L’AQUILA – Che cos’è un muro? Un segno architettonico per eccellenza, qualcosa che divide, che separa uno spazio dall’altro e che non ci permette di vedere oltre. Allo stesso tempo il muro è qualcosa che ci protegge da tutto ciò che accade fuori, circonda i nostri spazi, quelli domestici ad esempio, ma anche quelli di una città. È lo specchio delle incomprensioni umane. È un simbolo religioso, un luogo in cui andare a pregare. È una tela bianca per i writers, un posto su cui esprimere e imprimere la loro creatività.
I muri sono anche le nostre certezze, quelle che mettiamo assieme ogni giorno dentro di noi e su cui fondiamo il nostro vivere, quelle di cui abbiamo bisogno per sentire il limite tra noi e le insicurezze del mondo esterno. Spesso alcuni muri crollano, come sono crollati quelli dell’Aquila e così crollano anche le nostre fermezze.
Molti gli artisti che hanno trattato questo tema, a partire da Fabio Mauri che con il suo Muro Occidentale o del Pianto, presentato alla Biennale di Venezia del 1993, ha mostrato l’emblema della divisione del mondo. O Luca Maria Patella che con I Muri Parlanti ha giocato sull’aspetto ironico dell’arte.
Sabato 11 maggio, alle 17 presso la sede del MU.SP.A.C. sarà inaugurata la mostra dal titolo “Muri crollati, Muri dentro”, a cura di Martina Sconci, dove sette artisti contemporanei si mettono in gioco, ognuno con il proprio linguaggio, nella loro interpretazione del muro.
Per Claudio Asquini il muro è qualcosa che sta dentro di noi, l’incomprensione quotidiana che non riusciamo a risolvere e per cui a volte la fuga è l’unica via di scampo. Iglù è il titolo del muro di cassetti assemblati di Courtney Smith che rimanda a una dimensione domestica della separazione e all’unione tra uomo e architettura. L’iglù, rifugio a forma di cupola costruito con blocchi di neve, è “srotolato” dall’artista e aperto a varie possibilità. Possiamo nascondere i nostri pensieri nei suoi cassetti come gli Ebrei infilano le loro preghiere negli interstizi del Muro del Pianto. Una presa usb è il buco della serratura attraverso il quale possiamo guardare ciò che è accaduto a Salvatore Falci e Simona Barzaghi, rimasti chiusi per una settimana dietro le mura blindate della Fondazione Mudima di Milano. Un rimando a Étant donnés di Duchamp, opera enigmatica in cui mondo esteriore e mondo interiore si fondono completamente. Marco Brandizzi, nella sua idea di muro, inteso come “area” e come “perimetro”, vuole rendere omaggio al poeta mistico-rivoluzionario Alexander Block. Danilo Balducci, fotografo del mondo, con la sua silenziosa e allo stesso tempo rumorosa immagine, ci fa riflettere sui molteplici significati che il muro può avere. Può essere un riparo dalle intemperie quotidiane, una divisione fisica e mentale tra noi e l’altro, una superficie su cui esprimere al mondo i propri diritti e i propri pensieri. Il Tempio del Paradiso è il titolo del lavoro con cui Franco Fiorillo affronta con cinismo il tema del muro, ironizzando sulle casualità e sulle coincidenze della vita e su come alcune distanze territoriali, solitamente divise da confini, siano completamente azzerate dalla globalizzazione.



