L’AQUILA – Dieci nomi tra i quali scegliere il prossimo sindaco dell’Aquila, sempre che non resti quello attuale e che Massimo Cialente non ritiri le dimissioni, visto che non può ricandidarsi.
Sembra ieri quando, prima delle amministrative di maggio 2012, si sfidavano i papabili di centrodestra, di centrosinistra e delle formazioni civiche nell’agguerritissimo “totosindaco”, vogliosi di accaparrarsi la candidatura alla fascia tricolore del capoluogo.
E ora si ricomincia, di nuovo. Il 31 gennaio, se non interverrà qualche miracolo tra politica e ricostruzione, le dimissioni di Cialente saranno esecutive e L’Aquila si dovrà dare ancora un nuovo primo cittadino.
Non è facile mettere sul tavolo un candidato sindaco credibile, ora, per nessuno. Anche perché gli appetiti di tutti erano rivolti alle Regionali e l’apertura di nuove caselle, se da un lato soddisferà gli scontenti che sarebbero rimasti fuori, dall’altro crea anche nuovi problemi, nuove gelosie, nuove lotte.
AbruzzoWeb ha selezionato 10 nomi, per il momento di politici, dei due blocchi e dei movimenti civici, dai quali potrebbe uscire il prossimo primo cittadino. Sono i favoriti, quelli che, a diversi livelli, hanno i voti e sanno come si fa.
Solo una prima puntata, in attesa di prendere in esame, in una successiva, le figure provenienti dalla cosiddetta “società civile”: quelle che, magari, per capire come funziona il Comune dalla poltrona più alta impiegherebbero un anno, ma quelle che incarnano, comunque, l’esigenza di cambiare di cui tutta L’Aquila parla.
Prima delle suggestioni delle matricole, tuttavia, è doveroso partire dai veterani. Tra questi 10, con tutta probabilità, c’è già il nome di quello che sarà il prossimo sindaco.
MASSIMO CIALENTE (PARTITO DEMOCRATICO)
Non si può non partire da lui, che è ancora in carica fino al 31 gennaio. “Ho chiuso con la politica”, ha detto, ed è sembrato più che mai convinto a mantenere la parola, staccando con la testa e con il cuore per la prima volta dal 6 aprile 2009. Possibile che possa clamorosamente ripensarci? Se la manifestazione di venerdì del centrosinistra sarà un successo, se il pressing dei suoi continuerà, se Enrico Letta gli promette più fondi, se Matteo Renzi lo sostiene magari mettendoci la faccia… Troppi se. Ma sulla carta è possibile.
Perché sì: è il sindaco del terremoto, l’unico che abbia guidato il Comune dopo il nuovo anno 0 della storia della città. L’inchiesta giudiziaria non lo ha toccato personalmente e non ci sono ombre su di lui. È stato l’unico che abbia sfidato il Quirinale e palazzo Chigi per i quattrini, di qualunque colore fosse l’inquilino.
Perché no: il “cado dalle nuvole” dopo gli arresti è stato uno scivolone che molti non gli perdonano. La responsabilità politica su dirigenti e assessori resta la sua. Difficile tornare indietro senza danni d’immagine dopo aver spergiurato l’addio. È logorato, come non esserlo, mentalmente e fisicamente.
GIOVANNI LOLLI (PARTITO DEMOCRATICO)
Nelle prime ore dopo la bufera e l’addio di Cialente, il centrosinistra sembrava un’armata brancaleone, faticava a rialzarsi. Nel primo vertice senza Max ha rinserrato i ranghi e messo tutti in riga, perfino Stefania Pezzopane. Ha guidato la delegazione del Partito democratico all’incontro con il numero 2 di Renzi, conosce le battaglie più importanti da condurre nei secondi 5 anni di ricostruzione, su tutte quella per abbattere il patto di stabilità. Se si vota, il candidato a botta sicura è lui e, se scende in campo, trovatene uno che lo sfidi.
Perché sì: è un ex sottosegretario e parlamentare, è conosciuto a Roma e attualmente libero da incarichi, non deve dimettersi e non ha incompatibilità. Un nome di competenze e rilevanza nazionale per garantire la continuità strategica con l’era-Cialente e ricominciare (quasi) come nulla sia accaduto.
Perché no: non ha mai governato un ente locale e dovrebbe comunque ambientarsi. Si ritiene più utile a Roma che all’Aquila. Ha già avvertito i suoi, “più mi espongo ora meno chance avrò di candidarmi”. A dispetto della forma fisica ha 63 anni e a fine mandato arriverebbe a 68, ci vorrebbe un ‘vice’ rampante.
PIERPAOLO PIETRUCCI (PARTITO DEMOCRATICO)
Un bersaniano che è cresciuto con i tre grandi vecchi, la triade Cialente-Pezzopane-Lolli, e ha capito al momento giusto quando passare con i giovani, sposando la causa renziana. Per 6 anni ombra di Massimo come capo di gabinetto, è stato poi cacciato con l’accusa di fare soffiate alla stampa nemica. Ha l’equidistanza da tutti i blocchi di potere del centrosinistra per raccogliere consenso ovunque. Personalmente, tuttavia, è noto che preferirebbe fare il consigliere regionale piuttosto che il sindaco.
