L’AQUILA – Fatturato triplicato in tre anni, con l’idea di aumentarlo ancora nel 2011, rapporti ampliati e consolidati con la clientela, creazione di una struttura manageriale giovane, con 25 dipendenti e un indotto di un centinaio.
È un momento d’oro per la Sitec, azienda specializzata nella progettazione, realizzazione e manutenzione di impianti tecnologici per impieghi civili e industriali, impegnata tanto nel cantiere della ricostruzione quanto con commesse in tutta Italia.
A ricordare i mesi caldissimi del post-sisma, quando bisognava cominciare a lavorare sull’Aquila, ma anche, inesorabilmente e contemporaneamente, continuare ad alimentare l’espansione sul mercato italiano, è il titolare, Fabrizio Tranquini.
Che spiega vizi e virtù delle C.a.s.e., come riparare i primi ed esaltare le seconde, e racconta l’escalation di un’azienda nata nel 1988 e che oggi, sottolinea, “ha un management giovane ma non privo di esperienza”.
Come avete affrontato l’immediato post-sisma?
L’azienda non si è mossa solo sull’emergenza terremoto: la mia visione e intuito da imprenditore sono stati di capire che, successa la tragedia, tutti si sarebbero lanciati sull’unico grande cantiere aperto in Italia. Così ho cercato non solo di far fronte a quello, collaborando al progetto Case e ad altre opere, ma anche di guardarmi attorno e consolidare la nostra presenza sul mercato italiano. Oggi abbiamo due strutture, una che si occupa solo del cantiere aquilano, l’altra, parallela, che si occupa del cantiere Italia. Così lavoriamo dalla Lombardia alla Sicilia.
Quale di questi due è il fronte più difficile?
Sono anni di grandi soddisfazioni, frutto del nostro lavoro. Se dovessi scegliere, però, ripenso a due dei nostri cantieri più importanti del 2009, il progetto C.a.s.e. da un lato e la nuova struttura della West World Italia, a Roma, dall’altro. Erano due appalti milionari, da realizzare entrambi nello stesso periodo e nell’arco di quattro mesi. Diciamo che lavorare all’Aquila è più impegnativo sotto il profilo personale. Fuori, invece, si fanno lavori ai quali si tiene lo stesso, e si fa del proprio meglio, ma cambia il materiale umano, cambia l’interfaccia. Qui spesso i committenti sono amici, i cantieri sono per lo più residenziali. Le problematiche sono non di cantiere, ma relazionali.
Qual è stato il vostro ruolo nel progetto C.a.s.e.?
Abbiamo curato la realizzazione di tutta la parte impiantistica, elettrica, meccanica e speciale, in alcune delle palazzine dei siti di Bazzano, Roio e Camarda, collaborando con la Edimal, raggruppamento tra Taddei e Maltauro. È stato interessante, non solo per la tipologia di impiantistica, quanto per i tempi e le modalità di esecuzione. Le squadre erano al lavoro dalla mattina presto e facevamo continue riunioni organizzative la sera: giorno dopo giorno, con un obiettivo quotidiano e si tiravano le somme.
Com’è stato lavorare a contatto con la Protezione civile?
Dicono che quella italiana sia tra le migliori del mondo, sono assolutamente d’accordo. Per fare quello che fanno loro bisogna ricordarsi che siamo uomini. Si può sbagliare, ma ci deve essere la possibilità di correggere gli sbagli. D’altronde, l’emergenza non può essere calcolata, progettata, né pensata. Per fare opere importanti, veloci e in emergenza, servono strutture capaci di sopportare questo peso. Bisogna spendere tanto e c’è il rischio di essere criticati perché un metro quadrato di appartamento costa 2 mila euro e non 1.000 come al solito. Ma se ho un giorno solo per programmare gli acquisti, la trattativa non esiste, e la velocità costa.
Quando legge gli articoli di giornale relativi a impianti rotti, manufatti che si staccano, disagi alle palazzine C.a.s.e cosa pensa? C’è un problema di qualità in quegli alloggi?
Quando la Toyota ritirò migliaia di Yaris per un problema ai freni, il patron giapponese pianse in diretta e il messaggio non funzionò. Quando invece la Classe A si ribaltava, la Mercedes si assunse le responsabilità, migliorò la qualità, fece una campagna pubblicitaria aggressiva, e oggi quell’auto è tra le più vendute al mondo. Che intendo dire? Sicuramente ci sono e ci saranno problemi alle C.a.s.e. perché sono state fatte velocemente ma la grande qualità di un’azienda è anche quella di affrontare e risolvere eventuali difficoltà. D’altra parte tutto ha bisogno di un rodaggio e lì si vedono i difetti e si correggono. Adesso la manutenzione è fondamentale. Altrimenti quegli appartamenti dureranno poco.
Chi pagherà la manutenzione?
Chi ci abita? Intendiamoci, per chi è stato privato della propria casa, finché la riottiene è giusto che provveda lo Stato. Ce ne sono però migliaia, di cittadini che prima erano in affitto, perché non ripristinare la locazione per loro? Certo, oltre l’affitto, per quei cittadini andrebbero ripristinati anche i posti di lavoro.
Piani per il futuro. Quali sono le prospettive per la sua azienda?
A settembre faremo un grandissimo salto di qualità con la nuova sede. Sarà autoalimentata e a recupero totale (green). Ci saranno pannelli fotovoltaici per l’energia elettrica, il riscaldamento e il condizionamento, mentre le acque bianche e grigie saranno recuperate per gli impianti sanitari e l’innaffiamento. La mia più grande soddisfazione è vedere i miei collaboratori soddisfatti, sia nei cantieri, sia negli uffici, sia nel commerciale. Per i tanti progressi fatti devo ringraziare soprattutto loro. Facciamo un grande gioco di squadra, siamo tutti emozionati e pronti a nuove sfide.



