L’AQUILA – È tornato all’Aquila 16 anni dopo per immortalarla ancora con la sua Leica Gianni Berengo Gardin, 81 anni lunedì prossimo, per molti il più grande fotografo italiano.

Nel 1995, infatti, i suoi scatti rigorosamente in bianco e nero furono raccolti in un libro chiamato semplicemente “L’Aquila”, stampato dall’Istituto cinematografico “La lanterna magica”.

Foto emozionanti, soprattutto a riguardarle oggi che tutto quel ben di dio di scorci, portici trafficati, piazze, chiese, fontane, biblioteche e spazi culturali non c’è più.

Un percorso visivo che Gardin ha voluto ripercorrere, accompagnato dall’amico Duilio Chilante, ritraendo nuovamente gli stessi posti con le stesse inquadrature, per documentare com’è ridotto oggi il capoluogo.

“Ho fatto delle foto di morte”, ammette, con una certa tristezza. Foto che, con tutta probabilità, saranno raccolte in una nuova pubblicazione, con un effetto prima-dopo a dir poco stordente.

Come se non bastasse, il fotografo di Santa Margherita Ligure ha rinsaldato il suo legame con L’Aquila e l’Abruzzo mettendo a disposizione i suoi scatti raccolti nel libro “Donne al timone” edito da Onegroup in una mostra che resterà al castello Piccolomini di Celano (L’Aquila) fino al prossimo 31 ottobre.

Figure forti, di imprenditrici come l’ex assessore regionale della Giunta Del Turco Valentina Bianchi, per cui Gardin mostra di avere una preferenza, altro punto di contatto con l’Abruzzo.

Dalla mostra alle foto dell’Aquila vecchie e nuove, alla fotografia digitale e al ritocco, che vieterebbe per legge, Gianni Berengo Gardin si racconta ad AbruzzoWeb.

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Cominciamo dalla mostra.

È un lavoro che ho fatto con Francesca Pompa sei, sette anni fa sulle donne al timone: imprenditrici, donne che hanno ereditato o dal nulla hanno creato un’azienda florida, che svolgono varie attività industriali, artigianali o letterarie. All’epoca è uscito un libro con una sessantina di fotografie scattate girando tutta l’Italia.

C’è una donna tra queste che l’ha colpita particolarmente?

Tutte, perché erano tutte donne di grande personalità, creatività, esperienza di lavoro e quindi erano tutte affascinanti, ognuna nel suo campo.

Qual è la foto preferita?

Quella della cava di inerti vicino Avezzano che ritrae Valentina Bianchi. Lei mi ha colpito di più della foto, perché è una donna molto elegante, bella, dinamica. Pur essendo molto elegante, però, si arrampicava sui camion in modo incredibile… Mi sono quasi innamorato.

E la foto?

Mi ha colpito perché era un paesaggio come dire, lunare.

Mostra a parte, è tornato anche all’Aquila, che conosceva già.

Avevo fatto questo libro sull’Aquila una ventina d’anni fa, adesso abbiamo cercato le stesse situazioni che avevamo fotografato allora: di architettura, com’era e com’è, ma anche delle attività, com’erano allora e come sono adesso, nelle baracche. C’è questo confronto prima e dopo.

Che cosa ne viene fuori?

Un grande disastro, per il quale, almeno per quello che ne so io, da profano, lo Stato, le istituzioni, Berlusconi, non fanno nulla. Berlusconi ci ha raccontato un sacco di storie, di aver fatto l’ira di Dio, ma lo ha fatto con i soldi degli italiani, è merito loro. Lui ha il merito di essersi esibito e di aver approfittato della situazione dell’Aquila per mettersi in mostra.

Effettivamente è stato fatto qualcosa per chi ha perso tutto, ma secondo è poco in rapporto a quello che si doveva fare. E poi han fatto delle cose, dei ghetti secondo me invibili. Non so bene la situazione, ma dal di fuori questa è l’impressione. Sono poco vivibili e la gente è stata strappata via da una vita di comunità in centro che adesso credo non esista più.

Cosa le ha fatto più impressione nel rivedere il centro?

Il silenzio che c’è per le strade. Non passa nessuno, non c’è nessuno. Non ci sono i bambini che giocano, le donne che vanno a fare la spesa, la gente che va in ufficio. C’erano solo quattro cani abbandonati che giravano. E io, che sono abbastanza vecchio, mi ricordo a Roma com’era San Lorenzo dopo il bombardamento degli americani. Avevo 14 anni ed era la stessa cosa. I cani randagi che giravano la città abbandonati, le case puntellate e questo silenzio di morte.

