L’AQUILA – “Se esiste la Perdonanza celestiniana, che ora è al centro della religiosità in tutto il mondo, lo si deve a Padre Quirino Salomone. Fu lui a idearne la prima edizione nel lontano 1977 e si deve sempre a lui il recupero materiale della Bolla celestiniana che si fece consegnare dal Vaticano e del ramo di ulivo: è’ giusto che gli aquilani sappiano queste cose e le ricordino”.

Chi parla è Carlo Gizzi, già giornalista dell’Ufficio stampa della Regione, e componente del Gruppo artistico “Come a Betleem”, che organizza il presepe nella frazione aquilana di Pianola, oltre a essere stato fraterno amico del francescano, morto 2 anni fa, il quale intende far conoscere la genesi della manifestazione e delle celebrazioni del Perdonanza Celestiniana.

“Era il 1977”, racconta, “quando ricevetti la telefonata di un giovane frate, di 35 anni, ovvero padre Quirino, il quale era stato da poco nominato rettore della Basilica di Collemaggio e cappellano dell’ospedale psichiatrico. Mi disse che aveva parlato con il capo scout dell’epoca Angiolino Cagliostri. Gli riferì che voleva dare un senso alla Perdonanza che fino ad allora si festeggiava con la sola benedizione delle auto e dei motorini e poi vi era l’ostensione delle reliquie del santo e finiva lì”.

Il frate riteneva che questa festa meritasse qualcosa di più coinvolgente. “Ci incontrammo con lui, un paio di altri frati, oltre ad Andrea Corridore, che era l’organizzatore del presepe vivente, con Mario Corridore, attuale componente del Comitato Perdonanza, Umberto Cavalli, Franco Gizzi e, ultimo, ma certo non per importanza, Floro Panti, appassionato podista ed ex calciatore nelle giovanili del Torino ideatore della Campestrina insieme a Tarquinio Tarquini e lo stesso frate. La scelta organizzativa di padre Salomone, originario del chietino, cadde su di noi dopo che Cagliostri gli aveva riferito di quel gruppo di ragazzi che organizza il succitato presepe fin dal 1973 qualificandoli come persone adatte ai suoi scopi. E allora, dopo aver creato un piccolo comitato, demmo vita alla prima edizione nel 1977, che non aveva molto a che vedere con quella attuale. Quirino era una persona sensibile che aveva a cuore i più deboli e i malati psichiatrici in particolare che, secondo lui, erano stati costretti a stare chiusi solo perchè diversi dagli altri”.

“Disse”, prosegue il racconto, “di voler fare una Perdonanza dedicata, per l’appunto, ai malati, e ottenne dal direttore dello psichiatrico la possibilità di far uscire gli ammalati meno gravi. Indossammo gli stessi costumi usati per il presepe, da soldati romani, arabi, etc, uno di loro indossò il saio da frate e a dorso di un asino fece il suo ingresso sul piazzale che non era erboso come ora. Mentre padre Quirino, nell’omelia, diceva che i malati perdonavano i cosiddetti normali per averli rinchiusi nei manicomi e considerati ingiustamente pazzi”. Questa fu la prima Perdonanza dedicata per l’appunto ai malati”. Tra l’altro la legge Basaglia che disponeva un diverso regime per i malati psichici, ancora non  era stata ancora istituita.

Ma a padre Quirino questo non bastava. “Con i suoi contatti ecclesiastici di alto livello”, prosegue Gizzi, “ebbe accesso agli archivi vaticani e si fece consegnare la Bolla del Perdono firmata da papa Celestino V. E  da allora iniziammo a ragionare su qualcosa di più concreto. E fu così che nacque il fuoco del Morrone. Il compianto Umberto Cavalli propose di far partire una staffetta guidata da Panti che dall’eremo di Celestino rifacesse lo stesso storico percorso. Il fuoco doveva accendere un braciere e fu così che i fratelli ramai Arduini offrirono un loro braciere che adesso svetta sulla torre di Palazzo. Poi andammo dall’orafo Luigi Cardilli che ci dette un portafiaccola in argento da lui stesso cesellato. Padre Quirino in quegli anni andò in Terra Santa e all’orto del Getsemani prese un ramo di ulivo. Si tratta dello stesso ramo che il cardinale usa per battere tre volte sulla porta Santa di Collemaggio prima che si apra”.

“Poi per la successiva edizione disse di chiamare il sindaco dell’Aquila, Tullio de Rubeis. Egli arrivò scortato da due vigili urbani e alcuni componenti della giunta di cui ricordo Giampaolo Arduini e Goffredo Palmerini“. Ci fu quindi il primo corteo, doveva essere il 1980, con la prima  partecipazione del Comune”.

“Poi nel 1984, De Rubeis”, prosegue, “ebbe la buona intuizione di avocare l’intera manifestazione affidandola a Errico Centofanti. Il Comune non fece altro che riprendere la scaletta, arricchendola con svariati eventi, e a renderla importante come è adesso”.

“In conclusione”, dichiara Gizzi parlando  anche a nome dei componenti di quel primo comitato organizzatore che appoggiava il frate, “se esiste questa manifestazione con il ben noto messaggio il merito è tutto di padre Quirino che, quando saranno passati 10 anni dalla morte, meriterebbe la intitolazione di una strada o di una piazza”.

A margine va ricordato che il frate era anche uno sportivo, infatti, il direttore didattico e giornalista aquilano, Dante Capaldi, suo amico, lo chiamava “la racchetta di Dio”. Salomone, iscritto all’Ordine dei giornalisti, partecipò con entusiasmo al torneo della categoria che Gianni Lussoso organizzò nel 1989 allo Yale di Pescara.

“Per la prossima edizione”, conclude Gizzi,  “consiglierei di invitare, se le cose non cambiano, gli ambasciatori di Israele, Iran, Usa, Russia,  Ucraina, esponenti della Palestina per cercare di trovare insieme un seme per far germogliare la pace nel mondo intiero”.