L’AQUILA – Ogni giorno dal 6 aprile 2009, prima di andare a casa da lavoro, passa in auto davanti al suo bar chiuso a causa del sisma.
Il bar non è sulla strada di casa, ma l’aquilana Grazia Colantoni non riesce a farne a meno e tutti i giorni passa davanti a quell’insegna spenta da 6 anni, la osserva e ricorda la sua vita passata, prima di ingranare la marcia e ripartire.
È cresciuta dietro il bancone dello storico Bar Belvedere che sabato scorso è stato demolito, dopo essere appartenuto per quasi 50 anni alla sua famiglia.
I suoi genitori, Silvio e Mariapia, che lo hanno preso in gestione nel 1965, le hanno poi passato il testimone e la Colantoni ha gestito l’attività fino alla data del sisma.
“Dopo il terremoto ci siamo ricollocati in un baretto molto più piccolo in via della Crocetta – afferma – È una sofferenza vederlo demolire pezzo dopo pezzo, anche perché ho passato la mia vita lì dentro”.
La nuova attività della Colantoni ora va molto bene, ma aggiunge “non è più lo stesso. Il bar è più piccolo e anche la tipologia di lavoro è diversa: prima si aveva un contatto più diretto con i clienti che si fermavano a chiacchierare. Ora invece i clienti passano, bevono il caffè e scappano via”.
Il bar Belvedere ha accolto per anni anche gli universitari della vicina casa dello Studente, diventata il triste simbolo del terremoto.
“Conoscevo tutti quei ragazzi e quando ho saputo ho pianto per giorni e giorni – aggiunge – Venivano da noi ogni giorno più volte al giorno ed è stato molto difficile apprendere della loro morte”.
La Colantoni, subito dopo il terremoto non si è data per vinta e si è inventata subito un nuovo lavoro.
“Facevo le bustine pranzo per gli operai impegnati nella costruzione dei progetti C.a.s.e. Mi sono ritrovata di colpo senza più un lavoro e ho dovuto arrangiarmi – prosegue – L’ho fatto per un anno, prima di riaprire il Piccolo Belvedere, versione in miniatura del mio primo bar”.
Bar Belvedere non tornerà quando il palazzo sarà ricostruito: la Colantoni ha scelto infatti di proseguire la sua attività post sisma.
“Ho una certa età e non potrei iniziare da capo con un nuovo mutuo. Inoltre, non si conoscono neppure i tempi per la ricostruzione del palazzo – conclude – Questo mese pagherò l’ultima rata del mutuo che aveva acceso per ristrutturare il bar. Spendemmo 450 milioni delle vecchie lire per i lavori e adesso non avrei la forza di ricominciare di nuovo”.



