguire tramite invio dei realtivi elaborato grafici; né quali siano i tempi di esecuzione degli stessi, né se è previsto l’accollo degli oneri di sistemazione familiare altrove per il periodo occorrente e dei traslochi in uscita e in rientro”, ha evidenziato l’avvocato della famiglia.
“Solo in un secondo momento abbiamo scoperto che la porzione della nostra casa interessata dai lavori era il muro di una camera da letto, per un intervento che si sarebbe potuto fare tra l’altro senza il nostro coinvolgimento, procedendo dall’appartamento confinante”, viene spiegato.
“Siamo tornati nella nostra casa subito dopo il terremoto e dopo ben 10 anni dal completamento dei lavori, condotti autonomamente, abbiamo scoperto di doverne ‘subire’ altri, senza che nessuno si sia mai degnato di chiederci qualcosa”.
“Abbiamo deciso di raccontare la nostra storia perché potrebbe servire a qualcuno nella nostra stessa situazione: dai toni perentori delle raccomandate che ci sono arrivate in questi mesi sembrava che dovessimo lasciare casa e basta, senza appello. Invece siamo rimasti qui e, anche se la vicenda non è ancora conclusa, resteremo a casa nostra”.






