L’AQUILA – I giorni successivi al violento bombardamento che distrusse, la mattina dell’8 dicembre del 1943, l’Officina carte e valori e la stazione ferroviaria dell’Aquila, furono i giorni della conta dei morti: accanto alle 19 vittime tra i lavoratori aquilani di quella che era comunemente chiamata la ‘Zecca’, c’erano i 200 morti, forse più, della stazione, e i caduti tra i civili di Borgo Rivera, il quartiere aquilano delle 99 cannelle.

La pietà o le coscienze, o il rendere onore ai caduti in guerra, non importa di quale fazione, indussero il Comune, allora, a chiedere a una congregazione di carità di far portare dalle ragazze, per lo più orfane da loro assistite, ogni settimana un fiore sulle tombe dei soldati uccisi nell’attacco alla stazione ferroviaria.

Le loro sepolture erano nella parte alta del cimitero dell’Aquila, nei pressi della cappella mortuaria.

L’operazione fu chiamata ‘Un fiore sulle tombe’ e andò avanti fino alla fine dell’estate del 1945, supportata, in quell’ultimo periodo, anche dalle parrocchie. Inizialmente il compito era stato affidato dal Comune alla moglie del futuro sindaco dell’Aquila, la signora Chiarizia, molto attiva nel dare il proprio contributo in opere di carità.

I prigionieri, in maggioranza inglesi, provenivano dal campo di concentramento che, in città, era collocato in quella che oggi tutti conoscono come la Caserma Pasquali, nella zona Ovest del capoluogo, ma tra le vittime si contarono anche una sessantina di tedeschi di guardia alla piccola stazione aquilana, molto vicina allo stabilimento che stampava i biglietti di banca e che era in piena attività nonostante il periodo festivo.

Una signora aquilana, Anna, 90 anni, era una delle ragazze incaricate di portare un fiore sulla tomba di uno di quei soldati. A lei era toccato “un polacco, Franz Melitz, di 22 anni. Portai un fiore sulla sua tomba per i tre mesi dell’estate del ’45, prima che i corpi fossero portati via” ricorda Anna. Trasferiti nei cimiteri dei caduti stranieri di guerra ad Ancona o Cassino.

La signora ha ben chiari in mente quei giorni, dal momento in cui “si cominciò a sentire il rombo dei motori e un gruppo di uomini, fermi alla pujetta (la parte più alta e assolata di piazza Duomo, ndr) a chiacchierare, si spostò verso il pilone di capo piazza per vedere meglio. Quando gli aerei si fecero più vicini gridarono di scappare: ‘Quissi vengono ecco!’”.

Poi la corsa, per trovare rifugio, e il rumore delle esplosioni, violente che frantumarono i vetri della loro casa, vicino il ponte di Sant’Apollonia, lungo via XX Settembre e il fumo nero, denso che saliva dalla Rivera.

“Io e papà ci avviammo verso il Belvedere, la staccionata alla fine di viale Persichetti – e le immagini descritte dalla signora Anna sono vivide come accadute ieri invece che settanta anni fa – Da lì si vedevano diversi incendi, quattro dei quali lungo le rotaie e fino alla zecca; non c’erano tutte le case che ci sono ora, il panorama era chiaro, il fumo denso si era già alzato”.

“A un tratto un’esplosione più forte, un rumore tremendo senza fumo, tante schegge velocissime nell’aria e un pezzo di metallo rosso incandescente, più grande delle altre schegge arrivò dritto verso di noi cadendo solo poco più in basso, nello spazio verde all’inizio di via Fontesecco, all’epoca molto più stretta, sopra l’attuale distributore”.

Un grosso pezzo di rotaia contorta era volato dietro Cristo Re e ci restò fino alla fine della guerra.

“La notte precedente l’incursione aerea dei bombardieri inglesi e americani – racconta ad AbruzzoWeb lo storico aquilano Amedeo Esposito – Gli ‘ospiti’ furono trasferiti dal campo di concentramento e stipati nei vagoni dei treni. Altri vagoni erano pieni di armi e munizioni”.

Le ipotesi di questo spostamento sono diverse: forse era previsto di portare armi e prigionieri di guerra in un’altra località o forse, una soffiata, aveva indotto i tedeschi a usare i soldati alleati come scudi umani contro il bombardamento che doveva colpire quello che era considerato il ‘forziere di Hitler’, il centro di rifornimento per avere il denaro necessario a sostenere le ingenti spese di guerra.

“L’ordine dei tedeschi era stato di portare la produzione giornaliera dei biglietti di banca a 900 mila unità. All’Aquila si stampavano i tagli da Mille, 500, 100 e 50 lire – spiega lo storico aquilano – sembra che il contributo versato dalla città, cioè i soldi dei forzieri della Banca d’Italia presi dai tedeschi sia stimato intorno ai 13 miliardi di lire di allora, circa 330 miliardi di euro con il cambio attuale”.

Fu una carneficina. Le cronache dell’epoca descrivono le incursioni inglesi come meno ‘precise e selettive’ rispetto a quelle degli americani: le bombe argentate sganciate dagli aerei distrussero l’Officina carte e valori, la stazione e anche il vicino quartiere di Borgo Rivera, provocando qui numerose vittime tra i civili “ci fu anche un disperso, una persona il cui corpo non è mai stato ritrovato” ricorda ancora Esposito.

Difficile il lavoro dei soccorritori per riconoscere le salme, i corpi dilaniati e resi irriconoscibili dal fuoco e dalle esplosioni furono composti come meglio si poteva “nelle sepolture i resti magari avevano una gamba di un inglese, un braccio di un tedesco, non fu possibile fare diversamente, specie quando non si trovava la piastrina militare di riconoscimento. Così, sulle tombe si scriveva, soldato tizio e caio , tedesco o inglese o slavo, perché c’era anche qualche prigioniero dell’est Europa, ma come si poteva essere certi?”, è l’amaro commento.