L’AQUILA – Per liberare lo spazio davanti alla storica porta Barete delle cinta murarie dell’Aquila, che verrà smurata, riscoperta e trasformata in un nuovo ingresso al centro pedonalizzato, alcuni cittadini del capoluogo dovranno sloggiare dai palazzi dove hanno vissuto per decine e decine di anni e dove si aspettano di rientrare prima o poi.

Una volta effettuata la demolizione dell’edificio che si trova immediatamente dopo la porta, il processo di “sostituzione edilizia” verrà infatti bloccato a metà e non si procederà alla ricostruzione ex novo dell’edificio ‘dov’era e com’era’, essendoci la necessità di liberare spazio davanti alla porta da trasformare in entrata di un nuovo parco urbano adiacente al primo tratto di via Roma, che sarà chiuso alle auto.

Per salvaguardare gli interessi legittimi dei cittadini che in quelle case hanno abitato, verrà offerta loro la possibilità di ricollocarsi in un edificio da realizzare in qualche lotto lì vicino, con l’offerta di un 20% in più di cubatura rispetto a quanto avevano, il tutto a costo zero.

Tecnicamente il ‘magheggio’ dovrebbe essere reso possibile dal recente recepimento da parte del Consiglio regionale del ‘piano casa’ della Regione Abruzzo.

Si tratta della legge regionale 49 con successiva modifica nella legge 62, una norma che prevede appunto il recupero del patrimonio edilizio esistente, grazie anche all’aumento di cubatura dove c’è già un progetto di ricostruzione, gli adeguamenti energetici e il miglioramento antisismico con eventuale delocalizzazione, la parola chiave.

L’escamotage comunque a oggi è stato appena abbozzato e d’altronde il progetto di porta Barete è ancora solo uno studio di fattibilità che deve approdare in Consiglio comunale, da quanto si è appreso entro questo mese. Ma si hanno già le idee chiare sul da farsi.

Una volta demolito completamente l’edificio interessato, la direzione regionale per i Beni culturali dovrebbe apporre un vincolo su quell’area, sancendo di fatto l’impossibilità a ricostruire quanto appena buttato giù. Un atto non dovuto dall’ufficio, ma che verrebbe considerato una sorta di ‘risarcimento’ nei confronti della città rispetto a quanto compiuto decenni e decenni fa, quando venne dato il placet a costruire una palazzina vicino alle mura antiche.

A quel punto interverrebbe l’amministrazione comunale, offrendo la soluzione alternativa ai cittadini, trasferimento e aumento di superficie, con quali reazioni poi è tutto da vedere.

Una procedura inedita che, solo a sentirla in linea teorica, sembra abbastanza articolata e difficile da condurre in porto senza arrivare alle carte bollate o alle vie legali.

Basti pensare che i residenti dell’area, preoccupati di apprendere notizie solo dai giornali su questa operazione senza annunci pubblici del progetto (peraltro ancora iper-preliminare) e senza essere coinvolti, hanno già espresso le loro lamentele: “Fateci partecipare”.

E c’è da scommettere che non tutti saranno d’accordo nell’udire che, dopo essere stati a lungo chi in albergo, chi in un alloggio C.a.s.e., chi in un Map, chi in una casetta di legno, a 5 o 6 anni dal sisma del 6 aprile 2009 la loro casa ‘vera’ la riavranno, sì, e perfino un po’ più grande. Ma da un’altra parte.