L’AQUILA – Mentre dentro e fuori le cosiddette stanze che contano si festeggia ancora la nomina dall’Aquila a Capitale italiana della cultura per il 2026, la città che non gode dei riflettori politici e mediatici – cioè la parte più consistente della città – annaspa nell’indifferenza, nella sporcizia, nell’incuria e nel degrado.
Un esempio che può essere “buono” per tutti gli altri: l’area del mercato di Piazza d’Armi.
Che è ormai una discarica frequentata, quando gli ambulanti sloggiano, da grandi e piccoli che non pretendono di fare jogging o passeggiare in un parco svedese o a Central Park, ma che vorrebbero almeno il minimo sindacale, cioè non essere costretti a sentirsi come se si trovassero all’interno di un enorme secchio dell’immondizia.
Una situazione che non può essere risolta affrontandola solo con slogan accusatori nei confronti degli incivili – quelli gettano di tutto anche sulle (poche) parti verdi rimaste anche perché e non solo perché fondamentalmente sono consapevoli che non andranno incontro a nessuna sanzione -, ma neppure con il pugno duro dell’amministrazione comunale, poiché viene usato solo per dare ossigeno alle casse svuotate dai folli ed antiscientifici tagli appoggiati ed approvati da una classe dirigente di parassiti liberisti su scala nazionale ed europea.
In attesa che trovi una forma definitiva il parco urbano di Piazza d’Armi (tanto sono solo passati quindici anni dal terremoto del 2009!), di annientare la “cultura” del gettare ovunque carta, della plastica, del vetro, eccetera, come se non ci fosse un domani, e sperando che l’ideologia brandita come una volgare scimitarra da chi crede che Keynes sia una marca di gomme da masticare venga sepolta una volta per tutte, ci auguriamo di vedere qualche buon risultato in termini di pulizia, che non viene certo garantita dalle telecamere (ti aiutano, forse, a beccare l’omicida, non ad impedirgli di agire), bensì dall’educazione e dal controllo “vivo” del territorio. (Roberto Santilli)