Ha fotografato nel suo libro L’Aquila piena di gente, i portici affollati. Farlo in questa situazione di vuoto e di silenzio che sensazioni le ha dato?

È stato abbastanza triste. Un fotografo cerca sempre di estraniarsi dalla cosa che fotografa per non essere influenzato, ma qua bene o male il coinvolgimento c’è. Ho fatto delle foto di morte. In compenso ci sono le foto precedenti, della vita, che speriamo ritorni.

C’è una foto preferita tra quelle storiche?

Una no, cinque, sei, una decina sì. È come chiedere a un padre qual è il suo figlio preferito! Magari quelle con la gente, perché sono di reportage e non d’architettura.

C’è una zona che l’ha shockata, tra quelle fotografato dopo il terremoto?

Mi ha colpito la chiesa scoperchiata dove c’era la fontana…

Santa Maria Paganica?

Lì si vede molto bene lo squarcio, la differenza tra le parti crollate e quelle rimaste in piedi.

Uscirà un libro con le nuove foto?

Duilio sta cercando disperatamente gli sponsor, anzi, facciamo un appello pubblico perché oggi fare i libri costa caro e abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile. Pur denunciando la mancanza della presenza delle istituzioni, sarebbe un documento importantissimo, quando L’Aquila sarà ricostruita, di quello che è stato il terremoto, i suoi danni e le sue vittime, che sono più importanti degli edifici.

Tornando a quello vecchio. Non ha una foto preferita, ma in copertina c’è San Bernardino…

Questi sono gli sfizi dei grafici! Siccome si impaginava bene hanno scelto quella come copertina. Non è la mia preferita, però è una foto onesta.

Anche nella nuova copertina ci sarà San Bernardino?

Ho fotografato i tubi innocenti, non San Bernardino.

Parliamo di fotografia. Oggi la foto di cronaca si fa con il cellulare, anche a bassa qualità, si invia e si pubblica. Lei è tollerante?

Sono tollerante per le foto di sport, di cronaca e di attualità, per qualsiasi foto dov’è necessario spedire un minuto dopo che l’hai fatta. Non sono tollerante nel modo più assoluto per tutti gli altri generi di foto. Un’altra cosa di cui sono nemico, e lo proibirei per legge, è Photoshop, il ritocco.

Promette di non fotografare mai con il telefonino?

Non solo con il telefonino, ma neanche con la digitale! Il telefonino, poi, è proprio terribile. È l’abiezione più completa, il degrado più allucinante della fotografia.

C’è un avvenimento o una persona che avrebbe voluto fotografare?

Non ho mai ritratto persone importanti, i cosiddetti vip, anche se ho fatto un libro con 250 artisti e personaggi della cultura, ma li ho fotografati come amici, non professionalmente. Fotografo la gente che normalmente non viene fotografata.

Con la circolazione delle foto su Internet, il problema della proprietà si è aggravato?

È un disastro, rubano tutti quanti a man bassa e noi facciamo fatica a difendere il copyright. A me ne rubano in quantità. Fino a che le rubano i giornali lo scopri, se lo fa un privato non riesci.

Cos’altro non le piace della rete?

Non sopporto… Com’è che si chiama? Facebook? Mi hanno detto che ho 1.600 amici, ma io non ho mai visto in vita mia questo Facebook! Saranno miei fan ma non ne so niente, anche perché, purtroppo o per fortuna, ho talmente tanto da fare la mattina che non ho tempo di stare lì a vedere.

Le piace invece essere fotografato?

Mi imbarazza un po’, ma ormai mi ci sono abituato. Poso, come posano tutti. Come fanno quelli lì che recitano… L’Isola dei famosi, lì recitano parti allucinanti, io spero di recitare una parte meno allucinante. L’Isola dei famosi e il Grande fratello sono un’altra cosa che proibirei per legge. Sono degeneranti, cambiano la mentalità dei giovani che, vedendo quegli spettacoli, credono che tutto e permesso, che si può fare qualsiasi azione. Non esiste più morale, non esiste più eleganza, non esiste più il saper vivere. D’altra parte gli portano soldi.

Che macchina usa attualmente?

All’Aquila ho usato quasi sempre Nikon e Leica. Abitualmente fotografo molto di più con la Leica, di cui uso i grandangoli, mentre con la Nikon uso il tele.

Che ne pensa della distinzione tra foto artistica e di cronaca?

La foto artistica non esiste, per me esistono le buone e le cattive fotografie. Anche nel reportage c’è il buono e il cattivo, ma la foto di documentazione ha sempre molto più importanza della foto cosiddetta artistica. Io, poi, ci tengo moltissimo a dire che non sono un artista. Sono testimone della nostra epoca: documento quello che vedo.