L’AQUILA – “L’avvio del processo di ricostruzione dell’Aquila ha il problema delle 3C: Chiodi, Cialente e Cicchetti”.
Non ha peli sulla lingua Pierluigi De Amicis, presidente regionale della Federazione dell’ordine degli ingegneri d’Abruzzo, che in un’intervista ad AbruzzoWeb sferra un attacco molto deciso al cuore della governance della ricostruzione, puntando l’indice su commissario, vice commissario e sindaco dell’Aquila.
De Amicis fa il punto sulle pratiche giacenti (“temo si vogliano rallentare i pagamenti”), sui piani di ricostruzione, sulle risorse effettivamente disponibili (“a oggi, 1,6 miliardi”), sul futuro degli uffici della filiera (“secondo voci accreditate a fine anno Cineas e Reluiss potrebbero lasciare”).
Al momento, l’ostacolo principale appare la burocrazia, che come una sorta di “mostro” rischia di divorare e di far abortire sul nascere l’avvio del processo di ricostruzione pesante, quella vera. Quella che ancora è ferma al palo.
Ingegner De Amicis, a che punto sono le pratiche di ricostruzione per quanto riguarda il territorio comunale dell’Aquila?
Prima di parlare delle pratiche riferite agli immobili più danneggiati, quelli classificati “E”, vorrei ricordare che a tutt’oggi giacciono ferme in comune almeno 400 pratiche per Sal (stato d’avanzamento dei lavori, ndr) riferite alla riparazione di immobili “B” che hanno scelto la forma del contributo diretto. Gli uffici comunali ci dicono che i tempi di istruttoria sono pari a non meno di 200 giorni lavorativi; ciò in quanto, nonostante l’istruttoria a monte di Cineas, ogni pratica viene di fatto istruita nuovamente per intero. Per cui presentare al comune un Sal oggi vuol dire incassare il relativo pagamento non prima di un anno. È facile immaginare il disagio che ciò provoca a imprese e professionisti.
E per le pratiche “E” la situazione si sta finalmente sbloccando?
Chiaramente parliamo delle “E” fuori perimetrazione, ovvero fuori centro storico: al 31 agosto scorso sono state presentate oltre 7.000 pratiche. Noi, come ordine, abbiamo avuto un braccio di ferro con il commissario Chiodi in estate, quando proponevamo il termine del 31 gennaio 2012; poi ha prevalso la linea “delle 3C”, del termine al 31 agosto 2011 per presentare i progetti. Poteva sembrare una vittoria temporale, e invece a oggi si sono rilasciati solo pochissimi contributi di riparazione. E lo sa perché?
Lo spieghi…
Perché ci sono disposizioni del vice commissario, Antonio Cicchetti, che consentono l’istruttoria degli edifici “E” solo per le parti comuni, non delle parti private; in pratica ciò impedisce di rilasciare il contributo definitivo. Il bello, poi, è che per le integrazioni il Comune fissa il limite di 30 giorni, paventando persino la perdita del finanziamento per chi sfora, mentre per l’ammissione a contributo definitivo non ci sono di fatto termini certi di definizione del procedimento amministrativo.
E che senso avrebbero queste direttive del vice commissario Cicchetti?
Temo si voglia ingenerare un meccanismo di ritardo burocratico per rallentare il flusso dei pagamenti. Il mese di novembre è diventato il mese per eccellenza della burocrazia; mi spiego: entro il 30 novembre la Struttura tecnica di missione deve provvedere alla rendicontazione generale della ricostruzione, da inoltrare al Mef, il ministero dell’Economia e finanze, entro fine anno. E così ci tocca produrre nuovamente un mare di carte e documenti, su progetti già approvati da tempo.
Una delle cause che bloccano la ricostruzione, però, sembra essere anche che voi tecnici avete preso troppi incarichi e quindi non ce la fate.
Un ragionamento generico non si può fare: il mercato è mercato, non sono possibili giuridicamente norme che limitino l’acquisizione di commesse per un professionista. Ricordo poi che gli stessi tecnici, attraverso gli ordini di professionali, hanno promosso nella scorsa estate, tramite protocollo di intesa, il censimento degli incarichi. Era un modo per fare il punto sui tempi di elaborazione dei progetti, e in tal senso i tecnici vogliono essere l’interfaccia principale tra il soggetto normatore e il cittadino che deve ricostruire. I tecnici interpretano le norme e la mettono in pratica: una funzione essenziale nella filiera della ricostruzione, cui dovrebbe corrispondere anche una maggiore fase di consultazione preventiva con il decisore pubblico.
Il “piano di ricostruzione”, questo sconosciuto.
L’Aquila ha scelto una soluzione interna per redigerlo mentre i comuni del “cratere” si sono affidati in buona parte alle università. L’ordine degli ingegneri, come noto, ha presentato ricorso contro gli affidamenti diretti da parte dei Comuni agli atenei, e siamo in attesa dell’esito dei ricorsi. Vorrei comunque sottolineare che il maggior problema di governance è rappresentato dalla mancanza di coordinamento dei piani di recupero nell’intero “cratere”, compito che invece potrebbero e dovrebbero assolvere la Regione e la Provincia tramite la struttura commissariale. Oggi la ricostruzione deve essere un’occasione di ripensamento complessivo delle linee di sviluppo del nostro macro-territorio.
Si rischia un “cratere” a due velocità?
Bisogna dire una verità, anche se scomoda: non è pensabile una ricostruzione paritaria di tutti i comuni danneggiati dal sisma. Occorre uno schema generale progressivo di interventi, che tenga conto delle caratteristiche peculiari dei centri colpiti. Non si possono gettare a pioggia decine di milioni di euro sul territorio, magari a scapito dei gioielli dei centri storici o dei borghi antichi da valorizzare e recuperare.
Sulle risorse a disposizione lei che idea si è fatto dopo due anni e mezzo?
Si è parlato, come prima stima, di un danno di 7-8 miliardi di euro per il solo centro storico dell’Aquila, e di 12-13 miliardi per l’intero “cratere”, ma forse ce ne vorrebbero anche di più. Ma io oggi voglio stare alle cifre vere, quelle della cosiddetta “operazione trasparenza” diffusa dal commissario per la ricostruzione: soldi spesi rendicontati alla data di settembre 2011 pari a 1,962 miliardi di euro, soldi disponibili da spendere a oggi, 1,648 miliardi. Ma su come si dovrebbe arrivare alle cifre appena menzionate, e in che tempi, non è dato saperlo; il decreto Abruzzo spalma genericamente il tutto fino al 2030 e oltre. E poi sono preoccupato per la prossima strutturazione della filiera.
Cosa intende dire?
Secondo voci accreditate a fine anno Cineas e Reluiss potrebbero lasciare e oggi, a meno di due mesi da fine anno, sia il commissario che il l’amministrazione comunale non hanno un progetto di come strutturare in maniera articolata e definitiva gli uffici della ricostruzione. Si rischia una situazione caotica e di stallo: dopo l’uscita della Protezione civile, ahimè, la burocrazia ha riguadagnato a tutti gli effetti il tempo perduto.