Perché sì: non ha ancora 40 anni ma già conosce come le sue tasche il funzionamento dei gangli del Comune capoluogo. L’opinione pubblica chiede rinnovamento e giovani e lui ha la faccia giusta. Si è costruito una rete di conoscenze di rilievo ma ascolta anche l’uomo della strada. È fascinoso, il che in politica non guasta.
Perché no: non muore dalla voglia di combattere una guerra senza quartiere per una poltrona che avrà tanti onori e tantissimi oneri. L’ascesa fulminea, pur frenata dal benservito di Cialente, gli ha provocato molte gelosie che nelle urne poi si pagano. Si vedeva già a palazzo dell’Emiciclo e non ha cambiato idea.
ALFREDO MORONI (PARTITO DEMOCRATICO)
Da potente assessore ai Lavori pubblici ha messo lo zampino, con l’avallo del sindaco, su tutti i lavori più importanti di trasformazione concreta della città, l’auditorium, le rotatorie, le strade, le fontane, le inaugurazioni. Ha subìto un calo di popolarità con la gestione del progetto C.a.s.e. ma è riuscito a rifilare la “rogna”, copyright Lelio De Santis, proprio a quest’ultimo. Anche sulla vicenda dei bagni davanti alla chiesetta di Madonna Fore ha rimediato la solita accusa, troppo decisionismo e scarsa partecipazione.
Perché sì: buon compromesso tra esperienza, da funzionario della Regione Abruzzo e consigliere comunale prima e da assessore poi, e gioventù, visto che non ha mai ricoperto posizioni apicali. Ha imparato via via a comunicare i risultati raggiunti e a disinnescare le polemiche.
Perché no: è da considerare un outsider per la fascia tricolore. Prima che si aprisse la voragine del possibile voto amministrativo, puntava pure lui dritto all’elezione in Consiglio regionale e difficilmente abbandonerà questa ambizione, contando non solo sui suoi voti personali ma anche su quelli degli altri pezzi da 90 Pd.
GIORGIO DE MATTEIS (UNIONE DI CENTRO)
Ha impiegato mesi per ammortizzare la sconfitta del suo laboratorio politico senza colori, anzi con tutti i colori, alla guida del quale aveva sfidato Cialente solo con liste e listarelle civiche, di centro e di destra, senza il partitone Pdl, poi caduto in disgrazia. È tornato alla carica da vice presidente del Consiglio regionale e leader dell’opposizione in Comune anche se spesso ha lasciato il proscenio ai giovani. Alle Politiche, però, è stato ancora flop. Se stavolta la rinata Forza Italia converge sul suo nome, chissà che non decida di provare a prendersi la rivincita.
Perché sì: non è sicuro di ricandidarsi (e, nel caso, di essere eletto) per la quarta volta all’Emiciclo. Ha voglia di rivalsa e con il suo carattere aspro rivoluzionerebbe il Comune cialentiano. Non ha avuto paura di litigare a Roma, dote che in futuro servirà. Ha un ottimo rapporto con Nazario Pagano, nuovo leader Fi.
Perché no: la roccaforte di Gdm nel tempo ha cominciato ad accusare qualche scricchiolio, è rimasto via via più solo con i fedelissimi della prima ora e anche i voti non sono più tanti come un tempo. Poi sconta le debacle alle Amministrative scorse e, soprattutto, nella corsa per diventare deputato. Ma soprattutto, non ha un partito forte che lo porti, veramente non lo ha mai voluto e la ‘sua’ Udc non si sa dove va. Tra l’altro i suoi detrattori, ben inseriti nella Vela, lo hanno accusato di non aver voluto sciogliere il suo monogruppo del Movimento per le autonomie in Consiglio regionale per “mantenere i benefit”.
RAFFAELE DANIELE (UNIONE DI CENTRO)
Nome nuovo che circola nel variegato centrodestra cittadino da quando ci si è cominciati a rendere conto che Cialente faceva sul serio. Avvocato, prima esperienza in Comune, nel ruolo antipatico e tutto sommato con poco potere di presidente della commissione di Controllo e garanzia ha provato a mettere becco in tutte le zone d’ombra più importanti dell’amministrazione di centrosinistra. Volto pulito, esperto nelle cose amministrative ma con astuzie e sensibilità politiche ancora tutte da sviluppare.
Perché sì: il centrodestra, ammesso che riesca a correre unito, non ha idee, non ha facce, deve reinventarsi daccapo dopo gli errori degli ultimi 15 anni. Serve qualcosa di nuovo, di mai visto, che possa anche shockare e sorprendere l’elettorato. Non è verace come il Biagio Tempesta del ‘98, ma nemmeno un soldo di cacio.
Perché no: la loquela è da ambienti giudiziari e non da portici, l’atteggiamento da notabile e non da uomo del popolo. La sensazione è che possa arrancare quando ci sarà da aprirsi alla gente, emozionare e coinvolgere la cittadinanza. Guarda caso Cialente ne era un maestro, il suo ex nume tutelare De Matteis, con il quale ultimamente i rapporti si sono raffreddati, invece no.
