Da Paolo Gliubich, noto agente assicurativo aquilano, riceviamo e pubblichiamo una riflessione sulla situazione e sulle prospettive del centro storico dell’Aquila.
L’AQUILA – Per una vita ho vissuto e lavorato nel cuore dell’Aquila.
Il centro storico non è solo un agglomerato di pietre antiche o una cornice per eventi: è il luogo dell’anima della nostra comunità.
È la memoria viva di generazioni, il teatro quotidiano della nostra identità.
Ed è proprio da questo sguardo lungo, affettivo e civile, che oggi sento l’urgenza di un intervento.
La ricostruzione post-sisma ci ha offerto una chance unica: ripensare il centro non solo come spazio urbano, ma come cuore pulsante della città.
Purtroppo, l’indirizzo assunto procede in una direzione diversa.
La pedonalizzazione spinta, la concentrazione di risorse sulla movida e sugli eventi, l’idea del centro come vetrina turistica sembrano parlare più ai visitatori occasionali che agli aquilani.
Ma un centro storico che esclude chi ci vive o vorrebbe tornarci, è un centro destinato a svuotarsi, prima ancora che nei numeri, nel senso profondo che dovrebbe custodire.
Oggi assistiamo a una centrifugazione costante: le famiglie, gli anziani, i piccoli esercenti sono sempre più ai margini.
Le case ristrutturate restano vuote, in attesa di affitti brevi o di improbabili ritorni.
I servizi essenziali arrancano.
La quotidianità – quella vera, fatta di botteghe, incontri, relazioni – è in pericolo.
Eppure, non è troppo tardi per cambiare rotta.
Non si tratta di rinunciare alla vivacità culturale o alla vocazione turistica, ma di mettere al centro chi ha il diritto di sentirsi a casa.
Servono politiche che incentivino la residenzialità, che rendano il centro accessibile davvero, anche con scelte coraggiose su mobilità e servizi.
Serve una visione che anteponga il bene comune alle logiche del profitto veloce.
L’Aquila ha già dimostrato di sapersi rialzare, ma adesso serve uno scatto in avanti: riappropriarci del nostro centro storico, prima che diventi l’ennesima cartolina senz’anima.
È un dovere verso noi stessi e verso chi verrà dopo di noi.




