L’AQUILA – Si rivolgerà al trubunale penale internazionale dell’Aja per chiedere giustizia per l’ingiusta detenzione a seguito della quale non è seguito nemmeno il risarcimento per gli anni trascorsi in carcere.
Giulio Petrilli, responsabile giustizia del Partito democratico, in una nota spiega le ragioni della sua protesta, che nei mesi scorsi lo ha portato anche allo sciopero della fame, scaturita dall’irretroattività della norma penale che garantisce un indennizzo per l’ingiusta detenzione, entrata in vigore nell’ottobre del 1989, a pochi mesi dalla sua assoluzione definitiva, giunta nel luglio dello stesso anno.
“Nei prossimi giorni – scrive Petrilli, che nella sua nota ripercorre l’intera vicenda giudiziaria che lo ha visto protagonista – invierò una lettera al Tribunale Penale Internazionale, nella quale sosterrò che il Pubblico Ministero che emise il mandato di cattura (l’attuale Procuratore aggiunto del tribunale di Milano Armando Spataro) e la Corte di primo grado che mi condannò, alla luce della mia successiva assoluzione, sono colpevoli di aver trasgredito l’articolo 7 dello statuto della corte penale nei commi F) sulla tortura , K) atti diretti a favorire intenzionalmente grandi sofferenze e gravi danni all’integrità fisica e alla salute fisica e mentale, E) imprigionamento o altre gravi forme di privazione della libertà personale”.
LA NOTA COMPLETA DI GIULIO PETRILLI
Da anni mi batto per avere giustizia sulla mia vicenda giudiziaria.
Una vicenda che mi vide arrestato nel 1980 con l’accusa di partecipazione a banda armata (Prima Linea) e rilasciato nel 1986, dopo l’assoluzione in giudizio d’appello presso il tribunale di Milano. Uscii innocente dopo cinque anni e otto mesi di carcere, da un’accusa banda armata, che prevedeva anche la detenzione nei carceri speciali e sotto regime articolo 90, più duro dell’attuale 41 bis.
Anni di isolamento totale, blindati dentro celle casseforti insonorizzate, senza più poter scrivere lettere, leggere libri, qualche ora di tv ma solo primo e secondo canale.
Sempre, sempre soli, con un’ora d’aria al giorno, in passeggi piccoli e con le grate. Un’ora di colloquio al mese, con i parenti, ma con i vetri divisori. Dodici carceri ho attraversato in questi sei lunghi anni.
Ebbi la sentenza definitiva di assoluzione dalla cassazione nel luglio 1989.
Nell’ottobre 1989, entra in vigore il nuovo codice penale con l’introduzione di articoli di legge che prevedevano la riparazione per ingiusta detenzione.
Di conseguenza inoltrai domanda in tal senso, presso la corte di appello del tribunale di Milano.
Mi risposero che avevo ragione, ma non essendo una norma retroattiva,la mia domanda di riparazione era inammissibile.
Sollecitai negli anni successivi l’intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma tutto finiva dentro le maglie della burocrazia e di tempi tecnici oltrepassati per fare l’istanza.
L’unica soluzione era ed è quella di fare in modo che la legge sulla riparazione per ingiusta detenzione diventi retroattiva; quindi anche per i casi di assoluzione antecedenti l’ottobre 1989.
Contattai diversi parlamentari che poi presentarono disegni di legge per introdurre l’applicazione retroattiva per la suddetta legge, sia alla Camera che al Senato, ma non si riesce neanche a farli calendarizzare in commissione giustizia.
Per spingere questa cosa ci sono stati appelli sottoscritti da giuristi, parlamentari, giornalisti e tante cittadine e cittadini, ma tutto è difficile.
Ora, nei prossimi giorni invierò una lettera al Tribunale Penale Internazionale, nella quale sosterrò che il Pubblico Ministero che emise il mandato di cattura (l’attuale Procuratore aggiunto del tribunale di Milano Armando Spataro) e la Corte di primo grado che mi condannò, alla luce della mia successiva assoluzione, sono colpevoli di aver trasgredito l’articolo 7 dello statuto della corte penale nei commi f) sulla tortura , K) atti diretti a favorire intenzionalmente grandi sofferenze e gravi danni all’integrità fisica e alla salute fisica e mentale, E) imprigionamento o altre gravi forme di privazione della libertà personale.