GUIDO LIRIS (FORZA ITALIA)
La defenestrazione da assessore provinciale escogitata e compiuta dal vecchio lupo di mare Gianfranco Giuliante ha un po’ fermato un’ascesa che pareva inarrestabile. Capogruppo di Forza Italia o come si chiama in Comune, buoni rapporti con i big Chiodi e Pelino che hanno battezzato il suo club, di recente aveva cercato di accreditarsi presso Pagano e gli è andata bene, ora comanda proprio lui. Resta uno dei pochi esponenti di centrodestra puro che, oggi, all’Aquila, hanno un buon pacchetto di voti.
Perché sì: voleva lottare per una candidatura in Consiglio regionale ma ha capito che è una guerra che rischia di perdere contro i bellicosi uscenti, Luca Ricciuti oltre allo stesso Giuliante. È giovane e incarnerebbe appieno l’esigenza di cambiamento. Potrebbe accettare anche una sconfitta come apertura di credito futuro.
Perché no: altro che orticelli, il centrodestra aquilano è una giungla piena di tagliole in cui gruppi e microgruppi non riescono a superare le questioni personali. L’opposizione interna e le gelosie potrebbero creargli più danni degli avversari. L’ultima volta De Matteis ha perso anche perché gli hanno giocato contro.
ETTORE DI CESARE (APPELLO PER L’AQUILA)
Maestro di Internet, dei social network e ora entrato anche nell’informazione a partire da un blog, ha preso gusto a fare il rompiscatole in Comune duellando spesso con il sindaco a cui aveva già lanciato sonore bordate in campagna elettorale come candidato alla fascia tricolore di Appello per L’Aquila. Con lo scandalo intercettazioni prima e l’inchiesta Do ut des poi, si è crogiolato nel ruolo di rottamatore aquilano, guidando l’iniziativa #dimettiamoli proprio mentre Cialente diceva basta.
Perché sì: il popolo di Facebook è dalla sua parte. Gli piace essere il protagonista ma non è un vanesio o almeno non lo dimostra. Se la gente vuole il cambiamento come dice e scrive, beh lui lo incarna più di tutti. La caduta degli dei (del centrosinistra) ha ringalluzzito i “nipotini” dei comitati del 2009.
Perché no: è stato già dimostrato che le piazze virtuali non si traducono in voti e che quando la legge elettorale è tradizionale come quella per le amministrative i grandi restano grandi e i piccoli, piccoli. Checché ne dicano gli oltranzisti, una coalizione civica che superi il 50% dei voti oggi è fantapolitica.
VINCENZO VITTORINI (L’AQUILA CHE VOGLIAMO)
L’altro Peter Pan di questo Consiglio comunale è stato lui. Il terremoto gli ha distrutto la vita, ha avuto la forza di rialzarsi, condurre la lotta per una città nuova e più sicura prima come parte civile nei grandi processi del post-sisma, poi in aula come consigliere di L’Aquila che vogliamo. Ha menato forte sulla mancanza di esercitazioni sismiche anche dopo la tragedia del 2009 e quando Franco Gabrielli ha fatto dimettere Roberto Riga da assessore alla Protezione civile ha avuto ragione lui.
Perché sì: in Comune ha fatto sponda con il vicino di banco Di Cesare conducendo spesso assieme le battaglie. Se Ettore volesse restare a fare il battitore libero rinunciando a una nuova lusinga della fascia sarebbe un candidato di sicuro affidamento per la coalizione civica che si profila all’orizzonte.
Perché no: marcare ancora una volta le differenze tra movimenti civici stavolta potrebbe non pagare. Di Cesare è leader riconosciuto tra il “popolo delle ex carriole” e se i venti di antipolitica potrebbero togliere voti ai partiti, con una squadra di Appello per L’Aquila riconosciuta a lui potrebbero rimanere le briciole.
ENZA BLUNDO (MOVIMENTO 5 STELLE)
Reduce anche lei dai comitati ad personam del post-post-terremoto, si è attirata ironie in campagna elettorale da parte della politica e per paradosso anche dell’antipolitica. I numeri dei grillini al voto sono stati imbarazzanti, una percentuale minimale quando in altre città i candidati M5s conquistavano la fascia tricolore. Si è rifatta, e con gli interessi, facendosi scegliere come capolista al Senato e conquistando un lussuoso seggio a palazzo Madama al contrario di tanti politici navigati ma meno abili e fortunati.
Perché sì: piaccia o non piaccia, è la più nota esponente aquilana di un partito, pardon un movimento, quello legato a Beppe Grillo, che oggi detiene un terzo dei voti degli italiani. Con le dimissioni del Pd e i partiti caduti in disgrazia, chi votare per affermare “basta kasta” e così via? I grillini, è chiaro.
Perché no: nel 2012 ha preso 750 voti personali da candidato sindaco. La Pezzopane ne ha presi mille da candidato consigliere. Basterebbe solo questo a indurre i vertici locali M5s (ma chi sono?) a orientarsi su un altro papabile o scegliere delle alleanze. Al Comune non si vota col Porcellum.




